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La poesia epica nell’Europa medievale

L’epica medievale - La poesia epica nel quadro dei generi letterari: i tratti caratterizzanti dell’epica sono la storicità (vera, alterata, simulata o presunta) del tema, anche se sia smarrita ogni consapevolezza cronologica, biografica o contestuale; il disporsi di un complesso di azioni intorno ad uno scontro fra parti contrapposte, rappresentato come decisivo per un’intera comunità e i suoi ideali; la presenza di un eroe che si batte e può morire per la comunità, e che nell’azione trova il senso del proprio onore.
Infine, frequente è l’anonimato dei testi, che sono destinati alla dizione pubblica da parte di un aedo o giullare, accompagnato da uno strumento musicale.

La poesia epica nell’Europa medievale: fra i poemi sopravvissuti, il più antico è il Beowulf, testo anglosassone dell’inizio dell’VIII secolo, che canta le gesta dell’eroe contro una creatura mostruosa e un drago: nel secondo scontro egli perde la vita. Seguono i carmi dell’Edda, dall’Islanda, con personaggi di ispirazione gotica e unna.

La forma originaria dell’epica germanica fu quella della “canzone eroica bifronte”, ossia di poemi che “in circa 100-200 versi svolgevano compiutamente una vicenda tragica in forma in parte narrativa e in parte dialogica”. Ne fu esempio l’Hildebrandslied, frammento di 68 versi dell’820, in cui si realizza l’antico motivo del duello fra padre e figlio, che il caso pone uno contro l’altro a loro insaputa.
Ma il testo epico germanico più famoso è il Nibelungenlied (La rotta dei Nibelunghi), in 39 canti, che rappresenta una sintesi-rifusione di materiali epici di lunga e varia tradizione. Il tema è la parabola dello sfacelo del feudalesimo tedesco a vantaggio dell’accentramento imperiale.

La discussione sulle “origini”; scrittura e oralità: Gaston Paris sostiene la tesi delle “cantilene” coeve ai fatti storici, ovvero all’epoca carolingia, base di un’attività poetica ininterrotta che attraverso l’operato dei rapsodi approda per gradi alla forma della canzone di gesta; Pio Rajna vede nei nostri poemi l’ultimo prodotto di una tradizione già formata in epoca merovingia e strettamente legata a remote tradizioni germaniche: queste due teorie condividono la positivista “nostalgia delle origini” e la concezione romantica della creazione spontanea e popolare di una ispirazione immediatamente suscitata dall’impatto degli eventi storici sulla memoria collettiva.

Joseph Bedièr spiega l’origine delle canzoni di gesta come il frutto della collaborazione di monaci e giullari maturato a partire dall’XI secolo, spezzando così la presunta tradizione ininterrotta di cantilene dai tempi lontani: gli elementi della chanson de geste riportabili alla storia carolingia andavano collegati a leggende fiorite attorno alle fondazioni monastiche e divulgate dai pellegrinaggi.
Paul Meyer individuava però in alcuni testi rapporti più allentati con la storia e distanti dai fatti, altri invece li riteneva di pura fantasia. Inoltre postulava a monte dei testi conservati, poemi già complessi ma meno estesi.

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