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Pirandello e la letteratura italiana degli anni ‘90 del XIX

Già verso la metà degli anni ‘90 del XIX secolo Pirandello muove i suoi primi passi nel mondo della letteratura teatrale. E' del 1896 Il Nibbio che tuttavia, insieme ad altre opere dello stesso periodo, non si trasforma in rappresentazione. E' a Roma che nel 1910 per la prima volta due sue novelle (Lumìe di Sicilia e La Morsa) furono drammatizzate e date alle scene dalla compagnia di Nino Martoglio. Durante gli anni del primo conflitto mondiale, Pirandello raggiunge la sua maturità produttiva e in breve riesce a scrivere commedie che saranno messe in scena nei più importanti teatri italiani, a partire da quelli milanesi e romani.
L’autore rimane ancora legato alla sua vena ispiratrice che vede la trasposizione in atti delle novelle, ancorate, in modo diverso da quelle verghiane, alla tradizione della sua terra, la Sicilia. I testi sono redatti in doppia forma: in lingua siciliana e in italiano. E’ noto, infatti, che mentre una sua commedia era in scena nell’Italia peninsulare in lingua, nei teatri catanesi e palermitani la stessa vedeva gli attori esprimersi in vernacolo. Note sono quelle della compagnia di Angelo Musco, che per la fama superarono solo l’ambito regionale ma ebbero la possibilità di trasformarsi in veri e propri film nella iniziale e timida produzione italiana. Si ricordino soprattutto i film “Pensaci Giacomino!”, “Liolà” e “Il Berretto a Sonagli”.

Diversamente dal verismo, le vicende pirandelliane si inseriscono a tutto titolo nel cosiddetto dramma borghese, che si incentra sui problemi della famiglia e sul denaro, vale a dire sull’adulterio e sulle difficoltà economiche. E' un dramma serio che spesso diventa enfatico e sentimentale e che si muove sui temi della verosimiglianza, con un elemento nuovo e del tutto originale, ovvero quello dello psicologismo, che considerava l’esistenza come il risultato di un rigido consequenzialismo, un fortissima correlazione tra causa e effetto.

I personaggi di Pirandello esprimono una forte e rigorosa rigidità, che sempre li porta ad esplodere o a implodere a causa delle convenzioni sociali che stabiliscono a priori ruoli e comportamenti, misconoscendo le pulsioni psicologiche e le tensioni dell’uomoc.


Così è (se vi pare)

Testo teatrale del 1917, che deriva da una novella composta e pubblicata nello stesso anno con il titolo “La signora Frola e il signor Ponza, suo genero”. La novella appartiene al periodo della maturità, in cui sono presenti i dati essenziali della concezione pessimistica dell'autore e della sua meditazione sulla compresenza di ciò che egli chiama fantasmi e realtà. Punto di partenza della novella è l’impossibilità della conoscenza del reale, che coincide col dubbio, mai superato, sull’impossibilità di compiere una distinzione sicura tra ciò che diciamo reale e che a volte coincide con ciò che possiamo accertare con i nostri sensi, e ciò che diciamo fantasma che è prodotto dell’immaginazione, a cui non possiamo non attribuire le competenze della realtà.

L’uomo vive una situazione psicologicamente dissociata perché non sa e non può optare per uno dei due punti trovandosi, in fine, ad essere assalito da angoscia e da squilibri, incapace di avere il pieno possesso della propria identità.
E’ evidente la critica alla cultura positivista, che basava il suo credo sulla fede incondizionata nella scienza, e alle sue certezze, che avrebbero liberato l’uomo da tutte le sofferenze e le limitazioni, che invece, per Pirandello, sono del tutto prive di basi incorruttibili o definitive, in quanto ogni persona, cosa, evento sono sempre relativi.
La vicenda del dramma teatrale si discosta di poco dalla novella, e narra del signor Ponza che tiene relegata la moglie nel suo alloggio alla periferia di una cittadina di provincia, perché la suocera, signora Frola, non possa vederla se non da lontano. L’uomo afferma che si tratta, in realtà della seconda moglie, mentre la prima era la figlia della signora Frola morta in un terremoto.

L’anziana donna è pazza, sostiene sempre il genero, ed è convinta che si tratti ancora di sua figlia. A sua volta la signora Frola crede che il pazzo sia il genero e che la donna relegata in casa sia davvero la figlia che si finge una seconda moglie per assecondare il marito.

