La scuola siciliana

I siciliani furono i primi a impiegare il volgare italiano nella poesia lirica d’amore. La poesia lirica nasce alla corte di Federico II, che aveva una concezione del potere accentrata e unitaria. Oltre a questo la Magna Curia e i suoi consiglieri e funzionari avevano cultura borghese e un’istruzione specifica. Da questo si capisce la sua mentalità ghibellina, laica, tanto che, oltre a combattere politicamente con la chiesa lo fa anche culturalmente, istituendo scuole e università laiche. Federico era molto istruito (era stato suo maestro il papa Clemente III) e fu anch’egli poeta in volgare. La poesia siciliana prenderà il sopravvento e tutti i poeti italiani verranno chiamati siciliani. La figura del poeta non è più quella del cavaliere cortigiano ma del funzionario borghese e che si dedica alla poesia per diletto. Così non c’è più alcun accompagnamento musicale e si parla più di cosa è l’amore e non della donna. Sono tre le strutture della poesia lirica: la canzone, la canzonetta e il sonetto. La prima, dal contenuto aulico e dal metro in endecasillabi o settenari, la seconda dagli argomenti meno nobili e più narrativi è in settenari o ottonari o novenari. Il sonetto, usato per la prima volta da Giacomo da Lentini, è composto da 14 versi endecasillabi, e ha argomenti discorsivi, teorici, filosofici e morali. Tutta la lirica siciliana, per il suo contenuto raffinato, ha un linguaggio aulico. Possiamo avere informazioni non dettagliate su questi per il declino improvviso di questa regione; ci sono arrivate solo le trascrizioni in Toscano.
Giacomo da Lentini
Funzionario imperiale, scrive canzoni, canzonette e sonetti, di cui è l’inventore. In tutto le sue opere sono 38. A differenza della lirica provenzale analizza l’amore dal punto di vista interiore, e cioè dei sentimenti che un uomo ha in queste situazioni. La fenomenologia dell’amore è scomposta in due parti: il piacimento (il piacere di vedere) e il nutriciamento (il piacere della fantasia). Le immagini che utilizza sono sociali e prese metaforicamente dalla natura. In Meravigliosamente , una canzonetta in settenari, si ha il topos dell’innamorato timido, ripreso dalla Provenza. Un sonetto di Giacomo è ‘ Io m’aggio posto in core a Dio servire ’, a rime alternate, il poeta in esso aspira al paradiso.
Gli altri siciliani
Da Giacomo partono due tendenze: una Tragica e l’altra Comica. La prima, meditativa e ad alto contenuto morale, la seconda narrativa e più popolare. Della lirica tragica sono importanti Guido delle Colonne e Stefano Protonotaro, autori di canzoni. Il secondo usa le stanze unisonati e cioè a una sola rima. Stefano è un Messinese di cui abbiamo 3 canzoni fra cui ‘ Pir meu core alligrari ’ unica canzone giunta a noi in Siciliano. Guido delle Colonne scrisse 5 canzoni dal contenuto alto,e in trobar clus cioè con uno stile chiuso, ermetico, aulico e complesso. Il suo stile è grave (si chiama gravitas). Dal lato opposto si trova la mediocritas di Cielo d’Alcamo, nel suo Contrasto.
Schema della canzone: formata da un numero variabile di stanze e da un congedo finale. La stanza si divide in fronte e sirma, divise da una concatenazione. La fronte è divisa in 2 piedi mentre il sirma può essere diviso in volte.
I siculo-toscani
Dopo la battaglia di Benevento nel 1266 la cultura Siciliana decade rapidamente. Ma i rapporti che erano avvenuti tra i Siciliani e gli esponenti dei partiti ghibellini nel resto d’Italia crearono un presupposto per lo sviluppo della poesia siciliana. Soprattutto i funzionari che provenivano da Bologna diffusero la poesia in Toscana e nella loro città. I nuovi rimatori aggiungono agli schemi della canzone e del sonetto la ballata e la canzone politica perché gli autori non fanno più parte di una corte ma sono liberi cittadini che partecipano alla politica. La lingua non è definita per colpa delle differenze nell’uso del toscano. Tra i primi autori si ricorda Bonagiunta e Guittone d’Arezzo. Guittone, nato nel 1230 e morto nel 1294 ad Arezzo, utilizza uno stile sperimentale, gonfio e retorico, e Dante lo ripudia come autore. Nella sua vita si trasferì a Bologna dove aderì ai cavalieri di Santa Maria lasciando la famiglia. Anch’egli usa il trobar clus nelle sue poesie d’amore; usa termini raffinati ma anche plebei; i suoi versi sono astratti e ogni fenomeno è scomposto in maniera analitica. Scrive poesie politiche e sociali dal significato sarcastico. Scrive poi delle lettere dove sfoggia il suo armamento retorico e la casistica morale. Ricorda ‘ Tutto ch’eo dirò “gioi”, gioiva cosa ’, sonetto a rima alternata.

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