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Machiavelli: Realismo politico e il suo ruolo nella storia
Tra il 1400 e il 1500 con la caduta delle città-stato italiane e la fondazione delle prime signorie si sposta l’attenzione dei filosofi sulla figura del Principe. Nicolò Machiavelli individua nel Principe il fattore determinante della politica. Egli infatti dice che per capire le dinamiche che regolano i fenomeni politici occorre attenersi alla verità effettuale della cosa ossia ciò che essa è senza abbellimenti, l’agire politico va descritto quale esso è e non per quello che vorremmo che fosse. Anche la storia è posta al servizio della politica ed è proprio dalla storia che Machiavelli ha avuto lo spunto per la sua riflessione politica.
Dialettica di fortuna e virtù nell’agire umano
Machiavelli nota “ il mondo è sempre stato ad un medesimo modo” e quindi gli uomini lo ripercorrono per le stesse vie già ripercorse da altri e quindi possiamo ridurre le varie vicende storiche individuando le costanti e le ricorrenze.
Nelle vicende umane però si intrecciano libertà e necessita, volontà soggettiva e determinazione oggettiva:la libertà di agire di un uomo o di uno stato o un gruppo è limitata dalle circostanze delle azioni altrui. Quindi Machiavelli descrive con fortuna l’insieme degli eventi non prevedibili e con virtù l’insieme degli elementi che rientrano nell’agire umano e di cui si è consapevoli. Noi non siamo né liberamente arbitri delle nostre azioni e né proprio in balia delle circostanze. Quindi la necessità va addomesticata mentre la fortuna va sfidata! Inoltre la nozione di virtù raggruppa delle qualità che se possedute possono attrarre la fortuna, tra esse troviamo il coraggio, la prontezza la razionalità e l’ingegno creativo. Quindi in politica chi non ha virtù finisce in balia delle circostanze mentre chi ha virtù sa prendere decisioni tempestive e governare con giustizia.
Vita politica e conservazione del potere
La virtù politica del Principe è l’arte di conservare lo stato, compito x cui serve furbizia coraggio e destrezza:l’istintiva animalità del leone e della volpe. Prudenza giustizia e temperanza varranno se conformi a tale scopo, non più come virtù in se stesse, e verranno praticate se non verranno a ledere l’immagine di forza e potenza del principe. Quindi il Principe dovrà essere temuto più che amato ed egli non deve essere giusto grande o magnanimo ma deve piuttosto conservare il potere. Quindi Machiavelli non si pone il problema della sovranità legittima , l’unico titolo per la legittimazione del potere è il possesso dello stesso. Come virtù e fortuna anche forza e consenso svolgono due ruoli tra di loro complementari senza la forza il consenso non si può rovesciare, mentre senza il consenso la forza delle armi è inutile.

Rapporto tra religione forza politica e militare
Basandosi su un relativismo storico Machiavelli non ci dice quale sia la forma di governo più stabile e duratura, egli però nota che la forma più duratura è lo stato misto a base popolare con un forte accentramento di potere e con una struttura sociale gerarchica. Sparta e la Repubblica Romana sono quelle istituzioni che sono riuscite a domare le esigenze dei diversi gruppi sociali(in particolare quello della aristocrazia e dei ceti popolari) mediante un sistema di pesi e contrappesi. Se questo sistema viene a mancare ecco che subentrano le lotte di fazione e l’equilibrio viene meno e lo stato va incontro alla rovina. Momento quindi fondamentale per preservare le virtù civili di uno stato è l’istituzione religiosa identificata da Machiavelli come una forza che “scende dall’alto ammaestrano gli animi al mantenimento dei loro impegni civili”.Egli ritiene che il paganesimo abbia assolto un alta funzione civile nel mondo greco e romano e che invece il cristianesimo abbia solo scoraggiato gli spiriti attivi a vantaggio della contemplazione e dell’umiltà.
Infine Machiavelli si propone il problema della convivenza tra Stati, sempre conflittuale. Purtroppo la guerra c’è e non si può togliere. La forza militare assicura il mantenimento delle leggi all’interno dello stato e l’esistenza dello stato all’esterno di esso. Quindi Machiavelli addebita la crisi italiana alla debolezza militare individuando nell’esercito il punto debole della penisola. Egli era contro le truppe mercenarie e voleva che a fare la guerra scendessero in campo i contadini.

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