maikli di maikli
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Il Medioevo ebbe inizio nel 476 d.C. con il crollo dell’Impero Romano.
Quando l’Impero si sfaldò si formarono tanti piccoli regni romano-barbarici e l’unico fattore unificante era la Chiesa. I popoli germanici invasori, oltre a frantumare definitivamente l’unità dell’impero d’occidente (perché quello d’oriente rimarrà in vita fino al XV secolo), introdussero anche costumi, leggi, mentalità e apporti linguistici, destinati a mutare profondamente le strutture preesistenti.
La ricostruzione di un organismo politico si ha con Carlo Magno, incoronato imperatore del sacro romano impero nella notte di natale dell’800 da papa Leone III. Sotto Carlo Magno l’impero raggiunse il suo massimo splendore, sia in campo economico che culturale; ma per controllare l’impero in tutta la sua vastezza lo divise in marche e contee, instaurando il sistema feudale. Alla sua morte l’impero venne diviso tra i suoi figli, comincia così a frantumarsi e i feudatari assunsero sempre più potere. Nacque in questo periodo il poema epico-cavalleresco, composto dalle canzoni di gesta che celebrano le imprese degli antiche eroi appartenenti alle classi aristocratiche. il poema si divide nel ciclo carolingio, che si incentra sulla gesta di Carlo Magno e dei suoi paladini, ha carattere popolare, patriottico e deve diffondere valori come la libertà, l’amore per la patria, la fedeltà verso l’imperatore e verso Dio, per questo motivo utilizza un linguaggio basso, e nel ciclo bretone, che si incentra sulla gesta di re Artù e dei cavalieri della tavola rotonda, unisce al tema della guerra quello dell’amore, rivolto ad un pubblico d’élite, utilizza un linguaggio più alto ed esalta le virtù del singolo eroe.

La società medievale era fortemente gerarchica e statica, con ceti sociali quali:
• Aristocrazia feudale (bellatores), detta anche aristocrazia d’arme perché formata da guerrieri.
• Clero (oratores), che era considerato il ceto intellettuale.
• Contadini o servi della gleba (laboratores), condannati alla condizione servile.
La rigidità di questa tripartizione è collegata ad una concezione generalmente condivisa da tutti e cioè che sia stato Dio stesso a volere una gerarchizzazione di questo tipo, in quanto si ritiene che questa struttura trinitaria corrisponda alla Trinità di Dio, quindi la società terrena è vista come un riflesso di quella celeste e in quanto tale assume un carattere sacrale, per cui immutabile. Tutta la visione del mondo è fortemente cristiana; l’ordine del creato, in quanto provvidenziale e voluto da Dio, è ritenuto perfetto e immutabile.
Non c’era curiosità di esplorare l’ignoto, ritenevano che la verità fosse data una volta per tutte.
Mentalità Dogmatica: non esisteva la verifica delle verità, ma solo l’accettazione di esse.
TRASCENDENTISMO: svalutazione della vita terrena; si riteneva che il fine della vita umana non è su questa terra, ma è raggiungibile con la salvezza eterna.
ASCETISMO: letteralmente significa esercizio che fortifica lo spirito contro il peccato, e rappresenta il disprezzo del mondo e della vita terrena perché costituito solo da sofferenze e dominato dalla morte incombente.
La società era così fortemente influenzata dalla religione per il ruolo centrale che essa aveva: al clero era affidato il compito di conservare e trasmettere il patrimonio culturale, essi infatti studiavano le arti liberali che comprendevano le arti del TRIVIO (dialettica, grammatica e retorica) e le arti del QUATRIVIO (aritmetica, geometria, astronomia e musica). Con il tempo alle scuole ecclesiastiche vennero affiancate le università laiche. Ed inoltre la Chiesa influiva anche sull’economia dell’epoca. Specie dopo il mille i fermenti polemici diedero vita ad una serie di movimenti, in cui le contestazioni dottrinarie spesso si fondevano e confondevano con rivendicazione di carattere sociale ed economico: movimenti che la chiesa riuscì ad assorbire al suo interno (come accadde per domenicani e francescani), talvolta espulse bollandoli come ereticali e combattendoli aspramente (come i catari, i valdesi, i flagellanti e i seguaci di Gioacchino da Fiore).
