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O IUBELO DE CORE

[Intensa gioia del cuore]

Parafrasi
1 – 3 O giubilo del cuore, che fai cantare d’amore.

4 – 8 Quando il giubilo si infiamma, allora fa cantare; e balbetta, non sa quel che si dica, dentro non può celare la dolcezza 8tanto è grande).

9 – 14 Quando giubilo è acceso, allora si grida; col cuore acceso d’amore, che non può sopportare; stridendo lo fa gridare e allora non se ne vergogna.

15 – 20 Quando giubilo ha preso il cuore innamorato, la gente che lo deride, considerando le sue parole poiché parla senza ritegno di ciò che sente caldo.

21 – 22 O giubilo, dolce gioia che è dentro la mente!

23 – 26 Il cuore diventa saggio nel nascondere la sua condizione; ma può evitare di fare clamore.

27 – 32 Chi non ha esperienza ti reputa impazzito, vedendo stranezza come di chi ha perso la ragione. Dentro ha il cuore ferito, ma dal di fuori questo non si sente.


Analisi
“O iubelo de core” è una lauda scritta nel Duecento da Jacopone da Todi. Questa composizione può essere considerata il primo componimento letterario.
Con il termine “lauda” ci si riferisce a componimenti poetici a sfondo religioso, essi sono infatti degli inni dedicati a Dio e, in questo caso, loda l’incontro mistico con Dio stesso. Queste forme religiose nacquero nel Duecento a Siena e Bologna, per poi diffondersi nel resto d’Italia.
Jacopone da Todi visse dal 1230 al 1306 e viene considerato il “padre” di questo nuovo genere letterario. Egli visse la maggior parte della sua vita da uomo colto, era infatti un notaio, ma quando trovò la moglie morta con un cilicio addosso decide di entrare nell’ordine dei Francescani e, in seguito, raggiunse un ruolo di spicco nella corrente degli Spirituali (i Francescani più rigorosi).
Egli iniziò a scrivere per scopo quasi autobiografico e non per i fedeli, che non potevano capire cosa si prova se non hanno mai avuto un’esperienza simile.
In “O iubelo de core” l’autore non esalta Dio o la Madonna, come era solito nelle laude, ma racconta l’incontro mistico col Signore, ne descrive la gioia che il cuore prova nell’amore per Dio.
In questo componimento risaltano la passionalità e l’incapacità di esprimere ciò che prova l’autore. Il testo è diviso in sei strofe di sei versi settenari , tranne la prima che è composta da due versi. “O iubelo de core, che fai cantar d’amore!” Quasi una premessa della poesia. Le figure retoriche dominanti sono l’anafora e la ripetizione. L’ anafora consiste nel ripetere nel corso del testo quello che è stata la prima frase: “O iubelo”, verso 1; “Quanno iubel” verso 9; “Quanno iubel” verso 15; “O iube”, verso 21. La seconda figura retorica consiste invece nella ripetizione di un concetto con dei sinonimi: “cantare”, “clamare”, “gridare” versi 4,10 e 13, “empazzito” e “desuanito” versi 28 e 30. Sono anche presenti due hapox, termini usati una sola volta in letteratura, essi sono “barbaglia” e “esvalianza”, versi 5 e 21.

Al contrario della letteratura religiosa contemporanea, Jacopone ha una struttura metrica ben definita e, pur scrivendo in volgare umbro, utilizza un lessico meno ricercato, più popolare, per far sì che fosse più comprensibile per i fedeli.

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