Pirandello - Essere e Apparire

Premessa


In questo lavoro si è cercato di compiere un'analisi della storia italiana in un contesto storico ben definito quale fu il Fascismo, mettendoci dal punto di vista di un celebre scrittore siciliano, Luigi Pirandello che aderì al Fascismo nel 1924, per poi allontanarsene quasi subito.
Il tratto distintivo della posizione pirandelliana, non solo nei confronti dell'esperienza storica della sua generazione, ma anche nei riguardi dei movimenti culturali del suo tempo, è costituito dal contrasto fra illusione e realtà, in cui l'illusione si rivela un inganno, o comunque un ideale irrealizzabile, e la realtà meschina e avvilente, del tutto inadeguata alle speranze. È così, quindi, che entra in gioco il tema dell’essere e dell’apparire: tutto pare fatto per apparire e quello che appare è destinato a essere visto, sentito, gustato, odorato. L'uomo sembra essere il centro di questa rappresentazione: egli ne è il primo spettatore e, nel contempo, l'interprete principale; è la sintesi per cui essere e apparire coincidono.
Pirandello elabora queste idee in consonanza con alcuni pensatori contemporanei. Egli non lesse direttamente Freud, ma la sua opera è piena di richiami al mondo dell’inconscio; i suoi personaggi si sdoppiano, sono dissociati, tanto da essere contemporaneamente "uno, nessuno e centomila".
L'uomo ha per natura, costituzione e capacità, il bisogno di confermare la propria esistenza e ciò è dato dal vedere e dall’essere visti.
Apparire significa mostrarsi agli altri e questo vuol dire avere o cercare spettatori: esibirsi, mostrarsi, recitare, essere individuati e percepiti e, dunque, essere accettati, ammessi, legittimati al bisogno d'amore e al suo appagamento. Così inizia quel lungo e doloroso percorso dell’apparire che conduce al travestimento per la recita di un copione. Alla luce di quanto finora detto, si evince che il pensiero di Pirandello gravita sul rapporto dialettico tra «vita» e «forma».
La vita, pur essendo continuamente mobile, per un destino burlone tende a calarsi in una «forma» in cui resta prigioniera e dalla quale cerca di uscire per assumere nuove forme, senza mai trovare pace. Dal rapporto tra «vita» e «forma» deriva il relativismo psicologico, che si svolge, per così dire, in due sensi: in senso orizzontale, con riguardo al rapporto dell’individuo con gli altri, e in senso verticale, inerente la sfera del rapporto dell’individuo con se stesso.
Secondo Pirandello gli uomini non sono liberi, ma sono come tanti pupi nelle mani di un burattinaio invisibile e capriccioso, il caso. Quando noi nasciamo ci troviamo inseriti, per puro caso, in una società precostituita regolata da leggi e abitudini fissate in precedenza, indipendentemente dalla nostra volontà. Inseriti in un determinato contesto o società, a noi stessi assegniamo una maschera, obbligandoci a muoverci secondo schemi ben definiti che accettiamo o per pigrizia o per convenienza senza avere mai il coraggio di rifiutarli, anche quando contrastano con la nostra natura. Sotto la maschera il nostro spirito freme per la sua continua mutabilità, ma ci freniamo sia per non urtare contro i pregiudizi della società, sia per la nostra tranquillità, perché, nel mondo mutevole ed enigmatico in cui viviamo, quella nostra «forma», o maschera fissa, è l’unico punto fermo al quale ci aggrappiamo disperatamente per non essere travolti dalla tempesta. Ma a volte capita che l’anima istintiva, che è in noi, esploda violentemente, in contrasto con l’anima morale, facendo saltare ogni pudore e freno inibitorio. Allora la maschera si spezza e siamo come un violino fuor di chiave, cioè stonato, come un attore che si mette a recitare sulla scena una parte del copione che non gli è stata assegnata. Anche in questo caso, tuttavia, non abbiamo motivo di rallegrarci perché, una volta usciti dalla vecchia maschera, il senso di libertà che proviamo è di breve durata in quanto il nuovo modo di vivere ci imprigiona in un’altra «forma», diversa sì dalla prima, ma altrettanto soffocante, e allora tanto vale rientrare nell’antica «forma»: un ritorno che però si rivela impossibile per il continuo mutare della realtà.
Secondo Pirandello, quando l’uomo scopre il contrasto tra la «forma» e la «vita» può reagire in tre modi, passivamente, ironicamente e drammaticamente. La reazione passiva è quella dei deboli che si rassegnano alla maschera che li imprigiona, incapaci di ribellarsi o delusi dopo l’esperienza di una nuova maschera: chi si rassegna sente la pena di vedersi vivere come se i suoi atti fossero staccati da sé e appartenessero a un’altra persona; vive perciò quel senso doloroso della frattura tra la vita che vorrebbe vivere e quella che è costretto a vivere. Foto e Video su Pirandello

