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Casia e Anna Comnena

Nei lunghi secoli dell’Impero bizantino, solo due donne (oltre alle imperatrici) hanno lasciato della loro esistenza nella letteratura dell’epoca: Casia e Anna Comnena. Due donne vissute a oltre due secoli di distanza e molto diverse tra loro, la cui storia – sia pure in modo diversissimo – è ugualmente significativa.
Casia (o Icasia) nacque attorno all’810. Casia era una poetessa; della sua vita sappiamo veramente pochissimo. Quel che di lei si tramanda è che partecipò a una specie di concorso: accadeva, infatti, che gli imperatori scegliessero la moglie tra una moltitudine di aspiranti, che si ritenevano potessero avere le qualità prescritte. Ricorse a questa procedura anche l’imperatore Teofilo, alla cui presenza e al cui giudizio, un giorno, fu ammessa anche Casia. Le concorrenti erano tante, tutte bellissime.

La più bella era Casia: come, evidentemente, notò anche l’imperatore, che certamente non a caso si fermò dinnanzi a lei. Il suo interesse era evidente, la possibilità che la prescelta fosse lei era notevole. Osservandola attentamente, Teofilo le rivolse la parola dicendole (in verità, un singolare tipo di approccio) che le donne avevano sempre fatto del male. Chissà quale risposta si aspettava, il sovrano. O forse, in segno di deferenza, non si aspettava nessuna risposta. Casia, bella e di carattere, rispose: “Esse, però, sono state anche occasione per fare molto bene”. Teofilo giudicò la risposta troppo ardita. Evidentemente indispettito, voltò le spalle e si allontanò. Ovviamente non fu Casia la prescelta, ma la storia non finisce qui. Umiliata, Casia si ritirò in convento, dove trascorse il resto della vita.
Su Anna Comnena si hanno invece notizie autobiografiche. Anna, infatti, (nata nel 1083, e donna senza dubbio di grande cultura e notevoli doti artistiche) scrisse un’opera in quindici libri giunta sino a noi, intitolata Alessiade, dal nome del padre Alessio Comneno, di cui racconta la vita. Al di là degli eventi, quel che è molto interessante è l’opinione di Anna sulla condizione femminile. Le donne, infatti, che nell’opera sono figure imperiali, vengono esaltate in primo luogo per la loro devozione al ruolo materno: “nulla è uguale all’amore materno, non esiste difesa più forte di una madre, le sue preghiere per il figlio sono sostegno e guardiani invincibili”. Al tempo stesso, l’elogio maggiore che Anna riesce a fare a una donna è che “non aveva niente di femminile, nessuna delle debolezze che in genere manifestano le donne”.
Evidentemente, Anna condivideva sino in fondo l’opinione che gli uomini avevano delle donne. E quale fosse questa opinione non è difficile sapere.
Un noto proverbio dell’epoca diceva: “Il mondo periva, e mia moglie continuava ad adornarsi”. Quando non erano considerate dannose (come faceva Teofilo, a giudicare da quel che disse a Casia). Le donne erano giudicate futili, vanitose, incapaci di capire i grandi problemi e di vedere al di là del loro limitato, mondo femminile. A partire da una simile valutazione, la maggior virtù che si poteva chiedere a una donna, secondo Michele Psello (1018-1097), era il silenzio; e se proprio doveva parlare, almeno che a sentirla fosse solo il marito.

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