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Il Trecento e Boccaccio

Il Trecento fu un secolo di crisi per tutta l’Europa. Questa colpì tutti i fronti: quello economico, politico, sociale e demografico. L’economia che nei secoli precedenti era stata più o meno fiorente, con le nuove tecniche agricole, il nuovo sistema bancario, cominciò a rendere sempre meno: i terreni erano stati sfruttati troppo e quindi si cominciò a coltivare quelli meno fertili, lavorando di più e rendendo meno, anche le banche entrarono in crisi, come il commercio. La crisi si sentì anche nei “salotti aristocratici”: il papa si concentrò solo sul potere politico, così si arrivò ad avere due papi contemporaneamente sostenuti da due veri e propri partiti, quello italiano residente a Roma e quello francese di Avignone, il potere dell’imperatore diminuì sempre più fino a riguardare solo la Germania. In questo secolo si affermarono, come famiglia imperiale, gli Asburgo. Questi fattori crearono un clima di ribellioni che contribuirono ad accrescere la tensione. Assieme alla crisi, la diminuzione demografica fu causata anche dalle numerose epidemie provenienti dall’Oriente come la lebbra, portata in Occidente dai crociati. La peggiore però fu la peste che in pochi anni sterminò milioni di persone. Questa profonda crisi dei sistemi medievali, portò a le condizioni per la prima “rinascita dell’uomo”, per l’inizio dell’età moderna. Queste condizioni si avvertirono molto nel nostro paese, poeti come Boccaccio, influenzati dalla grande crisi generale, portarono avanti dei pensieri rivolti alla vita terrena, all’uomo appunto. Infatti Boccaccio, fiorentino come Dante e che commentò la sua Commedia e la definì divina, scrisse il Decameron: una raccolta di novelle riguardanti gli interessi terreni di uomini che costruivano il loro destino con intelligenza; il tema dominante è l’amore. Nel 1559 la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti, istituita dal consiglio di Trento, definì troppo terrena ed eretica questa opera e così, per il suo contenuto, ne proibì la lettura e ne bruciò le copie, forse perché la chiesa vedeva in quell’opera così terrena una minaccia non solo ai valori religiosi ma anche a quelli materiali.

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