Tami95 di Tami95
Ominide 146 punti

Pirandello e la sua vita

Nacque ad Agrigento nel 1867, da una famiglia dell'agiata borghesia, proprietaria di una miniera di zolfo. Abbandona presto l’sola dove si trasferisce prima a Roma e poi a Bonn per studiare lettere. Nel '93 torna in Italia. L'anno dopo si sposa con la figlia di un socio di suo padre. Si stabilisce con la famiglia a Roma ed entra nella vita culturale e letteraria del suo tempo, collaborando a numerosi periodici: stringe amicizia con Luigi Capuana. In questo periodo scrive le prime novelle e nel 1901 pubblica “l’esclusa”. nel 1903 fu colpito da una forte crisi a causa della distruzione della miniera del padre e per questo fu costretto a lavorare duramente, la letteratura quindi non fu un passatempo ma un lavoro. Nel 1904 pubblica sulle “nuova antologia”il romanzo “il fu Mattia pascal”. nel 1908 dopo aver pubblicato i saggi “arte e scienza” e “l’umorismo” diventa professore ordinario. Nel 1909 inizia a pubblicare novelle sul corriere della sera e nel 1910 esordisce come autore teatrale con “lumie di Sicilia”. Nel 1921 inizia ad ottenere grande successo anche all'estero con “i sei personaggi in cerca d’autore”. Il successo internazionale gli permette di cambiare radicalmente la sua vita: lascia l’insegnamento e fonda una compagnia di teatro. Continua sempre a scrivere novelle e poesie e nel 1926 pubblica il romanzo “uno,nessuno e centomila” anche se la sua attenzione è rivolta quasi esclusivamente al teatro dove compone nuovi spettacoli come: “Enrico IV”(1922) “ciascuno a suo modo”(1924). Contradditori sono i suoi rapporti con la politica perché nonostante la sua adesione al fascismo nel 1924, poco dopo il delitto di Matteotti,assume sempre un comportamento di distacco dal regime e dalla politica in generale. Nel '34 gli viene conferito il premio Nobel per la letteratura. Durante le riprese cinematografiche de Il fu Mattia Pascal, effettuate a Roma, si ammala di polmonite e muore nel 1936.

In sintonia con le filosofie vitalistiche (Il vitalismo è una corrente di pensiero che esalta la vita intesa principalmente come forza energetica e fenomeno spirituale, al di là del suo aspetto biologico materiale.) contemporanee, Pirandello concepisce la vita come un flusso spontaneo e inarrestabile che le circostanze dell’esistenza e le convenzioni sociali ci obbligano a bloccare in forme fittizie e superficiali. L’uomo ha imposto finzioni necessari ma in autentiche incapaci di rispecchiare il nostro essere. Gli sono inevitabilmente estraniati dai loro impulsi profondi poiché sono soffocati da convenzioni e obblighi che li snaturano; e se il flusso dei desideri e delle passioni “straripa” provoca tragedie improvvise che sconvolgono i valori e gli affetti che sembravano dare un senso e un ordine all’esistenza. La "forma" o "apparenza" è l'involucro esteriore che noi ci siamo dati o in cui gli altri ci identificano; la "vita" invece è un flusso di continue sensazioni che spezza ogni forma. Noi crediamo di essere "forme stabili" (personalità definite): in realtà tutto ciò è solo una maschera dietro cui sta la nostra vera vita, fondata sull'inconscio, cioè sull'istinto e sugli impulsi contraddittori. Chi cerca di far vedere il proprio volto scopre che è impossibile perché la sua identità è in scendibile dalla maschera indossata. Il nostro io quindi ci appare come una continua lotta di anime diverse e perfino opposte, piu e opposte personalità. Se non possiamo conoscere la verità sui noi stessi a maggior ragione non la possiamo conoscere sul mondo esterno: non c’è,quindi, una realtà onnisciente uguale per tutti che si possa descrivere in maniera oggettiva, ma tante realtà che ciascuno vede a modo suo-→ RELATIVISMO.
Nelle 225 novelle raccolte dal 1922 sotto il titolo di “novelle per anno” troviamo una grandissima varietà di storie. Nei primi racconti s’intravede influenza di verga. La sua fantasia si focalizza sulle situazioni estreme e patologiche dove l’assurdità della vita si mostra con evidenza. Le sue opere sono ambientate o nel feroce e miserabile mondo popolare siciliano o nell’ambiente grigio e chiuso della borghesia romana, dove i suoi personaggi sono, detto da lui, le persone più scontente del mondo;le quali sono oppressi dalle crudeltà del destino o delle convinzioni sociali.
La prosa di Pirandello non si ispira ai modelli equilibrati codificati dalla tradizione letteraria, ma per i suoi romanzi si affida a una lingua rapida e nervosa che riduce fortemente la distanza tra scritto e parlato. Le scelte linguistiche unite alla frequenza dei dialoghi riconduce il suo stile a quello teatrale. Quasi tutte le sue commedie, raccolte sotto il titolo ”maschere nude”,sono rielaborazioni di situazioni,vicende e di personaggi delle novelle. Le prime sono di sfondo siciliano, legate a moduli veristi,si concentrano sulla rappresentazione d’individui anormali, costretti dalle convenzioni sociali a recitare un ruolo marginale. Se la vita è un finzione, il teatro, che presume di rappresentare la vita, è una doppia rappresentazione.