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Il caso suscita la curiosità di tutta la cittadina, i cui abitanti, con una indiscrezione che sconfina nella crudeltà, si affannano per far venire alla luce la verità.

Al termine compare in scena la signora Ponza, velata; tutti ritengono di poter finalmente avere la soluzione dell’enigma, di sapere se ha ragione il signor Ponza o la signora Frola, ma la donna delude le loro aspettative, poiché si limita ad affermare che lei è colei che ognuno crede che ella sia ma lei per se stessa è nessuna di quelle credute dagli altri.
E con questa commedia che Pirandello porta sulla scena la critica al cosiddetto “relativismo assoluto”, che avrebbe la pretesa di definire una volta per tutte una verità in modo oggettivo e definitivo.

Già nel titolo del capolavoro pare che si voglia sottolineare l’impossibilità di sciogliere il dilemma.
Per dar corpo alla drammatizzazione, Pirandello non ha avuto il bisogno di alterare i meccanismi scenici convenzionali. Infatti la vicenda è ambientata in un interno domestico e non vi è stato il bisogno di una proiezione al di là della quarta parete, vale a dire che l’azione si svolge all’interno del modellino chiuso tipico della ‘commedia borghese’. Il luogo è adatto affinché si compia l’impossibilità d’identificazione della signora Ponza, contesa da una madre e da un figlio. Il salotto e lo studio del consigliere di prefettura rappresentano i luoghi in cui convergono i signori e le signore di provincia, esasperati dalla curiosità ma che torneranno, in seguito, a chiudersi dentro l’uniformità degli atti quotidiani senza che l’inquietante terzetto vi abbia introdotto un barlume di verità. D’altra parte l’autore veicola al lettore o allo spettatore che anche se si riuscisse a sciogliere l’enigma della signora Ponza, comunque resterebbe immutata la realtà fittizia, ‘irreale’ dentro la quale ciascuno di quei personaggi vive.

Spetta a Laudisi (il personaggio fuori dal coro, il probabile personaggio principale, il personaggio che potrebbe rappresentare lo stesso autore o il lettore più attento all’interpretazione della ‘realtà’), lo scettico vanesio e petulante personaggio cui Pirandello affida il privilegio della battuta e della risata alla fine di ogni atto, sottolineare confini farseschi entro i quali resta limitata la logica del senso comune; fuori da questa logica c’è solo la sofferenza che garantisce un criterio di verità.
Al di là di Laudisi, ogni personaggio del 'Così è' ritorna alla situazione originaria di 'persona' e tenta di ritrovare la vita autentica, ma per poco, dal momento che è incapace di resistere agli assalti della sofferenza, per cui ridiventa 'personaggio', chiudendosi nella dimensione fittizia di un’illusione.
Il borghese lettore e spettatore dapprima rifiuterà di identificarsi con una immagine inquietante e scomposta che lo strappa al suo ruolo, poi, però, si riconoscerà sempre più in questo eroe da esistenza standard. L’irrealtà quotidiana che il borghese pirandelliano grottescamente denuncia provoca anche un’ansia di identità dentro l’opacità sociale della folla o del gruppo per coloro che sono alla ricerca di una luce che permetta loro di ‘brillare di luce propria’ cioè li identifichi come esseri originale ed esclusivi.
Così è (se vi pare) segna già un culmine in questa storia del personaggio pirandelliano: non si tratta infatti solo della 'parabola' della problematica insita nel relativismo a livello inconscio, psicologico; l’enigma della famiglia Frola—Ponza si regge su una solidarietà sado—masochista, fatta di brutalità e di reciproca compassione:
- stando alla dichiarazione della suocera, Ponza aveva rischiato di uccidere la moglie per frenesia d’amore e non aveva accettato la guarigione in clinica, l'aveva considerata morta per poi risposarla;
- stando alla dichiarazione del genero, è la signora Frola che si ostina a considerare sua figlia viva e a riconoscere nella sua seconda mogie la figlia.

Quale che sia la verità, entrambi continuano ad uccidere la morta—viva che sa di tener in vita il marito e la sedicente madre o, a questo punto, la madre e il sedicente marito, solo assecondando le loro illusioni.
Siamo di fronte ad una terribile violenza subita che viene accettata e ricercata per dare agli altri vita, illusoria s’intende!
Ma per i personaggi pirandelliani, si sa, l’illusione è una realtà potenziata.

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