molfab di molfab
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S'i fossi fuoco, arderei il mondo

S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo;
s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.
S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.
Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

Analisi del componimento:
Sul panorama variegato del XIII Secolo in Gallia Cisalpina e Italia Centro-Settentrionale, abbiamo una forte e libera società comunale nella quale è presente un substrato sociopolitico differente da qualsiasi altra forma di governo. Ecco affacciarsi una nuova classe sociale, quella dei borghesi, detentori di una spada, ma non nobili, con il libro in mano, ma non chierici. Erano dei mercanti, che usavano la spada per difendere i loro commerci e necessitavano di un'istruzione per poter fare questo lavoro. Dicevano di “essersi fatti da soli” e di non dover il loro prestigio ad alcuna dinastia o ad alcun antenato. Non apprezzavano dunque, per allietare le faticose giornate di lavoro, poemi d'amore destinati perlopiù alle corti, ma bensì prediligevano spettacoli comici o burloneschi. Questi avevano come temi fondamentali la vita faticosa, minacciata dalla povertà, dalla malattia, dalla vecchiaia ma, quasi a parziale risarcimento, erano farciti di gioie materiali, come il vino, il sesso o il gioco. Il registro non era dei più nobili, era molto basso e volgare, in più la concezione dell'amore era di tipo carnale, totalmente differente dall'idea francoprovenzale o stilnovista che prediligeva l'etica della cortesia e del “fine amor”. Era dunque una poesia popolare, una poesia non impegnativa, che tutti potevano capire e potevano apprezzarne la semplicità con la quale gli autori scrivevano. É molto particolare anche perché non troviamo nella poesia espliciti riscontri con quella che era la vita dell'autore, abbiamo come sfondo ambienti preclusi alla lirica d'arte, come il bordello o le taverne.

E proprio di questa poesia si fa principale rappresentante Cecco Angiolieri, l'autore del sonetto qui analizzato. Senese del 1260, fu in continuo diverbio col padre per aver speso e continuare a spendere in vizi borghesi tutti i danari di famiglia. Oppresso dai creditori, morirà nel 1313. La sua vita sembra il riscontro anagrafico di quello che era il panorama borghese protagonista delle sue stesse opere. La triade dadi, donne, taverne sembra la sua fede tanto da fondere il suo 'io' con la figura di uno sperperatore di denaro, di donnaiolo, di ubriacone. In questo sonetto canta la sua rabbia verso il mondo, verso questo mondo, tanto da volerlo distruggere.
Se fosse fuoco brucerebbe il mondo, se fosse vento lo tempesterebbe, se fosse acqua lo allagherebbe, se fosse Dio lo farebbe sprofondare. Qui abbiamo l'inizio delle anafore di “s'i' fosse”, usate per spiegare come ci distruggerebbe. Si immedesima in fenomeni naturali o divini, e il ritmo incalzante e martellante è controllato dalla presenza dei punti e virgola a fine verso. La tecnica del plazer e quella dell'adýnata rappresentano una serie di cose impossibili da realizzare, ma allo stesso tempo un elenco di cose piacevoli per l'autore. Se fosse Papa, sarebbe allor felice, tanto da mettere nei guai tutti i credenti. Se fosse imperatore sapete cosa farebbe? Taglierebbe a tutti la testa “a tondo” . Il ritmo decellera, aiutato dalla rottura delle anafore ad intervallo regolare e dal punto interrogativo. Si fa più evidente il registro volgare, segnando il passaggio all'immedesimazione in potenze umane, prima il Papa, poi l'imperatore, i soli che comandano l'Europa secondo la Monarchia di Dante. Incerta è l'etimologia della parola “a tondo”, tanto da rendere possibili due traduzioni: quella di tagliare completamente la testa a tutti i sudditi e quella di tagliare la testa a tutti quelli intorno. La poesia continua con il ritmo sempre più in discesa: se fosse morte, andrebbe dal padre; se fosse vita, fuggirebbe da lui: alla stessa maniera farebbe con la madre . Qui il tono caricaturale prende il sopravvento, arrivando, anche senza espliciti riferimenti alla vita privata, ad augurare la morte ai genitori. Ed è proprio la parola morte che abbassa l'entusiasmo e smorza il ritmo, creando una forte pausa. É in correlazione con la parola vita, tanto da rafforzarsi entrambe. Se fosse Cecco, com'è ed è sempre stato, prenderebbe per lui le donne giovani e belle e lascerebbe agli altri le vecchie e le zoppe . Qui il tono caricaturale lascia spazio a quello comico. Nello spazio fra essi il ritmo si ferma. Il chiasmo finale presuppone il ritorno al consueto tema dell'amore carnale e ci fa quasi dimenticare il delirio di onnipotenza distruttiva che ci aveva colto nei versi precedenti.
Questo capolavoro di poesia comico burlonesca allieta l'animo, e a differenza della poesia stilnovista è molto più leggero e semplice da comprendere, un vero e proprio esempio di lirica popolare.

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