zerbino di zerbino
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Giudizi critici su Machiavelli
Dopo la pubblicazione del Principe il pensiero di Machiavelli ebbe una grandissima risonanza in tutta Europa, suscitando aspre reazioni soprattutto nella chiesa: il cardinale inglese Reginald Pole sostenne che il Principe era stato scritto “col dito di satana”. Nell’Inghilterra di età Elisabettiana Machiavelli diventò invece un vero e proprio mito e incarnò il tipo dell’italiano perfido, senza scrupoli orditore d’inganni e delitti. Nell’età della controriforma la polemica contro Machiavelli fece nascere la riflessione sulla ragion di stato e fu proprio in questa fase che fu elaborato il principio “il fine giustifica i mezzi”, sostanzialmente estraneo al pensiero di Machiavelli. Nel ‘600-‘700 continuò la sfortuna di Machiavelli, anche se alcuni pensatori illuministi diedero del suo pensiero un’interpretazione “obliqua”: per Rousseau, Machiavelli mentre finge di dare lezioni ai re dandone invece al popolo, ossia in realtà vuole svelare ai sudditi il volto più violento e repressivo della tirannide. La stessa interpretazione la ritroviamo nel carme de I Sepolcri di Ugo Foscolo in cui l’autore preromantico ritiene che in realtà Machiavelli abbia voluto denunciare le nefandezze e gli errori dei principati. Giacomo Leopardi vede in Machiavelli un “maestro del nudo vero” che ha insegnato agli uomini a vedere la verità effettiva delle cose. Soltanto con Francesco de Sanctis ci sarà una prima rivalutazione di Machiavelli: per lui, infatti, l’autore fiorentino è il fondatore della scienza politica moderna ed è il difensore del patriottismo, della libertà e della virtù civile. Nei primi anni del Novecento il noto critico idealista Benedetto Croce afferma che Machiavelli "ha scoperto il concetto fondamentale dell’autonomia della politica rispetto alla morale". Sulla stessa linea si pone il critico Federico Shabod sostenendo che oltre all’autonomia della politica Machiavelli ha esaminato con grande lucidità la crisi italiana del ‘700 contrapponendovi un rimedio forte e riponendo grande fiducia nella virtù umana.
Giudizi critici su Guicciardini
Rispetto al clamore sollevato dall’opera di Machiavelli, Guicciardini si affermò in maniera più discreta, anche se suscitò opposizioni e contrasti. Alla fine dell’Ottocento Francesco De Sanctis pronunciò un duro giudizio di condanna: secondo lui Guicciardini, con il suo scetticismo e il suo disincanto pessimistico, era indifferente e rinunciatario nei confronti della decadenza politica italiana. Sempre secondo De Sanctis l’immagine dell’uomo proposta da Guicciardini era meschina, attenta solo, a quel, “particulare” che il critico interpretava come puro calcolo d’interessi per un tornaconto personale. Antonio Gramsci riservò a Guicciardini una scarsa attenzione forse perché condizionato dal giudizio "desanctisiano". A partire dagli anni Trenta Federico Shabod ha rivalutato il pensiero di Guicciardini, valorizzando la riflessione sulle capacità al mutare delle circostanze. Ma il giudizio più significativo è senza dubbio espresso da Giacomo Leopardi, il quale ha visto in Guicciardini una sorta di precursore attento alla ricerca di quell' "alido vero" che rifiuta ogni giustificazione consolatoria e ogni abbellimento della realtà, mettendo l’uomo di fronte a se stesso e al proprio destino: "il Guicciardini è forse il solo storico fra i moderni che abbia conosciuto molto gli uomini attenendosi alla cognizione della natura umana, e non a una scienza perlopiù"

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