Riassunto Il fu Mattia Pascal

Il Fu Mattia Pascal è un romanzo autobiografico e lo racconta in prima persona.
Il protagonista è sposato con una donna che non ama e ha una vita povera da bibliotecario in Liguria.
Un giorno fugge da casa dopo una serie di litigi con la moglie schizofrenica. Dopo non molto tempo viene trovato un cadavere che viene riconosciuto dalla suocera come il suo.
Il protagonista, dopo aver letto la scioccante notizia sul giornale, decide di sfruttare l’occasione per crearsi una nuova identità. Così si fa chiamare Adriano Meis e va a vivere a Roma. Dopo un po’ di tempo vince una grossa somma al casinò che lo fa diventare benestante. Finché un giorno s’innamora della figlia del proprietario del suo appartamento di Roma e lei lo ricambia; la coppia è felice, ma non si può purtroppo sposare perché il protagonista ha una falsa identità e si accorge di non essere più nessuno. Perciò torna a casa dalla moglie scoprendo che si è già risposata e nessuno in paese lo riconosce più perché tutti lo credevano morto.

Riassunto Uno nessuno centomila

Da uno specchio, superficie ambigua e inquietante, emerge un giorno per Vitangelo Moscarda, un volto di sé finora ignorato: un naso in pendenza verso destra. Questo avvenimento provoca in lui una profonda crisi che lo porta a scoprire che gli altri si fanno di lui un’immagine diversa da quella che egli si è creato di se stesso, scopre cioè di non essere "uno", come aveva creduto sino a quel momento, ma di essere "centomila", nel riflesso delle prospettive degli altri, e quindi "nessuno". Questa presa di coscienza fa saltare tutto il sistema di certezze e determina una crisi sconvolgente. Vitangelo ha orrore delle "forme" in cui lo chiudono gli altri e non vi si riconosce, ma anche orrore della solitudine in cui lo piomba lo scoprire di non essere "nessuno". Decide perciò di distruggere tutte le immagini che gli altri si fanno di lui, in particolare quella dell’usuraio" ( il padre infatti gli ha lasciato in eredità una banca), per cercare di essere "uno per tutti". Incomincia così a ribellarsi facendo cose che, agli occhi di chi gli sta attorno, appaiono incomprensibili. Ricorre così ad una serie di gesti folli, come regalare una casa a un vagabondo. Vuole vendere la banca di cui non si è mai occupato e che gli assicura una certa agiatezza economica, e quando rivela alla moglie e all’amico Quantorzo che vuole cancellare la nomea di usuraio, loro scoppiano a ridere senza ritegno. Così colpito nell’animo, già, fortemente contrastato, strattona la moglie ribellandosi a quella marionetta, di nome Gengè, di cui ella si era sempre compiaciuta. Le pazzie si intensificano: ferito gravemente da un’amica della moglie, colta da un raptus inspiegabile di follia, al fine di evitare lo scandalo cede tutti i suoi averi per fondare un ospizio per poveri, ed egli stesso vi si fa ricoverare, estraniandosi totalmente dalla vita sociale. Proprio in questa scelta trova una sorta di guarigione dalle sue ossessioni, rinunciando definitivamente ad ogni identità e abbandonandosi pienamente al puro fluire della vita, rifiutandosi di fissarsi in alcuna "forma", rinascendo nuovo in ogni istante, vivendo tutto fuori di sé e identificandosi di volta in volta nelle cose che lo circondano, alberi, vento, nuvole. La città è lontana. Me ne giunge, a volte, nella calma del vespro, il suono delle campane. Ma ora quelle campane le odo non più dentro di me, ma fuori, per sé sonare, che forse ne fremono di gioia nella loro cavità ronzante, in un bel cielo azzurro pieno di sole tra lo stridio delle rondini o nel vento nuvoloso, pesanti e così alte sui campanili aeri. Pensare alla morte, pregare. C’è pure che ha ancora questo bisogni, e se ne fanno voce le campane. Io non l’ho più questo bisogno, perché muoio ogni attimo, io, rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma ogni cosa fuori.

