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Pietro Bembo

Pietro Bembo nasce a Venezia nel 1470 da una nobile famiglia. Pietro cresce influenzato dall'importanza del padre Bernardo all'interno della politica della Serenissima; lo segue nei suoi viaggi e, in tal modo, conosce ambienti fecondi e intellettualmente molto elevati.
Tra il 1478 e il 1480 è attivo a Firenze, dove il padre è oratore residente e dove fioriva la corte del Magnifico. Dieci anni dopo è a Ferrara alla corte estense, di qui si reca poi a Messina per imparare il greco presso la scuola di Costantino Lascaris; pubblica in questo soggiorno il De Aetna (1496).
Di ritorno a Venezia, nel 1501-1503 cura la pubblicazione delle edizioni di Petrarca e Dante della tipografia aldina; nel 1505 esce la sua prima opera in volgare, gli Asolani. Successivamente si reca a Padova, città nella quale vedrà la luce l'opera più imponente, le Prose della volgar lingua (1525).
Nel 1530 è nominato bibliotecario della Libreria Nicena e storiografo della Repubblica allo scopo di proseguire la Storia veneziana del Sabellico, ruolo preso ad Andrea Navagero.
Nel 1535 muore la donna amata, la Morosina, e quattro anni più tardi diviene cardinale sotto Paolo III.
Muore a Roma nel 1547 mentre correva voce di una sua possibile elezione al soglio pontificio.

Gli Asolani
Tra il 1497 e il 1498 Bembo scrive gli Asolani, trattato dialogico in tre libri sul tema dell'amore.
Aperto con un'elegante dedica a Lucrezia Borgia, vi si immaginano conversazioni tra tre giovani nobili veneziani e tre nobildonne, avvenute per tre giornate consecutive nel Castello di Asolo di Caterina Cornaro, regina di Cipro.
* I GIORNATA: Il quesito è se l'amore sia bene o male. Petrottino è portavoce della visione pessimistica dell'amore
* II GIORNATA: Gismondo controbatte a Perottino, esaltando l'amore fisico e naturale, fonte di gioia e piacere
* III GIORNATA: Interviene la regina che ascolta le obiezioni di Lavinello a Gismondo. Per Lavinello l'amore buono è quello puro, basato su vista, udito e pensiero, che si risolve nella contemplazione della bellezza ideale. il vero amore deve tendere alla perfezione, perciò l'amore più alto è quello divino.
Fin da questa prima opera si delineano i modelli letterari di riferimento di Bembo; chiaro il riferimento a Boccaccio e tratti di Petrarca.

Rime
L'importanza del Bembo nel panorama culturale italiano sta, anche, nel fatto che egli sia stato l'iniziatore di un fenomeno, che dopo di lui avrà un enorme seguito e che è conosciuto come Petrarchismo. Con le sue Rime (1530), infatti, Bembo fornisce l'esempio di trascrizione e elaborazione della scrittura petrarchesca, non a caso il petrarchismo è noto anche come bembismo.

Le prose della volgar lingua
Pubblicate nel 1525 sono l'opera più importante dell'autore. Si tratta di un trattato in tre libri, contenente i dialoghi immaginati avvenuti nel 1502 a Venezia, tra Carlo Bembo, Giuliano de' Medici, Ercole Strozzi e Federico Fregoso. La discussione inizia per via di una parola pronunciata da Giuliano de' Medici; lo Strozzi ne approfitta per denigrare il volgare, suscitando la reazione di Carlo Bembo. Ne nasce una discussione sulla lingua; si distingue tra la scritta e la parlata: nella prima si stabilisce sia opportuno usare la propria lingua, soprattutto se resa autorevole da illustri autori; segue una breve storia della lingua volgare.
Da qui nasce il problema del volgare letterario: Carlo Bembo giunge alla conclusione che il volgare più illustre sia la lingua toscana, in particolare il fiorentino letterario, al quale si dovrebbe tendere imitando nella prosa il Boccaccio e nella poesia il Petrarca.
Il merito di tale trattato è nell'aver codificato esigenze e aspirazioni diffuse nel mondo intellettuale dell'epoca e di aver fornito un manuale di riferimento per la stesura dei testi all'interno del variegato panorama dei volgari italiani.

De imitatione
La necessità di avere un solo modello di riferimento, come sarà codificata nelle Prose, è presente nel pensiero del Bembo già dal 1512; lo troviamo infatti in uno scambio di lettere De imitatione con Giovanni Pico della Mirandola II (1469-1533), in cui, sull'orma della discussione Poliziano/Cortese, viene proposto il problema del volgare, visto con dignità e perciò bisognoso di modelli a cui guardare.

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