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Niccolò Machiavelli
Machiavelli da un lato si rifà alla storia, alla lezione del passato; dall'altro alla propria esperienza d'uomo e di politico.
Ogni abbellimento stilistico fine a se steso è eliminato, conta solo la realtà effettuale; va dritto all'essenziale anche a costo di essere spregiudicato e/o spietato (tutto è finalizzato e giustificato per il bene dello stato). Queste sue idee nascono dalla sua visione pessimistica della vita: gli uomini sono "tristi sempre se da necessità non son fatti buoni". Ma il suo è un pessimismo attivo ed eroico: il Principe deve essere piuttosto temuto che amato, perché gli uomini sono ingrati, volubili falsi ed avidi; deve piuttosto sembrare che essere, perché il vulgo va sempre preso con quello che pare; deve essere uomo e bestia insieme, volpe e leone. In questo modo la politica è sottratta all'ambito della morale, ha regole sue: nasce la politica come scienza autonoma. Alla provvidenza si sostituisce la fortuna (sorte, caso cieco), ma ciò non deve indurre a fatalismo, perché "la Fortuna è donna ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla ed urtarla".
La Religione è abbassata ad instrumentum regni (può permettersi di scrivere e pubblicare ciò perché la chiesa sta vivendo un periodo di crisi).
La Virtù non è più quella della Religione (le sette virtù, quelle cardinali: giustizia, temperanza, fortezza e prudenza e le virtù teologali: fede, speranza, carità), né quelle degli antichi (virile valore guerriero), ma la capacità attiva di dominare con tempismo le occasioni della vita (l'uomo deve lottare, costruirsi la sua vita, ciò gli consente di dominare con tempismo (capire quando è momento di attaccare e quando di difendere), la vita offre occasioni favorevoli o sfavorevoli).
Virtù - Fortuna - Occasione sono i tre momenti circolari dell'agire del Machiavelli (la virtù è la capacità di capire quando è l'occasione di domare la fortuna).
La spregiudicatezza del Principe non nasce da un animo freddo e calcolatore, ma dalla consapevolezza della crisi italiana, dalla necessità di scuotere i potenti italiani dal loro torpore, dalla debolezza della politica italiana. Dalla commozione per le sorti dell'Italia nasce il Principe, logica così appare l'esortazione finale che alcuni critici vedono troppo retorica e poco armonizzata al resto del trattato (perché troppo ingenua e poco realista): questa esortazione finale è la conseguenza della passione politica che anima tutto il Principe.

Stile: lo stile del Principe è coinciso, essenziale, scarso è l'uso dell'aggettivo e dell'ornamento e la parola crea da sola l'immagine. Parole e costrutti latini convivono con parole e costrutti dialettali; frequenti sono gli anacoluti (frasi sgrammaticate); a volte bruschi sono i trapassi da un soggetto all'altro dal singolare al plurale.

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