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Noi siam le tristi penne sbigottite

In questa poesia scritta da Guido Cavalcanti, i protagonisti sono gli attrezzi che il poeta utilizza per scrivere e quindi loro si dirigono dalla donna amata per dare il messaggio d’amore del poeta. Qui vi è una evidente rappresentazione laica del poeta, dato che lui credeva, perseguiva l’averroismo ovvero la tripartizione delle anime, lui qui personifica se stesso agli attrezzi e quindi nn viene rappresentato come un unità, ma viene diviso in penne, cesoiuzze e coltellini, le quali tramite delle personificazioni antropomorfiche rappresentano lo stato d’animo del poeta: “penne sbigottite”. Inoltre sempre nella rappresentazione di queste personificazioni possiamo evincere la presenza di una figura logico semantica ovvero l’ipallage che si manifesta quando un aggettivo grammaticalmente si riferisce ad un termine nella frase, mentre logicamente si riferisce ad un altro termine.

La personificazione delle penne sbigottite ci mette in evidenza la paura che il poeta prova nel rivelare i suoi sentimenti alla donna amata. Invece le cesoiuzze e il coltellin dolente richiamano il taglio che l’amore prova e sottolineano l’allitterazione in S che richiama l’idea del taglio. Nella seconda quartina al 3 verso troviamo: “dice che sente”; questo è un evidente richiamo all’anima sensitiva, una delle 3 parti cui si può dividere l’animo umano.
Inoltre nella prima terzina troviamo “sospiri” che è una manifestazione di depressione.

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