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Machiavelli Niccolò
Machiavelli nasce a Firenze nel 1469. Era segretario della Repubblica fiorentina, ma con il ritorno dei Medici nel 1512 dovette abbandonare i suoi impegni politici e fu costretto all’otium letterario. Scrisse varie opere, fra cui i discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, il Principe, l’arte della guerra, Belfagor, Mandragora ecc. Importante è anche la lettera a Franscesco Vettori , amico di Machiavelli, ambasciatore a Roma, in risposta a una sua precedente lettera gli racconta la sua giornata, divisa principalmente in due parti:
* la prima mattina dove Machiavelli passeggiava nel bosco, a trovare i suoi boscaioli, sempre con un libro sotto braccio, spesso Dante, o Petrarca, o Boccaccio.
* Poi rientrato a casa era solito leggere Orazio, Ovidio e i grandi della letteratura. Spiccano due figure di Machiavelli: letterato, poiché era interessato ai grandi classici; e politico, poiché anticipa al Vettori che sta scrivendo il Principe, dicendogli che lo vuole dedicare a Giuliano dei Medici, anche se poi lo dedicherà al nipote Lorenzo di Piero. Il trattato è diviso in 26 capitoli, dove l’autore scriveva le sue notazioni di getto e si poneva domande e risposte. Machiavelli pensava che il governo dovesse essere nelle mani di una sola persona, e si immaginava un “Principe che potesse svolgere questo compito”. Nei ventisei capitoli ci sono quattro sezioni principali:
1. la prima che comprende i vari tipi di principato
2. la seconda le milizie mercenarie e le milizie proprie
3. la terza i comportamenti e le virtù
4. la quarta che comprende l’esortazione rivolta al casato dei Medici.
Nel primo capitolo, compreso appunto nella prima sezione, fa la distinzione fra repubbliche e principati, e questi ultimi posso essere ereditati oppure nuovi. Poi si passa a parlare, nelle altre sezioni, dei mezzi per conquistarli, le armi o la virtù o la fortuna. Nel sesto capitolo (nella seconda sezione), riguardante le armi proprie e la virtù, Machiavelli porta come esempio positivo quello di Mosè, e come esempio negativo quello di Savonarola. Nel settimo capitolo (terza sezione) si parla di coloro che sono giunti al potere con la fortuna e le armi improprie, e fa l’esempio di Cesare Borgia, che dopo tante vittorie, cadde anch’egli in rovina.

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