Niccolò Machiavelli, nato a Firenze nel 1469 in una famiglia borghese, ha una visione pessimistica della vita in quanto sostiene che la natura dell'uomo non cambia e inoltre disprezza le donne; per questo studia il comportamento umano attraverso le fonti storiche per trarre leggi universali. Tutto ciò parte dalla concezione pessimistica dell'uomo; per Macchiavelli gli uomini sono malvagi-non su sa se per natura e per conseguenza di una colpa-come afferma nell'opera "Il principe": "l'uomo dovendo agire fra tanti buoni non può essere buono poiché cadrebbe in rovina" e per questo le leggi umane sono crudeli. In realtà l'essere crudele dell'uomo in politica ha i suoi buoni propositi poiché vi è la sicurezza dello Stato e il bene dei cittadini attraverso il bene comune: quindi lo Stato funge da rimedio alla malvagità dell'uomo attraverso le istituzioni dell religione, delle leggi e delle milizie utili per mantenere uno Stato ordinato e sicuro. L'unica forma di governo che può assumere in sé tutti questi compiti è la Repubblica poiché non si fonda su un singolo uomo ma su istituzioni svincolate da singoli individui. Da queste concezioni nascono 2 tipi di virtù: quella del singolo individuo che è limitata a poche situazioni e quella del buon cittadino che opera per il bene dello Stato.

In Macchiavelli la fortuna è il frutto di una concezione laica secondo la quale l'uomo può fronteggiarla attraverso modi diversi:
-l'occasione come scrive nel Principe: "gli Ebrei dovettero essere schiavi in Egitto, gli Ateniesi dispersi in Attica e i Persiani sottomessi ai Medi perché potessero rifulgere la virtù dei grandi condottieri come Mosè, Teseo e Ciro";
-la virtù che racchiude in sé la conoscenza della politica e l'applicazione di leggi;
-il riscontrarsi coi tempi: bisogna cioè adattarsi al periodo storico in cui si vive per poter agire correttamente. Tutta questa concezione deriva dalla storia dell'Italia nel primo Cinquecento e soprattutto di Firenze (sua città natale). Firenze infatti era continuamente abitata e no dalla famiglia dei Medici e quando furono scacciati fu istituita la Repubblica. Così Machiavelli si rifà alla storiografia moderna di Sallustio e Tucidide poiché cercano le cause degli avvenimenti narrati (c'è un rapporto di causa-effetto) e si forma sulla base di Tito Livio, quindi scrive in modo annalistico (scrive i fatti anno dopo anno senza cercare le cause per dare un esempio dei vizi e delle virtù di grandi personaggi per persuadere il lettore). Per Machiavelli quindi la storia ha una funzione pedagogica; inoltre usa un lessico petrarchesco e boccacciano e s'allontana dallo stile aulico perché tende al "sublime" ciceroniano come afferma nella prefazione del Principe: "la quale opera io non ho ornata nè ripiena di clausole ample o di parole ampullose e magnifiche, o di qualunque altro lenocinio o ornamento estrinseco, con li quali molti sogliono le loro cose descrivere e ornare; perché io ho voluto, o che veruna cosa la onori o che solamente la varietà della materia e la gravità del subietto la facci grata".

Francesco Guicciardini, nato a Firenze nel 1483, sostituisce alla fortuna l'imprevedibilità delle azioni umane che non sono mosse dall'amore per la patria, ma dal proprio tornaconto, cioè il particolare: qui è in netto contrasto con Machiavelli che esaltava il popolo e non il singolo individuo. Inoltre per Machiavelli vi era la scienza e l'amore per la patria, per Guicciardini vi è il pensiero al particolare. Guicciardini non credeva che i rapporti fra gli uomini e i fatti della storia dipendessero da leggi fondamentali e assolute e inoltre-a differenza di Machiavelli-giudica positivamente la fede perché "guasta el mondo, effemina gli animi, sviluppa gli uomini in mille errori e li distoglie da imprese generose e virili". Inoltre critica la corruzione dell'istituzione ecclesiastica e vede di buon occhio la religione protestante. Per lui l'uomo non può dominare la realtà che è sottoposta a continue leggi della fortuna ma può solo tentare con la discrezione (saggezza razionale che deriva dall'esperienza) di perseguire il particolare che non è inteso come egoismo, ma come criterio per orientare le proprie scelte. Nell'opera "il dialogo del Reggimento di Firenze", Guicciardini affermò la sua preferenza per gli optimati (oligarchia) piuttosto che per la Repubblica e inoltre per Firenze preferiva un gonfaloniere che fosse uguale al doge di Venezia (mentre Machiavelli amava la Repubblica poiché vi era l'esaltazione del popolo e non del singolo individuo. Nell'opera "Consolatoria" emergono differenze rispetto a Machiavelli: Guicciardini dice che l'uomo agisce e quello che conta non è il risultato che segue ma è il modo di svolgere il lavoro ed è meritevole anche quando si trova davanti a un insuccesso perché la colpa è degli uomini che sono imprevedibili nelle loro azioni. Per Guicciardini la fortuna non è trascendente come per Machiavelli e nell'opera "Considerazioni intorno ai discorsi di Machiavelli" lo critica perché amava i classici e nell'opera "Ricordi" afferma l'impossibilità di condividere i pensieri di Macchiavelli poiché sono cambiati i tempi e nel 1531 a Firenze ritornarono i Medici. Nell'opera "La storia d'Italia" Guicciardini si rifà allo storico romano Cornelio Tacito poiché a Guicciardini non interessa l storia sociale e per questo usa uno stile solenne diverso da quello di Macchiavelli.

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