La reazione ironico-umoristica è caratteristica di chi non si rassegna alla maschera e poiché non se ne può liberare, sta al gioco delle parti, però con un atteggiamento ironico, polemico, aggressivo e umoristico in senso pirandelliano. Infine la reazione drammatica quella di chi che, sopraffatto dall’esasperazione, né si rassegna, né riesce a sorridere alla vita, e allora si chiude in una solitudine disperata che lo porta o al suicidio o alla pazzia. Il disagio dell’uomo non deriva dunque solo dall’urto con la società, ma anche dalla continua ribellione del suo spirito che non gli permette di conoscere bene se stesso, né di cristallizzarsi nel rapporto vita-forma in una personalità definita.
Proprio per il suo continuo divenire l’uomo è nello stesso tempo “uno, nessuno e centomila”: è uno perché è quello che di volta in volta crede di essere, è nessuno perché, dato il suo continuo cambiamento, è incapace di fissarsi in una personalità, né si riconosce nella forma che gli altri gli attribuiscono; è infine centomila perché ciascuno di quelli che lo avvicinano lo vede a loro modo ed egli assume tante forme o apparenze, quante sono quelle che gli vengono attribuite.

La poetica dell'umorismo

L’umorismo è il «sentimento del contrario» che nasce dall’azione combinata di due forze diverse ma complementari. Le due forze sono il sentimento che crea le situazioni della vita, e la ragione che interviene e le analizza scomponendole nei loro elementi costitutivi che ne rivelano i meccanismi. Per spiegare la complementarità delle due forze da cui si genera l’umorismo, Pirandello si serve di due significative immagini: la prima paragona la ragione a una superficie di acqua gelata in cui il sentimento si tuffa e si smorza, e dove il friggere dell’acqua rappresenta il riso che l’umorista suscita; l’altra vede la ragione come un demonietto che ha lo scopo di squarciare i veli che avvolgono la realtà per penetrarla a fondo e smontare i congegni di cui ogni caso della vita è formato.

La perdita dell'identità nel romanzo "Uno, nessuno e centomila"

Vitangelo Moscarda, protagonista del romanzo, si scopre improvvisamente diverso da come pensava di essere in seguito a una osservazione fatta dalla moglie Dida, ovvero che il suo naso pende verso destra, mentre egli l'aveva sempre considerato diritto. Per la moglie e per gli altri egli quindi non è stato quello che credeva di essere, e fa di tutto per distruggere le immagini che gli altri avevano di lui. Non potendo raggiungere la verità, precipita nella follia. Vende la Banca ereditata dal padre, e col ricavato fa costruire un ospizio di mendicità dove finisce, mendico alla pari degli altri, "con il berretto, gli zoccoli e il camiciotto turchino", senza nome, senza personalità, "nessuno". Preferisce vivere come una pianta o una pietra, non più tormentato dal tarlo del pensiero. Prevale nel romanzo quel filosofare ostinato che fa del protagonista una delle figure più dolenti dell'intera opera pirandelliana.

Pirandello e il Fascismo

Riferendoci al contesto storico-politico della sua attività, i rapporti di Pirandello con il Fascismo furono alquanto problematici. Carente di una convinta giustificazione ideologica, è clamorosa l'adesione dello scrittore al Fascismo nel 1924, proprio all'indomani del delitto Matteotti: si iscrive al partito fascista attraverso un breve telegramma indirizzato a Mussolini, dichiarando di voler aderire come «umile e obbediente gregario». L’episodio appare paradossale e molto pirandelliano, perché avvenne nel momento di maggiore debolezza politica del regime, quando le opposizioni sembravano sul punto di far cadere il Governo. Pirandello divenne fascista per più motivi: per il suo innato gusto dell’andare controcorrente; per la sua radicata diffidenza verso i partiti politici tradizionali; per un bisogno di certezze che andassero oltre le barriere del suo relativismo. Egli vede infatti nel Fascismo un movimento rivoluzionario che incarna quella forza della vita capace di rompere le cristallizzazioni sociali, dandone quindi una interpretazione anarchica. Agli entusiasmi iniziali, però, seguono ben presto delusioni e risentimenti; e Pirandello a mano a mano si sottrae all’abbraccio del regime, viaggiando molto e risiedendo spesso all’estero.

