Mito 2715 punti

Cinquecento e la questione della lingua

Il primo a porsi il problema di un'unità linguistica sul piano letterario era stato Dante Alighieri, che aveva dedicato al tema parte del "Convivio" e il trattato "De vulgari eloquentia".
Egli individua in Italia 14 dialetti (7 a destra e 7 a sinistra degli Appennini), nessuno, però, a parer suo, da considerarsi degno di divenire lingua nazionale. Inoltre lamenta l'assenza di una corte che potesse raggruppare i letterati d'Italia e consentire loro di elaborare una comune lingua. Di conseguenza suggerisce agli scrittori italiani di unirsi in una corte "ideale" e di adoperarsi per dare all'Italia una lingua "egregia, limpida, compiuta e urbana", sulla scia dei poeti della "scuola siciliana" e degli "stilnovisti".

Nel 1500 il problema fu ripreso e dibattuto; si delinearono tre tendenze di fondo:
* chi sosteneva di modellare la lingua italiana sugli esempi dei grandi trecentisti toscani, in particolare del Petrarca e del Boccaccio: il maggiore sostenitore di questa soluzione fu il veneziano PIETRO BEMBO nelle "Prose della volgar lingua";

* chi proponeva di usare una lingua creata da tutti i dialetti italiani, riprendendo in parte la teoria dantesca: il maggiore esponente di questa tendenza fu Giangiorgio Trissino, traduttore del "De vulgari eloquentia" di Dante e autore del dialogo "Il Castellano";
* chi sosteneva la supremazia della lingua fiorentina, degna di diventare lingua letteraria nazionale, a condizione che venisse assunta quella utilizzata nell'uso vivo delle persone colte piuttosto che negli scrittori del Trecento: fu questa la tendenza di Niccolò Machiavelli, che scrisse il "Dialogo della lingua" e la cui tesi fu approfondita da Pierfrancesco Giambullari.

Non mancarono, però, altre proposte, come quella di Baldassare Castiglione, che nel "CORTEGIANO" sostiene doversi usare la lingua degli ambienti colti e delle corti principesche di tutta Italia, specialmente quella adoperata nelle corti dei Montefeltro di Urbino e dei Gonzaga di Mantova.

La proposta che ebbe maggior successo nella considerazione dei letterati successivi fu quella del Bembo, che venne ripresa dall'ACCADEMIA DELLA CRUSCA, che stilò il "Vocabolario della Crusca" in cui erano riportati tutti i vocaboli da usare lecitamente (ovviamente attinti alle opere degli scrittori toscani del Trecento).

Registrati via email