Trama Enrico IV

Nell'Enrico IV il protagonista è un ricco borghese, impazzito 20 anni prima per essere caduto da cavallo in una caccia in maschera, durante la quale si era vestito da Enrico IV, l’antico imperatore di Germania. A disarcionarlo volutamente era stato il barone Belcredi per rivalità nell'amore per la marchesa Matilde Spina. Impazzito, egli aveva creduto di essere davvero Enrico IV e i suoi familiari, fallito ogni tentativo di rinsavirlo, glielo avevano lasciato credere per non aggravare la situazione.
Ma, dopo numerosi anni di pazzia, improvvisamente era guarito; tuttavia, essendosi reso conto che il rivale Belcredi, la causa del suo male, era diventato l’amante di Matilde Spina, egli temendo di essere deriso come pazzo, fissato per sempre in quella “forma” in cui era stato costretto per anni, aveva deciso di continuare a fingere la pazzia per meglio osservare gli altri e le “follie” del loro comportamento. Dopo otto anni trascorsi in questa finzione, rivedendo il barone Belcredi, egli ha finalmente l’occasione di ucciderlo.
A questo punto, consumata la vendetta, al finto Enrico IV non resta che continuare a fingersi tale per sempre, per “mascherare” con la pazzia il delitto compiuto. Nel rifiuto del finto Enrico IV di tornare alla normalità, è evidente il rifiuto delle assurdità e delle convenzioni ipocrite del mondo borghese. Il protagonista del dramma rinsavito dopo tanti anni di pazzia, dovendo scegliersi una “forma” preferisce mantenere quella del pazzo, continuando a recitare la parte di Enrico IV. Così può non solo vendicarsi di quelli che lo avevano rovinato, che sono costretti a stare al suo gioco, ma diventa cosciente di una sua superiorità sugli altri: lui la pazzia, l’ha superata, ma tanti, e senza rendersene conto, rimangono con le loro piccole e grandi manie.

