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MACHIAVELLI è uno degli autori la cui produzione è stata maggiormente interpretata, le sue più eminenti letture critiche sono le seguenti:

LUIGI RUSSO: l’idea di imitazione è “anfibia”, duplice perché si inserisce nel naturalismo e la storia diviene magistra vitae, anticipando Vico che nella “Scienza Nuova” caratterizzerà la nascita dello storicismo, ma anche anticipando il metodo sperimentale di Galileo (qui applicato alla storia): la dimensione esperienziale e quella magistrale legate al pedagogismo.

CESARE SEGRE
: dice che il Principe sembra apparire come vinto (agnus dei che si immola sull’altare del principato) perché alla fine è il principato che deve avere la meglio… questa dimensione profetica e messianica di Machiavelli, trae forza dalla sua vita morale, poiché non potrebbe esistere vita artistica (conferma Russo), senza delle radici alle spalle fortemente legate alla tradizione Machiavelli ha una produzione militante, con la spendibilità della produzione artistica in ambito politico.

DE SANCTIS: contrappone al provvidenzialismo cristiano di Dante e al casualismo di Boccaccio all’antropocentrismo di Machiavelli, di impronta umanista, che lascia da parte i primi due nel rapporto virtù/fortuna.

GIOVANNI GENTILE: è d’accordo che il Rinascimento sia l’apoteosi dell’estetismo e individualismo. Da una parte Machiavelli lodato per l’esaltazione dell’uomo e della potenza creativa , dall’altra questo va a scapito della dimensione civile, del sentire unanimemente l’idea di nazione come mito letterario (Machiavelli rimane in un’idea di politica gestita dagli aristoi), non è uno stratega a differenza di quanto ritennero Rousseau, Foscolo e Gramsci, che davano del principe un’interpretazione repubblicana, in cui l’autore avrebbe dato consigli al popolo.

GIOVANNI SAITTA
: ritiene che il credo di Machiavelli è il razionalismo attivistico dove prevalgono immanentismo laico e razionalismo innocentista; la forza operosa dell’intelligenza è in ultima istanza quella che decide del destino e l’idea di fortuna è sopravanzata e arginata dalla virtù.

CHABOD vede in Machiavelli un bipolarismo che distingue il Principe dai discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e riconosce l’abbandono dopo il principe la fede nella potenza della virtù, la intesse nella fortuna arbitra delle cose umane. Il principe è un testamento spirituale in cui prevale l’utopia sul realismo, poi l’autore torna al cinismo.


EUGENIO GARIN
vede in Machiavelli come in tutto lo spirito rinascimentale, la grande forza dell’uomo e dell’antropocentrismo problematico, dove la dialettica fra gli opposti non viene mai sanata, resta in fieri.

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