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Egli vedeva riflessa negli sfarzi del regime quella stessa antinomia tipica della vita dell’uomo, ovvero il contrasto tra quell’apparire forte e invincibile e in fondo il «non esserlo».

Il Fascismo

Il Fascismo fu un movimento politico nato nel nostro paese come reazione e conseguenza della grave crisi politica ed economica seguita alla Prima Guerra Mondiale. Dopo la fine vittoriosa della guerra, infatti, anziché godere dei frutti della vittoria, il paese si era trovato a fronteggiare una situazione difficilissima: tensioni e contrasti interni, maturazione politica dei ceti più poveri, dissesto delle finanze pubbliche, aumento dei prezzi, disoccupazione. L'inefficienza economica aveva stimolato il rafforzamento dei partiti di massa, soprattutto fra gli operai e i cattolici dell'ambiente contadino, fu proprio in questo sconvolgimento sociale che nacque e si andò affermando il movimento fascista. Esso aveva un programma vago ed era alla ricerca di un'ideologia; tentava di fondere i motivi nazionalistici, cari soprattutto agli ex-combattenti, con la polemica contro l'inefficienza del parlamentarismo, che trovava facili consensi anche negli ambienti piccolo-borghesi. Il Fascismo infatti, nella misura in cui rifiutava ogni piattaforma di lotta fra le classi e faceva appello al principio della superiore “unità nazionale“, sembrava fornire un'efficace alternativa tanto alla debolezza della classe politica, quanto al sovversivismo socialista. Tuttavia proprio l'esaltazione di un ipotetico “primato nazionale“, da raggiungere non più nel segno di una politica liberale, ma attraverso un esplicito rifiuto degli ideali democratici e una vigorosa difesa della “disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini“, accentuò i metodi della violenza fisica, con l'intervento delle “squadre d'azione“, che si diffusero alla prima sconfitta politica del movimento nelle elezioni del 16 novembre 1919.
L'alta industria aveva trovato nel Fascismo la forza da opporre alle rivendicazioni operaie (che raggiunsero il vertice con le occupazioni delle fabbriche nel 1920), infatti divenne lo strumento della reazione e sviluppò massicci attacchi contro gli avversari (soprattutto contro i socialisti e i cattolici-popolari). Giolitti, reputando che il Fascismo sarebbe stato un fenomeno transitorio, consentì alla sua strumentalizzazione per spegnere la carica rivoluzionaria dei socialisti. Ma il movimento fascista divenne partito nel novembre 1921 e cercò di darsi una dottrina; Mussolini, prima di puntare decisamente al potere, tentò la politica delle alleanze: entrò, per le elezioni del 1921, nei “blocchi nazionali“ giolittiani e cercò l'alleanza con i socialisti e i popolari.
Il patto di pacificazione con i socialisti non convinse i fascisti intransigenti; rappresentò quindi una parentesi brevissima; ripresero scontri e lotte, e il Fascismo, nuovamente autonomo, si appoggiò ai liberali, convinti e fiduciosi che il movimento di Mussolini avrebbe restituito a molti il senso dello Stato.
La Marcia su Roma e la formazione del primo governo Mussolini segnarono il crollo delle istituzioni liberali e democratiche.
La Marcia su Roma (28 ottobre 1922) non fu tuttavia la conquista del potere, ma il cammino verso il potere e, mentre socialisti e comunisti si schierarono subito all'opposizione, molti liberali e popolari si illusero di poter controllare l'ascesa del fascismo. Il primo governo di Mussolini, formato da fascisti, liberali, popolari e indipendenti, poté così ottenere una larga maggioranza alla Camera. Cominciò lo svuotamento delle istituzioni parlamentari e l'avvio a uno stato dittatoriale con l'inquadramento delle camicie nere nella “Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale“ (vero esercito di partito messo direttamente “agli ordini del capo di governo“) e con la creazione del Gran Consiglio del Fascismo (11-14 gennaio 1923), destinato nel 1928 a diventare l'organo supremo che avrebbe coordinato tutte le attività del regime. Inoltre, la riforma elettorale del 1924, con la legge Acerbo che riduceva la rappresentanza dell'opposizione, accentuò le violenze e i brogli elettorali fascisti, che il deputato socialista G. Matteotti denunciò alla Camera e l'atto coraggioso gli costò la vita a opera di alcuni sicari fascisti (10 giugno 1924). Il suo corpo fu trovato il 16 agosto.

