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Iacopone da Todi - O signor per cortesia

Appunto comprensivo dell'analisi della poesia di Iacopone da Todi, O signor per cortesia, poesia in cui si esprime pienamente la drammaticità dell'autore.

E io lo dico a Skuola.net
Iacopone da Todio - O Signor per Cortesia
O Signor per cortesia
manname la malsanìa!
A mme la freve quartana,
la contina e la terzana,
la doppla cotidiana
co la granne ydropesia.
A mme venga mal de dente,
mal de capo e mal de ventre;
a lo stomaco dolur' pognenti
e 'n canna la squinanzia.
Mal dell'occhi e doglia de flanco
e la postema al canto manco;
tiseco me ionga enn alto
e d'onne tempo fernosìa.
Aia 'l fecato rescaldato,
la melza grossa e 'l ventr'enflato
e llo polmone sia 'mplagato
cun gran tòssa e parlasia.
A mme venga le fistelle
con migliaia de carvuncilli,
e li granci se sian quelli
che tutto replen ne sia.
A mme venga la podraga
(mal de cóglia sì me agrava),
la bisinteria sia plaga
e le morroite a mme sse dìa.
A mme venga 'l mal de l'asmo,
iongasecce quel del pasmo;
como a can me venga el rasmo,
entro 'n vocca la grancia.
A mme lo morbo caduco
de cadere enn acqua e 'n foco
e ià mai non trovi loco,
che eo afflitto non ce sia.
A mme venga cechetate,
mutezza e sordetate,
la miseria e povertate
e d'onne tempo entrapparìa.
Tanto sia 'l fetor fetente
che non sia null'om vivente,
che non fuga da me dolente,
posto en tanta enfermaria.
En terrebele fossato,
che Riguerci è nomenato,
loco sia abandonato
da onne bona compagnia.
Gelo, grando e tempestate,
fulgure, troni e oscuritate;
e non sia nulla aversitate,
che me non aia en sua bailìa.
Le demonia enfernali
sì mme sian dati a menestrali,
che m'essèrcino en li mali,
ch'e' ho guadagnati a mea follia.
Enfin del mondo a la finita
sì mme duri questa vita
e poi, a la scivirita,
dura morte me sse dìa.
Allegom'en sseppultura
un ventr'i lupo en voratura
e l'arliquie en cacatura
en espineta e rogarìa.
Li miracul' po' la morte,
chi cce vene aia le scorte
e le deversazioni forte
con terrebel fantasia.
Onn'om che m'ode mentovare
sì sse deia stupefare
e co la croce sé segnare,
che reo escuntro no i sia en via.
Signor meo, non n'è vendetta
tutta la pena ch'e' aio ditta,
ché me creasti en tua diletta
et eo t'ho morto a villania.


Analisi
* In questa poesia si esprime pienamente la drammaticità di jacopone e il suo considerarsi essere piccolissimo davanti a dio in questo componimento egli invoca su di se tutte le malattie possibili non per puro autolesionismo ma perché vuole morire di una morte dolorosa per poter diventare uno spirito vicino a dio.
* Il componimento comprende 74 versi nella prima parte jacopone invoca a se tutti i mali fisici; nella seconda parte jacopone prega dio affinché gli conceda di morire di una morte dolorosa; nella terza tratta l’argomento dell’abiezione post-mortem. Infine nella conclusione cioè nell’ultima strofa spiega perché l’uomo ha meritato queste sofferenze.
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