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Il Rinascimento

L’antropocentrismo era uno dei caratteri fondamentali del Rinascimento. Anche molti aspetti dell’età moderna sono basati su questa convinzione. Nel Rinascimento la società divenne laica e immanente. Questa era la condizione necessaria affinché potesse avvenire un’osservazione libera della natura, che era la premessa per l’avvenimento della rivoluzione scientifica. Il Rinascimento si colloca storicamente nel Cinquecento. Esisteva un senso di problematicità dell’esistenza e di pessimismo che interessò la letteratura del Cinquecento e i suoi più illustri autori. Il Manierismo è un periodo storico che si sviluppò all’interno del Rinascimento stesso ed esasperava i caratteri tipici di questo periodo storico.
Il Rinascimento era uno sviluppo dell’Umanesimo, che era basato sulla ripresa del passato. In età rinascimentale vennero identificati dei classici di letteratura volgare. Il principio di imitazione dei classici nel Cinquecento venne ricondotto alla letteratura italiana. I letterati italiani si sentivano importanti tanto quanto quelli classici. Ciò era la testimonianza di una civiltà letteraria consapevole della propria grandezza. Nel Cinquecento trionfarono i principi estetici della bellezza (formale e spirituale), dell’ordine, della misura e della codificazione di precisi canoni ispirati a determinati modelli. Nel 1536 venne tradotta la Poetica di Aristotele e si diffuse molto rapidamente in nome del principio di codificazione perché in questa sua opera il filosofo greco passò in rassegna il pensiero di tutti i suoi predecessori. La lettura della Poetica fu però troppo rigida e generò il meccanismo simile alla concezione da cui il Rinascimento si stava liberando poiché questo comportamento assomigliava a un irrigidimento dogmatico. Questo aspetto caratterizzò soprattutto la seconda metà del Cinquecento, cioè il periodo del Manierismo, in cui tutti i modelli vennero portati all’esasperazione. Questo irrigidimento era il padre della poetica del bizzarro, che fiorì nell’età barocca. L’artifizio formale diventò una pratica esasperata. Il Manierismo era al servizio della logica repressiva e autoritaria della Controriforma.

Il contesto politico italiano del Cinquecento mostrava evidenti sintomi di decadenza che erano iniziati nel 1492 con la morte di Lorenzo il Magnifico. Firenze fu la città che si dimostrò più legata ai principi comunali. La Spagna conobbe un’epoca di espansione in Italia approfittando della condizione di crisi delle signorie italiche che erano in balia delle potenze europee. Anche lo scenario economico italiano era poco confortante. Nella società signorile le classi dirigenti facevano investimenti poco proficui legati spesso all’acquisto delle terre, continuando a disprezzare il denaro di cui i borghesi avevano continuamente brama. Intanto in Europa si stavano ponendo le fondamenta per la nascita del capitalismo. In età rinascimentale l’Italia aveva un posizione economicamente e politicamente marginale ed era esclusa dai maggiori avvenimenti del tempo, come il capitalismo e la riforma protestante.
La corte restava in centro della vita politica e culturale in cui dominava il mecenatismo, che però ebbe anche esiti negativi e vincolanti. Infatti molto spesso l’artista era relegato a funzioni encomiastico-celebrative. L’intellettuale era prigioniero di una corte e perdeva i contatti con la realtà storica, che costituiscono il sale della storia. Quel modello culturale così compatto e omogeneo era quindi profondamente antirealista. Due anomalie erano rappresentate da Firenze e Venezia. Firenze nel Cinquecento era ancora legata al modello comunale e all’Umanesimo fiorentino, mentre Venezia era un luogo libero in cui il potere non era concentrato nelle mani di un’unica persona e l’editoria vi trovò una grande diffusione, permettendo i contatti con i maggiori avvenimenti europei come il protestantesimo.
Un’altra dimensione importante era rappresentata dalle accademie. Le accademie erano sotto il controllo dei signori. Aldo Manuzio fondò a Venezia l’Accademia Aldina, frequentata anche da Bembo, uno degli autori più conosciuti del tempo. Machiavelli invece aveva frequentato l’accademia fiorentina degli Orti Oricellari. Anche Erasmo da Rotterdam frequentò l’Accademia Aldina.
Un fatto importante fu la diffusione della stampa e dell’editoria. Ariosto scrisse l’Orlando furioso per gli Estensi. Quando iniziò ad essere diffusa dalla stampa, Ariosto cominciò a pensare che la sua opera potesse essere letta da persone esterne alla corte che componevano una sorta di pubblico nazionale. In quel preciso momento storico vi era dunque la possibilità di pensare a una diffusione più ampia delle proprie idee.
Un altro elemento importante era rappresentato dal fatto che la letteratura per la prima volta divenne una merce e nel Cinquecento nacque un mercato librario. Essendo il libro fonte di guadagno, alcuni intellettuali iniziarono a scrivere seguendo i gusti del pubblico per poter vendere un numero sempre maggiore di copie. Questo tipo di letteratura è detto commerciale. Uno dei primi scrittori commerciali fu Pietro Aretino.
La stampa permetteva la massima diffusione dei principi rinascimentali e dei canoni classicistici. Grazie alla stampa si poteva produrre una quantità elevatissima di copie identiche all’originale, ponendo fine al sistema poco efficiente della trascrizione a mano. Il Rinascimento e i suoi principi ebbero una grandissima diffusione grazie soprattutto alla stampa. La figura dell’editore assunse un ruolo di grande rilievo all’interno della società rinascimentale. L’editore aveva delle responsabilità enormi perché aveva il compito di stampare la copia originale di una determinata opera, la quale doveva essere selezionata tra un’infinità di copie taroccate e piene di errori dalle quali si doveva risalire all’originale attraverso un intenso e accurato lavoro di filologia. Spesso era l’editore che determinava i gusti del pubblico. Per esempio Manuzio fu il promotore della diffusione dei modelli petrarcheschi.
L’antirealismo della letteratura post-medievale era aggravato dal classicismo, il quale è ossessionato dalla ricerca di modelli formali. Questa situazione forzata era per i letterati rinascimentali una sorta di prigionia. Pietro Aretino espresse più volte il proprio disagio nel dover essere relegato a corte e dover avere funzioni solamente encomiastico-celebrative.
La questione della lingua era molto aperta e riguardava la lingua scritta, non quella parlata. Questa lingua letteraria doveva essere piacevole e soddisfare i bisogni edonistici del pubblico rinascimentale. Il Cinquecento identificò dei modelli di lingua letteraria volgare, a differenza del Quattrocento in cui si scelse il latino e il greco. Si cercava un autore illustre da poter seguire come modello. Bembo, in Prose della volgar lingua scritto nel 1525, si assunse il compito di indicare questi modelli che erano il Petrarca della Rime e il Boccaccio delle Novelle tragiche. Boccaccio adoperò un registro alto e sublime per trattare un argomento tragico. In Petrarca Bembo vide un esempio mirabile di monolinguismo. La lingua delle Rime era perfettamente levigata e circoscritta. Ci sono poche centinaia di termini ed espressioni che possono facilmente essere memorizzate e gestite. Non si scelse Dante perché la sua scrittura era pluristilistica e plurilinguistica e quindi non rispondeva alle esigenze della società cinquecentesca.

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