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Luigi Pirandello (1867-1936)

Biografia: Luigi Pirandello nasce a Girgenti (Agrigento) nel 1867 da una famiglia di agiata condizione borghese e di tradizioni risorgimentali. Conclusi gli studi liceali si trasferisce a Bonn, in Germania, dove si laurea ed intraprende la carriera letteraria, componendo le prime poesie ed una tragedia. L’esperienza all’estero mette Pirandello in contatto con gli autori romantici tedeschi, che hanno influenza sulle sue opere e sulle sue teorie riguardanti l’umorismo. Nel 1892 Pirandello torna in Italia e si stabilisce a Roma, scrive il suo primo romanzo, L’esclusa, e sposa Maria Antonietta Portulano. Nel 1903 un allagamento della miniera di zolfo in cui il padre ha investito tutti i suoi averi, nonché la dote stessa della nuora, provoca il dissesto economico della famiglia. Le conseguenze per Pirandello sono drammatiche, poiché la moglie, in condizioni psichiche precarie, ha una crisi e sprofonda irreversibilmente nella follia.

Dal 1910 lo scrittore si accosta al teatro e produce soprattutto opere destinate alla rappresentazione: i drammi Così è (se vi pare), Il berretto a sonagli, Il piacere dell’onestà e Il giuoco delle parti, tutti scritti tra il 1916 e il 1918, modificano profondamente il linguaggio della scena del tempo e suscitano reazioni sconcertate nel pubblico e nella critica. Solo dal 1920, con Sei personaggi in cerca d’autore, il teatro di Pirandello riscuote successo e la condizione personale dello scrittore ne risente positivamente. Dopo l’omicidio del deputato Matteotti nel 1924, Pirandello si iscrive al partito fascista ed ottiene l’appoggio del regime alla sua attività letteraria. D’altra parte lo scrittore si rende conto del carattere negativo del fascismo, verso il quale rivolge la sua critica corrosiva delle istituzioni e delle maschere da esse imposte, pur evitando ogni forma di rottura o di dissenso. Pirandello riceve il Premio Nobel per la letteratura nel 1934 a consacrazione della sua fama mondiale. Muore nel 1936 a causa di una polmonite.

Visione poetica: Alla base della visione del mondo pirandelliana vi è una concezione vitalistica affine a varie filosofie contemporanee: tutta la realtà è “vita”, cioè il “perpetuo movimento vitale” e l’“eterno divenire”, un “flusso continuo, incandescente e indistinto” come lo scorrere del magma vulcanico. Tutto ciò che assume “forma” distinta e individuale si irrigidisce e, secondo Pirandello, comincia a morire. Così, nella sua visione, avviene dell’uomo: questi non è che una parte indistinta nell’universale ed eterno fluire della vita, ma tende a cristallizzarsi in forme individuali e a fissarsi in una personalità che vuole coerente e unitaria.

Per Pirandello l’unità, la coerenza, è un’illusione, scaturisce dal sentimento soggettivo che l’uomo ha del mondo e proietta intorno a lui come un cerchio di luce che lo separa dal resto della vita, immerso nel buio (lanterninosofia). L’uomo crede di essere uno, per sé stesso e per gli altri, ma è un individuo diverso per ogni persona che lo guarda e che realizza di lui una determinata “forma” in una prospettiva particolare.

Influenzato dalle teorie dello psicologo Alfred Binet, Pirandello è convinto che nell’uomo coesistano più personalità, ignote a lui stesso, che possono emergere inaspettatamente. Da questo lo scrittore deriva l’idea della frantumazione dell’io, ovvero la teoria secondo cui la personalità dell’uomo si divide in un ammasso di stati incoerenti e in continua trasformazione. È un tema tipico del periodo decadentista, in cui l’io naufraga col venir meno delle certezze. Nella società sempre più spersonalizzata, per l’instaurarsi di apparati produttivi meccanizzati e di ambienti sociali tanto vasti quanto anonimi, decade l’idea dell’uomo fautore del suo destino, fondamento della cultura borghese. I personaggi di Pirandello risentono di questa presa di coscienza e provano angoscia e smarrimento nell’avvertire l’impossibilità di essere qualcuno. Inoltre, essi si dibattono tra le molte “forme” che la società dà loro: tali identità non li rappresentano e, perciò, sono “trappole” che li imprigionano.

L’idea che Pirandello ha dell’identità umana scaturisce dal suo pessimismo sociale e, cioè, dal rifiuto delle forme che la società impone all’individuo. Per Pirandello la società è un’“enorme pupazzata”, una costruzione artificiosa e fittizia che isola l’uomo dall’eterno fluire della vita, conducendolo all’irrigidimento e dunque alla morte. Istituti come la famiglia e il lavoro sono le “trappole” che mettono in crisi l’identità dell’individuo, poiché in essi covano l’avvilimento, gli odi, l’ipocrisia, le tensioni segrete.

Pirandello rileva una sola via di fuga nell’irrazionale e, più precisamente, nell’immaginazione che conduce a un “altrove” fantastico (come per l’imprenditore Belluca di Il treno ha fischiato). L’alternativa è la follia, che è lo strumento di contestazione per eccellenza delle forme fasulle della vita sociale. Chi comprende il “gioco” (cioè il carattere fittizio del meccanismo sociale) è, per Pirandello, “forestiero della vita”. Egli è isolato dalla società e rifiuta di assumere una “parte” in essa; guarda gli altri uomini intrappolati con atteggiamento umoristico, di irrisione e pietà. La condizione stessa di Pirandello si proietta in questa figura di eroe estraniato dalla realtà, quando, nel primo Novecento, egli rifiuta il ruolo politico attivo che normalmente veste l’intellettuale.
Pirandello ritiene, infine, che gli uomini non possono comprendersi a vicenda, poiché ognuno percepisce una realtà distinta dal suo modo di guardare ai fatti. La realtà, nella visione pirandelliana, è una pluralità di frammenti che non hanno un senso complessivo. Non esiste alcuna “essenza”, nessuna rete di corrispondenze o analogie: l’indagine oggettiva della realtà è impossibile, sia a mezzo della razionalità scientifica, sia attraverso la rivelazione mistica. Sebbene per molti versi Pirandello sia un perfetto autore decadentista, questa sua concezione lo pone in sintonia con il pensiero tipico del primo Novecento, quando si rileva la mancanza di un senso globale della vita.

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