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Il delitto Matteotti scosse profondamente l’opinione pubblica. Mussolini il 3 gennaio 1925 si prese la totale responsabilità politica del delitto. Ammetteva pubblicamente tutto ciò e con questo si chiudeva l’equivoco legale e si apriva la dittatura.
A partire dal 1925 il progetto politico di Mussolini mirò alla fascistizzazione avviando provvedimenti istituzionali che trasformarono profondamente il carattere costituzionale, parlamentare e liberale dello Stato italiano. Interpreti di tale trasformazione furono le leggi dette fascistissime varate tra il 1925 e il 1928, in virtù delle quali il capo del governo era reso responsabile solo di fronte al re, veniva soppressa la libertà di associazione mettendo fuori legge i partiti politici, a eccezione di quello fascista, erano soppresse le autonomie locali, sostituendo i sindaci elettivi con podestà nominati dal sovrano, venivamo chiusi tutti i giornali antifascisti e tutta la stampa era sottoposta a dei severi controlli. Il tribunale speciale per la difesa dello stato fu lo strumento con cui la giustizia politica mise a tacere ogni opposizione, il suffragio universale democratico venne sostituito dalla legge elettorale plebiscitaria, che limitava il diritto di voto. Il centro della vita politica fu monopolizzato dal Partito Fascista, che si trasformò in una poderosa struttura burocratica destinata a intervenire in ogni aspetto della vita sociale.
La libertà sindacale fu abolita e sostituita con il regime corporativo, in cui i singoli settori dell’economia erano rappresentati all’interno dello Stato. Il corporativismo rimase in gran parte sulla carta e in realtà si tradusse nel congelamento della libera dialettica sindacale e del conflitto sociale. Il regime fascista dimostrò molto interesse per le tecniche di formazione e manipolazione del consenso: vennero fascistizzate le istituzioni esistenti.
Decisiva ai fini del consenso fu anche la politica religiosa del regime, culminata con la stipula dei Patti Lateranensi tra stato italiano e Vaticano, con cui i due poteri si riconoscevano e si legittimavano reciprocamente.
Proprio perché il regime voleva dimostrarsi forte, a partire dal 1925 avviò un vasto programma di "nazionalizzazione" del tempo libero, dai divertimenti agli sport, il cui primo passo fu la creazione nell’aprile dello stesso anno dell’Opera Nazionale Dopolavoro (OND). La creazione dell’OND rese istituzionali le iniziative già esistenti come i circoli ricreativi patrocinati dai sindacati fascisti e sorti autonomamente nelle vecchie sedi socialiste, eliminandone il carattere politico e sopprimendo le analoghe organizzazioni antifasciste.
Lo scopo primo dell’OND era inizialmente limitato alla formazione di comitati provinciali a sostegno delle attività ricreative, ma tra il 1927 e il 1939 da ente per l’assistenza sociale diventò "movimento" nazionale con lo scopo di vigilare sull’organizzazione del tempo libero.
Nel 1935 la nazionalizzazione del dopolavoro era perfettamente compiuta, e permetteva, attraverso i canali dell’OND, una rapida mobilitazione del popolo per la guerra in Etiopia.
Dal giugno di quell’anno Mussolini istituì il "sabato fascista" che interrompeva la giornata lavorativa del sabato alle ore tredici affinché il pomeriggio venisse dedicato all’istruzione di carattere pre e post militare. Aspetto significativo e importante dell’OND era quello dell’assistenza ai lavoratori, che avevano modo di sviluppare le proprie capacità fisiche, intellettuali e morali anche fuori dalle ore di lavoro. E poiché il Fascismo mirava a migliorare i rapporti fra capitale e lavoro al fine di eliminare definitivamente gli antagonismi fra le classi dannosi all’ascesa economica, l’Italia fu la prima nazione in Europa a concretare programmi ampi e razionali per l’istituzione del Dopolavoro.
Il regime considerando fondamentale quindi la missione educativa, dedicò cure maggiori all’educazione giovanile attraverso istituzioni di carattere assistenziale, risolvette tutti i problemi attinenti alla scuola ed esplicò un’opera rigorosa nelle istituzioni educative, scolastiche e parascolastiche, come la Gioventù Italiana del Littorio (G.I.L.).

