Aleksej di Aleksej
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Romanzo cortese: etimologia e importanza nel Medioevo

Le radici del romanzo, maggiore genere narrativo dell’età moderna, possono essere fatte risalire alla civiltà delle corti feudali fiorita nell’Europa del tardo dodicesimo secolo e in particolare, per quanto riguarda la prima elaborazione, alle corti di lingua francese. Il termine "romanzo",dal francese medievale “romanz”,deriva dalla locuzione latina “romanice loqui” coniata per descrivere non un fatto letterario, ma un cruciale fatto linguistico: la distinzione tra latino e lingue romanze, ovvero, secondo la terminologia usata nel Medioevo, tra latino e volgare. L’espressione “romanice loqui”, letteralmente "parlare al modo degli abitanti dell’impero romano", si sviluppa in opposizione a latine (loqui), "parlare latino", riflettendo il fatto che il latino, lingua di cultura e delle occasione ufficiali, e le parlate effettivamente usate sono entità profondamente diverse. Verso la metà del XII secolo il termine “romanz” indica, le narrazioni in versi ottonari a rima baciata, che rielaborano il patrimonio mitico greco e romano o le antiche leggende bretoni sulla figura e le gesta di Re Artù. Nel XIII secolo, e sempre in Francia, romanz indica anche le narrazioni in prosa che ripropongono e sviluppano temi ed intrecci dei romanzi in versi. Questi nuovi testi, destinati fin dall’origine alla lettura e non ad un’esecuzione cantata, si propongono all’apprezzamento di un “pubblico ristretto” delle corti feudali. Si tratta di una novità di grande peso, poiché i maggiori generi già esistenti nella letteratura volgare del Medioevo, l’epica e la poesia lirica dei trovatori, erano concepiti per giungere ad un vasto pubblico attraverso il supporto del canto. Il “romanz” medievale "ha qualcosa da dire" soprattutto ai cavalieri e alle dame che vivono a corte. Da qui il suo nome moderno di "romanzo cortese". Non si tratta soltanto di un dettaglio d’ambientazione: il "nuovo" genere letterario si fa portavoce di un’altrettanto nuova cultura laica e aristocratica, la cultura delle corti. Si viene sviluppando un’idea di società in cui essere "cortese" e "cavaliere" non significa più semplicemente abitare presso una corte dipendendo da un signore, per il quale si presta servizio, ma anche condividere un sistema di valori e rispettare un insieme di regole di comportamento. Tra queste "virtù cortesi" si possono annoverare la fedeltà, la lealtà, la generosità, il coraggio in battaglia,il senso della giustizia, l’eleganza del portamento e dell’eloquio; inoltre, e forse soprattutto, la padronanza di una maniera nuova e assai peculiare di intendere l’amore, da coltivarsi come un’arte “fin’amour”, nel quale l’erotismo ed il piacere sensuale sono vissuti nel desiderio e non perseguiti come scopo. L’amore cortese comporta lotta interiore e sofferenza e in questo senso nobilita l’animo che, dominando le passioni, si purifica e si ingentilisce; un tipo di amore che però può realizzarsi solo al di fuori del matrimonio, spesso frutto di accordi per motivi dinastici. Quindi l’amore vero non è quello coniugale: questo principio audacemente laico viene affermato da Andrea Cappellano, in un suo trattato in lingua latina intitolato “De Amore”. Altro ingrediente fondamentale del romanzo cortese è il gusto per l’avventura e per il magico che genera due grandi filoni: il ciclo mitico-classico e il ciclo bretone. Il primo recupera il patrimonio leggendario della cultura greca e latina, rielaborandolo alla luce degli ideali e dei valori cavallereschi. Tre sono le opere più importanti di questo ciclo, composte alla corte di Enrico II Plantageneto, anonime tranne il Roman de Troie di Benoît de Sainte-Maure, un libero rifacimento dell’opera omerica. Con il Roman de Thèbes e il Roman d’Enéas, il Roman de Troie compone una trilogia celebrativa sulle origini della dinastia dei Plantageneti, che ha avuto un ruolo importante nella promozione letteraria dell’ideale cortese. I Plantageneti sarebbero stati discendenti dei Romani, che li avevano colonizzati, a loro volta discendenti dai troiani, sulle orme dell’Eneide di Virgilio. Più fortuna e durevole successo ha avuto il ciclo bretone o arturiano;ha preso corpo dall’ Historia regnum britanniae, una raccolta di antiche storie celtiche scritta da un uomo di chiesa, Goffredo Monmouth, nel quale compaiono le figure fondamentali del ciclo arturiano, a metà tra storia e leggenda: re Artù, Ginevra, Merlino. Quest’opera, scritta in latino, fu tradotta in francese antico, in versi di otto sillabe rimati a coppie, da Robert Wace, attivo alla corte di Enrico II Plantageneto, con il titolo di Roman de Brut che ispirò la letteratura bretone successiva e rese accessibile la leggenda arturiana anche a chi non conosceva il latino. Wace introdusse due fondamentali elementi della leggenda arturiana: la mitica spada di re Artù, Excalibur, e la Tavola Rotonda, attorno alla quale siedono con pari dignità tutti i cavalieri di Artù e che rappresenta la