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La Scuola Siciliana

Intorno al 1194 a Iesi, nelle marche, nasce il futuro imperatore, erede di Enrico IV Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa, che portava tutto il nord e di Costanza d’Altavilla, ultima erede normanna, che portava in dote tutto il sud. Eredita dunque il titolo di S. Romano imperatore, contestato dai signori feudali del nord.

A 3 anni perde il padre e a 4 la madre, che però l’aveva affidato con lungimiranza alla tutela di Papa Innocenzo III prima di morire. Questo pontefice acculturato e colto aveva ridato forza alla chiesa. La sua figura era molto forte, come anche sarà l’influenza sul bambino.

Il suo regno fu principalmente caratterizzato da una forte attività legislativa e di innovazione artistica e culturale, volta a unificare le terre e i popoli. Federico stesso fu un apprezzabile letterato, caposcuola della prima scuola letteraria in volgare, cioè la scuola siciliana e convinto protettore di artisti e studiosi: la sua corte fu luogo di incontro fra le culture greca, latina, araba ed ebraica. Uomo straordinariamente colto ed energico, stabilì in Sicilia e nell'Italia meridionale una struttura politica molto somigliante a un moderno regno, governato centralmente e con una amministrazione efficiente, grazie a funzionari molto ben preparati.

Sono un gruppo di innovatori, funzionari cresciuti alla corte e improntati in studi giuridici. Questi giovani promettenti vengono dalla borghesia e dalla bassa feudalità, sempre sottomessa alla nobiltà e desiderosa quindi di riscatto. Federico II parlava sei lingue (latino, siciliano, tedesco, francese, greco e arabo) e giocò un ruolo importante nel promuovere le lettere attraverso la poesia della Scuola Siciliana. La sua corte reale siciliana a Palermo, dal 1220 circa sino alla sua morte, vide uno dei primi utilizzi letterari di una lingua romanza (dopo l'esperienza provenzale), il siciliano. La poesia che veniva prodotta dalla Scuola siciliana ha avuto una notevole influenza sulla letteratura e su quella che sarebbe diventata la moderna lingua italiana. Egli stabilì la sua corte in Sicilia, luogo di incontro e fusione di molte culture per la sua centralità nel Mediterraneo, dove creò una scuola di poeti ed intellettuali che ruotavano intorno alla sua figura, ed erano parte integrante della sua corte. La produzione poetica era riservata alla libertà dello spirito e non costituiva un lavoro o una funzione. In questo senso, la Scuola Siciliana fu un tentativo di realizzare una cultura universale e spirituale, La scuola e la sua poesia furono salutate con entusiasmo da Dante e dai suoi contemporanei, e anticiparono di almeno un secolo l'uso dell'idioma toscano come lingua d'elite letteraria d'Italia.

Fra il 1220 e il 1250 Federico II intervenendo sul territorio del sud Italia, nelle mani dei baronie e dei feudatari che tendevano all’insubordinazione, con un’ottima rete amministrativa e con addetti competenti e non corrotti, fedeli all’imperatore ha un difficile progetto in mente. Alla sua morte purtroppo questo si esaurisce.

Di tutti i componimenti appartenenti alla Scuola Siciliana quello di Protonotaro è l'unico ad esserci pervenuto interamente in lingua siciliana dal momento che le rime della scuola, a causa della grande diffusione che ebbero nel resto della penisola, ci sono giunte in codici toscani e pertanto trascritte in lingua toscanizzata. La canzone pervenutaci è pertanto un rarissimo esempio di siciliano illustre, cioè del linguaggio che i seguaci colti di Federico elaborarono attraverso il raffinamento della lingua parlata e comune, rendendo più regolari certe forme e introducendo il lessico tecnico della poesia d'amore provenzale.

Il valore della piazza in Italia e la teatralità
La teatralità fu un fenomeno molto importante per catturare l’attenzione di un pubblico analfabeta ma che pur non avendo presupposti culturali partecipa attivamente alla gestione della città. Questa partecipazione comporta la necessità di una lingua di comprensione collettiva, particolarmente usata nella piazza, luogo determinante per l’età medievale, derivante dal foro romano e ancor prima dall’agorà greca, che comportavano la convocazione popolare.

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