Il motto della G.I.L. era "credere, obbedire e combattere"; essa organizzava tutti i fanciulli e i giovani italiani di entrambi i sessi, dai sei ai ventuno anni, nelle seguenti categorie: per i maschi, Giovani Fascisti, Avanguardisti e Balilla; Giovani Fasciste, Giovani Italiane e Piccole Italiane per le femmine; infine i Figli della Lupa per gli adolescenti maschi e femmine. Foto e Video su Pirandello
Il regime affidò quindi alla G.I.L. la preparazione sportiva, spirituale e premilitare di tutte le nuove generazioni, avendo un’attenzione particolare per la gioventù maschile alla quale cercava di infondere l’attitudine militare e impartiva una formazione che li preparasse alla vita in Marina o nell’Aviazione. Per la gioventù femminile, invece, si mirava a prepararla alla vita domestica tramite corsi nei quali le fanciulle italiane venivano addestrate al buon governo della casa e a quei lavori corrispondenti alle loro attitudini e alle esigenze pratiche della vita che avrebbero dovuto condurre.
Si entrava a far parte della G.I.L. all’età di sei anni come Figli della Lupa; poi, andando avanti con l’età, la gioventù italiana veniva inquadrata nelle seguenti categorie:
* Balilla e Piccole Italiane, dagli otto ai quattordici anni;
* Avanguardisti e Giovani Italiane, dai quattordici ai diciotto anni;
* Giovani Fascisti e Giovani Fasciste (che entravano poi nei Fasci femminili) dai diciotto ai ventuno anni.
La G.I.L. rappresentava "la primavera sana, pura, ardita della nostra razza che si prepara a tutti i primati e tutte le vittorie". Gli sport fondamentali che venivano praticati erano l’atletica leggera, gli sport invernali, il ciclismo, il nuoto, il pugilato, il tiro a segno. In tutta Italia vennero costruiti stadi, piscine e palestre.
Gli iscritti alla G.I.L. erano vincolati dallo stesso giuramento che prestavano gli iscritti al partito, perché nell’Italia fascista fanciulli, giovani e adulti non avevano che un motto: "Obbedire al Duce, servire la Rivoluzione". Uno degli spettacoli più belli offerti da questa nuova Italia era quello della sua giovinezza in camicia nera, fiera, vigorosa, che cantava e gridava la sua volontà di vita, di vittoria e la sua fede appassionata nel Duce. Un’altra istituzione educativa furono i Gruppi Universitari Fascisti (G.U.F.) nei quali si adunavano gli studenti universitari per partecipare alla vita del partito. In questa organizzazione gli studenti si associavano per educarsi e addestrarsi sia nello spirito che nel corpo, integrando in tal modo l’opera della scuola.
Manifestazione principale dei G.U.F. furono i Littoriali della Cultura e dell’Arte. Iniziati nel 1934, essi consistevano in competizioni di giovani su temi culturali e artistici o specificamente politici. Tenuti ogni anno dal 1934 al 1940, essi dovevano registrare "anno per anno il grado di preparazione e di sensibilità delle giovani generazioni dell’intelligenza fascista". Ai Littoriali parteciparono i giovani migliori del regime, i più critici, molti dei quali però poi s’indirizzarono all’antifascismo militante.
I miti introdotti e ripresi dal Fascismo costituiscono la chiave per intendere l’adesione dei giovani al regime; infatti per quanto essi possano oggi apparire incoerenti e persino ridicoli, antiquati e mistificanti, fu proprio attraverso questi, inculcati sin dall’infanzia e insistentemente ripetuti, che l’ideologia fascista fece presa sulle nuove generazioni.
I giovani costituirono dunque un riferimento costante della propaganda fascista e la loro adesione fu uno dei capisaldi dell’immagine che il Fascismo voleva dare di sé. Non è un caso che l’inno ufficiale del regime fosse Giovinezza e che i bambini fossero irreggimentati sin dai primi anni nelle maglie dell’organizzazione fascista. Giovane era chi dimostrava una disponibilità totale, gusto del rischio, chi era pronto a compromettersi sino in fondo per il trionfo della rivoluzione fascista.

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