più completa espressione degli ideali cortesi e cavallereschi. Si apre così la strada al ciclo bretone del romanzo cortese, che non ha mai smesso di affascinare il pubblico. Il primo e maggiore autore di romanzi ambientati alla corte di re Artù,con intrecci basati su difficili amori tra cavalieri e dame, fu Chrétien de Troyes; un poeta della corte di Maria di Champagne ( figlia Enrico II Plantageneto ). I suoi “romanzi” ,in versi ottonari a rima baciati, si arricchiscono di due fondamentali elementi, il personaggio di Lancillotto e il Graal. Egli non ha "inventato" la figura di re Artù e la splendida corte dei suoi cavalieri, che figurava entro un patrimonio di leggende orali originariamente legate all’antica mitologia celtica, e che era già entrata nell’ambito della cultura scritta in opere storiografiche. Ha invece elaborato una struttura narrativa capace di dare dignità letteraria a questo patrimonio e insieme di renderlo significativo per il pubblico aristocratico del suo tempo, impegnato nell’elaborazione di un modello di comportamento ideale. Scrisse cinque romanzi che nel loro insieme formano la più completa espressione degli ideali cavallereschi,ognuno dei quali incentrato sulla storia di cinque eroici cavalieri: Erec et Enide, Cligès, Yvain, Lacelot e l’ultimo romanzo Perceval rimasto incompiuto a causa della sua morte. Amore perfetto, sancito dal matrimonio, e valore cavalleresco sono i temi dei primi tre romanzi. Con Lancillotto, si afferma l’omonimo personaggio, valoroso cavaliere innamorato della regina Ginevra, sposa di re Artù; si può considerare il “manifesto” dell’amore cortese inteso come servizio del cavaliere alla donna: qui però l’amore non si identifica con il matrimonio e contravvenendo ai principi del fin’amor si concilia con l’amore fisico. In questo romanzo Chrétien introduce il tema della queste, cioè del viaggio pieno di avventure e rischi, alla ricerca di un oggetto o di una persona che hanno un valore simbolico, tema che sarà sviluppato ed approfondito nell’ultimo romanzo Perceval. Altri temi fondamentali di quest’ultimo romanzo sono l’essenza dell’amore cortese e la formazione interiore del cavaliere che supera la sfera morale per entrare in una sfera mistica, religiosa. La queste del cavaliere è tesa alla conoscenza della vita, alla comprensione di Dio. E’ qui che compare per la prima volta il graal, oggetto allora conosciuto e appartenente all’immaginario celtico, contenente un’ostia santa in grado di risanare le malattie. Forse per questo, in seguito, è stato identificato come la coppa usata da Cristo per celebrare l’ Eucarestia durante l’Ultima Cena. Il graal quindi è forse il simbolo del legame tra Dio e l’uomo, volutamente lasciato senza spiegazioni da Chrétien , come se ogni uomo dovesse cercare da solo di penetrare il mistero della vita. Attorno a questo oggetto miracoloso con profondo significato spirituale, sono fiorite, dopo la morte di Chrétien, storie e leggende di ogni sorta e sono state coltivate, anche in epoca moderna, le ipotesi più stravaganti: che fosse un piatto, una coppa, un libro o anche una pietra preziosa. Non stupisce, quindi, se a distanza di secoli è sempre vivo l’interesse per le storie di re Artù e dei cavalieri della Tavola Rotonda, grazie alle molte opere letterarie, artistiche e cinematografiche ispirate al ciclo bretone che si sono succedute nel tempo. Tra i romanzi è da ricordare “La morte di Artù” (1485) dello scrittore inglese Thomas Malory da cui sono state tratte due pellicole cinematografiche “Excalibur” (1981) e “Lacillotto e Ginevra”(1974); tra le opere artistiche occorre ricordare “il Ciclo Arturiano” di Pisanello (1422-1442) dipinto nella sala d’ingresso del Palazzo Ducale di Mantova. Un’altra celebre vicenda celtica entrata a far parte del ciclo bretone è la triste storia d’amore tra il cavaliere Tristano, nipote del re Marco di Cornovaglia, e Isotta la Bionda, figlia del re d’Irlanda e promessa sposa del re Marco: i due giovani si innamorano perdutamente l’uno dell’altra dopo aver bevuto per errore un filtro d’amore; le conseguenze sono tragiche e causeranno la morte dei due amanti.Questa vicenda ci è stata tramandata dai romanzi in versi dei francesi Thomas, il Tristan” e Bèroul “il Roman de Tristan” (fine XII secolo); a queste opere si aggiunge un romanzo in prosa che inserisce la vicenda di Tristano alla corte di re Artù che ebbe molta fortuna in Europa alimentando la fama di Tristano come il più esemplare dei Cavalieri della Tavola Rotonda. Anche in Italia si è diffusa la leggenda di Tristano, ed il manoscritto più conosciuto è il Tristano Riccardiano conservato nell’omonima biblioteca di Firenze. L’infelice amore di Tristano ed Isotta ha avuto molta risonanza nella letteratura,nell’arte e nella musica: vi alludono Dante nel V° canto dell’Inferno, Tetrarca nei Trionfi, Thomas Malory nella Morte di Re Artù. La più importante e famosa elaborazione musicale è il melodramma ottocentesco “Tristano ed Isotta” di Richard Wagner.

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