Miyuki di Miyuki
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Il Cantico di frate Sole è fra le più antiche pagine della nostra letteratura. Anche se cronologicamente altre composizioni, comparse in altre regioni d'Italia, possano rivendicare la loro precedenza, è certo ceh nessuna ha così ricco significato ideale come questa scarna laude di San Francesco. Il mistico ardore che la percorre e anima tutta ci ricorda che la nostra prima letteratura fu sempre dominata dal motivo religioso, caratteristico dell'età medievale, mentre il suo nuovo modo di sentire il divino, per cui è evidente un embrionale comporsi del dissidio tra la terra e il cielo, accenna già da lontano ai più terreni atteggiamenti della successiva età del Rinascimento.

Francesco nacque ad Assisi nel 1182. Figlio del ricco mercante Pietro Bernardone, visse dapprima vita spensierata e gioconda. Una malattia (1204) lo spinse a ripiegarsi su se stesso e gli apparve allora la vanità d'ogni bene terreno. Contro l'ostilità del padre si volse a predicare le gioie della povertà, della mansuetudine e dell'amore in Dio. Il fascino della sua ardente parola e del suo esempio fu tale che sempre più numerosi numerosi si raccolsero intorno a lui i seguaci: Bernardo, Egidio, Leone, Pacifico, Silvestro, Chiara. Dapprima il papa Innocenzo III <<solo verbo>>, poi nel 1223 Onorio III approvarono il nuovo ordine e la sua regola, che si erano venuti frattanto meglio precisando. La predicazione di S.Francesco esercitò vasta e profonda efficacia: influì sui costumi del tempo, persuase ai fedeli un più umano e composto ascetismo, alimentò la pittura, la poesia del duecento: l'opera stessa di Dante è ricca di motivi francescani. La leggenda, presto fiorita intorno alla figura del santo, ne ingigantì i contorni sì che egli esercita un suo fascino anche nella nostra pur tanto diversa civiltà presente. I pittori e i biografi hanno tramandato il suo amore alla campagna, le sue prediche alle tortore e al lupo feroce di Gubbio, le sue cure al lebbroso. Nel 1224, a S.Damiano, nel piccolo orto avrebbe dettato, dopo una notte di acute sofferenze, la laude di amore che attraverso tutte le creature si innalza a Dio. Solo l'ultima lode per <<sora morte corporale>>, con cui il cantico ha termine, sarebbe stata giunta al santo nell'ora della sua morte (1226) avvenuta presso Assisi, alla Porziuncola.

Il Cantico di frate Sole, come pare debba chiamarsi questa laude francescana, è una prosa ritmica, con rime e assonanze sparse liberamente. Il suo linguaggio rivela una notevole patina umbra. Nel canto l'uomo è unito alle creature della natura, al sole radiante e al fuoco <<robustoso>>, all'acqua <<umile e preziosa e casta>>, al vento, alle stelle <<clarite e belle>>, alla <<sora matre terra>>. Attraverso tutte le creature, unite in fraternità d'amore, s'innalza la laude a Dio <<altissimo, buono, onnipotente>>: e il mondo si riempie tutto di una voce di preghiera. L'uomo discende, fatto così francescanamente umile, a confondersi con la natura, quasi abdicando a ogni suo orgoglio: ma intanto la natura acquista voce umana ed esalta anch'essa il Dio degli uomini, con uguale fede ed umiltà. La terra disprezzata e sfuggita dall'estremismo degli asceti, come materia che tenta e imprigiona l'anima, si riempie nel cantico di una bellezza e luce divina che le riconcilia il cuore dei credenti. La povertà di Francesco vuole gli aggettivi più semplici, ma l'ardore religioso che è in lui li riempie dello stupore giocondo con cui i suoi occhi guardavano il creato e vi trovavano l'orma di Dio. Perciò il cantico oscilla tra una compostezza ieratica da inno sacro e una freschezza vivace di colori, un aprirsi arioso e pittoresco di paesaggi terreni. Questo pellegrinare per la terra e destare in ogni creatura la lode al Creatore è motivo nuovo nella nostra letteratura. Lo continueranno e svolgeranno poeti e pittori, Giotto e Dante fra i primi, e verrà un tempo in cui questo <<divino>> scoperto sulla terra appagherà interamente l'uomo, che non si volgerà più come un esule verso il cielo, beato ormai della divina bellezza delle cose create. Allora sarà già il Rinascimento, e il <<divino>>, presente in ciò che è terreno, acquisterà maggiore corporeità. Ma nel Cantico del sole vi sono già le lontane premesse anche di quell'età così diversa.

Noi guardiamo il cantico alla luce dei nostri moderni interessi e ne mettiamo perciò in rilievo ciò ceh più riesce significativo nel flusso della storia: vi sentiamo il segno di un più umano ascetismo, la presenza a noi cara di un afflato poetico. Ma il Poverello di Assisi non ebbe ambizioni artistiche. Il cantico gli proruppe dall'anima come voce del suo stupore religioso e della sua gratitudine a Dio per la divina bellezza del creato: voleva un tempo fare opera di edificazione, migliorare gli animi e portarli alla vera vita. Intenzione religiosa evidente nei primi versetti del cantico, e ancora negli ultimi, ove ritornano, appunto per questo sormontare della finalità morale, ammonimento di schietto e tradizionale sapore ascetico. Tutta la nostra poesia religiosa, del resto, oscillò tra questi due aspetti: fu effusione immediata del sentimento, mistico appassionamento, o ebbe intenzioni di persuasione morale. Rientra, così, più spesso nella migliore e più commossa oratoria che non nella poesia, anche se questa a volte spunta tra la pietà delle esortazioni e ci appare fiore tanto più vivo quanto più fiorisce inatteso.

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