Una delle figure religiose più importanti dell’epoca fu San Francesco d’Assisi, il quale cogliendo il senso vivo e genuino dello spirito evangelico, diffuse il messaggio francescano della fiducia che si possa realizzare il regno di Dio sulla terra. Nato ad Assisi nel 1181, figlio di un borghese benestante, trascorse la sua infanzia nell’ambiente gaudente e mondano della buona società. Quando assisi dichiarò guerra a Perugia, fu costretto a parteciparvi, ma fu ferito e fatto prigioniero; tornato in libertà, riprese la sua attività militare, durante la quale maturò una profonda crisi spirituale. Si ritirò in eremo per confermare la sua vocazione, invano contrastato dal padre. Con gesto clamoroso si spogliò degli abiti dedicandosi ad una vita di povertà e apostolato. Ottenne la prima approvazione da papa Innocenzio III, andò in missione in oriente e tornato in Italia dettò la sua regola. Il suo scritto più conosciuto è il cantico delle creature, in volgare, dove loda Dio attraverso le sue creature. Un’altra importante figura della letteratura religiosa medievale è rappresentata da Jacopone da Todi. Nella sua poetica, in contrasto con quella di San Francesco, si ha una sintesi tra la teologia, l’eresia, il gioacchinismo, il francescanesimo e il movimento dei flagellanti. Nato a Todi, ebbe un tenore di vita gaudente e mondato fino alla morte della moglie. Questo evento lo indusse a cambiare vita, così dopo aver distribuito ai poveri tutti i suoi beni, si diede a una fida di umiliazioni mendicando. La sua esperienza mistica è segnata dal terrore che l’uomo possa ricadere nel peccato, perché egli è male, peccato, disordine. Per liberarci dal peccato occorre un’esperienza di dolore, mortificazione, l’invocazione continua dell’aiuto divino. Le sue laude sono divisibile in esperienze umane, che si presentano come documenti sul suo temperamento e sulle sue polemiche, ed esperienze mistiche.
Contemporaneamente nelle corti si sviluppa la poesia cortese o trobadorica in lingua d’oc. Gli autori sono detti trovatori, ma le gesta sono cantate dai giullari. La poesia è in volgare, rivolta ad un pubblico laico, non dotto; i testi sono espressione dell’interiorità dei poeti, che firmano le loro liriche. Tema principale è l’amor cortese, ovvero l’assoluta dedizione per l’amata. È questo però un amore che non può appartenere a tutti, ma soltanto all’uomo nobile, inteso come nobiltà d’animo che risiede nei cuori gentili.
Successivamente, verso gli inizi del duecento, mentre nell’Italia settentrionale fioriva la società comunale, nel sud Federico II, figlio di Enrico VI e Costanza D’Altavilla veniva incoronato imperatore della Sicilia. Durante il suo impero favorì la cultura laica ed fu utilizzato il latino soltanto per i documenti ufficiali, mentre per la produzione letteraria si usò il volgare illustre siciliano. La scuola siciliana si rifece ai trovatori provenzali per il modello estetico-letterario, ma se ne differenziò per i temi. Infatti, mentre la lirica cortese rispettava l’ambiente feudale e trattava temi amorosi, sociali e politici, quella siciliana rispettava l’ambiente di corte e l’unico suo tema era quello dell’amore. Il più importante poeta di questa scuola e Cielo d’Alcamo che scrisse “rosa fresca aulentissima”. Il testo fu composto tra il 1231 e il 1250 secondo la tecnica del contrasto, cioè a botta e risposta tra una donna del popolo e il suo corteggiatore. Nell’Italia settentrionale, non essendoci la monarchia, vi era più libertà di scrittura per cui all’unico tema della scuola siciliana se ne aggiungono altri, come la politica, l’economia, la società... nasce dunque la scuola toscana. Massimo esponente di tale scuola è Guittone d’Arezzo; nato nel 1235, fu di parte guelfa e per questo costretto all’esilio. La sua attività letterale è divisibile in due fasi: alla prima appartengono rime d’amore alla maniera provenzale, alla seconda rime di ispirazione morale e religiosa, tra i due periodi c’è un intermezzo di poesie politiche. Ed è proprio a questa fase intermedia che appartiene la sua opera più famosa, “ahi lasso!”. La canzone fu scritta dopo la rotta di Montaperti, dove i ghibellini di Firenze, con l’aiuto dei senesi, inflissero ai guelfi una sanguinosa sconfitta e s’impadronirono del governo fiorentino. L’auto re comincia con un parallelismo tra la Firenze moderna, ricca di corruzione, e i valori della Firenze antica, procede spiegando le ragioni per ciò definisce folli i ghibellini che hanno gettato Firenze nelle mani dei senesi e dei tedeschi e conclude con un amaro sarcasmo.