Riassunto

In un giorno qualunque una compagnia d'attori sta provando un dramma, Il giuoco delle parti di Pirandello, che chi l'intende è bravo. La sala è al buio, la scena in disordine, il Macchinista (scenografo) al lavoro. Entrano nel teatro sei personaggi. Sono il Padre, la Madre, il Figlio, e altri tre figli di secondo letto della madre: la Figliastra, un Giovinetto e una Bambina. Essi chiedono agli attori presenti d'interrompere le prove e di passare a rappresentare il loro squallido dramma familiare. Il Capocomico, dopo qualche esitazione, acconsente. La vicenda emerge a strappi, in quanto provoca sofferenza e forti tensioni nei sei.
Il Padre ha sposato una donna socialmente inferiore (la Madre) e ha avuto da lei il Figlio. Scopre che è nata una relazione tra la donna e un suo segretario, ma non ne è geloso: anzi, l'uomo è più adatto di lui a far felice la moglie. Le sottrae però il figlio, pretendendo che sia educato altrove. La donna abbandona il primo marito; dalla nuova unione della Madre nascono la Figliastra, il Giovinetto e la Bambina. Quando il secondo marito muore, la Madre deve ritornare al paese d'origine. Trova lavoro nell'equivoca sartoria di Madama Pace, che in realtà è una casa d'appuntamenti in cui, per integrare la magra economia domestica, la Figliastra si prostituisce. Un giorno si presenta un nuovo cliente: è il Padre, ignaro di lei, come lei lo è di lui, e l'incesto non si consuma solo per un fortuito intervento della Madre. Sconvolto dal rimorso, l'uomo riporta la famiglia in casa, ma nessuna riparazione è possibile in quanto i personaggi sono fissati ciascuno nel proprio dolore e nell'incomunicabilità reciproca: la Figliastra odia il Padre come responsabile della sua vergogna; il Figlio disprezza quei parenti più umili, che non conosce; la Madre è addolorata dal rifiuto del primogenito.
Gli attori prima rifiutano, poi accettano di recitare tale vicenda. Stentano però a rappresentarla, a viverla veramente, che è finzione spettacolare, non può mettere in scena la realtà tragica della vita. I sei personaggi, mescolando racconto e rappresentazione, si avviano comunque a concludere la loro storia, malgrado il rifiuto del Figlio a partecipare all'azione. Tra loro manca però un personaggio, Madama Pace: allora il Padre sistema sul palco i cappellini e i mantelli delle attrici, per simulare l'ambiente della sartoria e così, attratta dagli oggetti del suo commercio, Madama Pace prodigiosamente si materializza sul palcoscenico.
Il finale si ambienta nel giardino, dove la Bambina, incustodita, affoga nella vasca; il Giovinetto, cui era stata affidata, si spara un colpo di pistola. Viene portato a braccia dagli altri: è morto davvero? E' realtà o soltanto finzione?
Gli attori abbandonano il teatro, mentre echeggia nella sala il riso beffardo della Figliastra. Le ombre dei sei personaggi sembrano di nuovo pronte a riprendere corpo, nel tentativo di consistere in una qualche forma.
Pirandello e il Fascismo
L’episodio più discusso della biografia di Pirandello riguarda la sua adesione al fascismo. Nel 1924,nel pieno della bufera politica scatenata dall’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, con un breve telegramma indirizzato a Mussolini, Pirandello dichiarò di voler aderire come <<umile e obbediente gregario>> al partito fascista. L’episodio appare paradossale (e molto pirandelliano) perché avvenne nel momento di maggiore debolezza politica del regime, allorché le opposizioni sembravano sul punto di far cadere il governo. Pirandello divenne fascista per più motivi: per il suo innato gusto dell’andare controcorrente; per la sua radicata diffidenza verso i partiti politici tradizionali; per un bisogno di certezze, oltre le barriere del suo relativismo; infine e soprattutto, per il sogno di favorire cosi la nascita di un teatro di stato, protetto e sovvenzionato dal regime. Pirandello pensa che il fascismo è lo strumento per creare un mondo nuovo, inoltre ottiene dei finanziamenti che lo aiutano a creare "il teatri dell' arte". Le illusioni pero caddero presto. Pirandello man mano si sottrasse all’abbraccio del regime, viaggiando molto e risiedono spesso all’estero, nel 1930 pronuncio all’accademia d’ Italia , di cui era stato nominato membro l’anno prima, un discorso commemorativo su Verga che suonava aspramente critico verso D’annunzio , all’epoca l’intellettuale fascista prestigioso. Quando nel 1934 gli fu assegnato il premio nobel, la critica ufficiale accolse con freddezza il riconoscimento. L’ultimo dispetto giocato da Pirandello al regime fu il proprio funerale, che lui volle poverissimo. Di fronte alla volontà del fascismo di celebrare le solenni esequie di stato dell’autore italiano piu celebre al mondo, questi riprendeva intatta la sua libertà, riaffermando la sua voglia di solitudine e di lontananza da tutto.

Registrati via email