Intorno all’ultimo decennio del duecento un gruppo di giovani poeti fiorentini, tra cui Guinizzelli, Cavalcanti, Alighieri e Cino da Pistoia, diedero vita ad un nuovo genere letterario: il dolce stil novo. Tema principale era l’amore, inteso come mezzo di salvazione morale e la donna fu considerata “angelo” che eleva a Dio. L’amore assume così una funzione altissima di redenzione e di salvezza, riscattandosi da ogni materialità. Ma un tal genere d’amore non può appartenere a tutti, giacché esso presuppone nobiltà d’animo e “cor gentile”. Destinato ad un pubblico elitario, composto soprattutto dalla borghesia emergente desiderosa della nobiltà, non più di stirpe, ma di animo, utilizza un’espressione poetica tersa, priva di qualsiasi rozzezza. Manifesto della nuova poetica è una composizione di Guinizzelli (giudice bolognese di parte ghibellina) “al cor gentil rempaira sempre amore”. Nell’opera vengono rappresentati attraverso molte similitudini naturalistiche tutti i concetti chiavi del dolce sti novo: l’identificazione tra l’amore e il cor gentile, il concetto di nobiltà d’animo e la donna-angelo.
Un altro autore stilnovistico è Guido Cavalcanti, dalla complessa personalità. Infatti un profondo dissidio ci dovette essere in Guido tra la religiosità mistica del medioevo e la nuova scienza profana e materialistica. Umano e divino sono in contrasto nell’anima di guido e la stessa donna è vista sì come portatrice di valori positivi, ma circoscritti entro i limiti terreni. Cavalcanti afferma che l’uomo è dotato di un intelletto razionale e uno sensitivo, che genera passioni.
L’amore per Cavalcanti è una passione terrena
In opposizione al dolce stil novo sia nelle proposte stilistico-formali sia nei modelli di vita, nasce la poesia comico-realistica. Considerata da molti critici inferiore al dolce stil novo, fu definita un gioco letterario, una poesia prodotta da intellettuali trasgressivi che manifestano il loro disprezzo. Essi proposero figure, temi, concetti fortemente dissacratori e irriverenti: si arriva all’invettiva contro i genitori, alla bestemmia, alla caricatura feroce, si sostituisce alla donna angela la femmina incolta e volgare, avida e materiale, all’amore sublime l’amore come gioia dei sensi. Il lessico è mordace, violento, popolare. Il massimo rappresentante è Cecco Angiolieri, un’anima tormentata e ribelle, piena di conflitti e di amarezze che sorride amaramente alle storture del mondo e della società, smascherandone le ipocrisie. Nacque a Siena da una famiglia agiata, ma i genitori furono aspri con lui: il padre, avaro, gli avrebbe negato l’amore per becchina, evento che lo trasformò da bravo ragazzo a pessimo giovane, la madre, dopo la morte del marito (annunciata con gioia da Cecco) se la intendeva con tre uomini. Grazie alla sua storia è possibile capire l’odio di Cecco nei confronti dei genitori, della società, dell’avidità… la sua opera più importante “si fesso foco arderei ‘l mondo” denuncia (attraverso l’uso della protasi e apodosi) il torpore della società del tempo, dedita soltanto all’accumuli di beni sacrificando gli affetti, ma anche la Chiesa. L’ultimo verso ci fa capire la giocosità della poesia, la così detta poesia di taverna ed esorta ad accontentarsi di ciò che si è.

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