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Francesco Guicciardini (Firenze 1483 – 1540)

Introduzione: la vita di G. è tutta dedicata all’azione politica. Fu “sensibilissimo a percepire i rapporti di forze, il mutar delle situazioni, i giochi d’interesse”. Il senso dell’incertezza e della precarietà delle cose umane si traduce in un atteggiamento di disincanto e scetticismo. Non resta per l’uomo che rifugiarsi nel proprio “particulare” o interesse privato, l’unico àmbito che dato il fallimento di ogni progetto politico, rimane aperto all’azione.

Biografia: appartenente ad una delle più influenti famiglie della città, nel 1505 si laurea a Pisa in diritto civile. Nel 1506 sposa Maria Salvati, figlia di Alamanno (noto politico). Ciò lo introduce nell’ambiente politico cittadino. Per 5 anni svolge l’attività di avvocato, ricavandone ottimi introiti e clientele. La sua carriera pubblica inizia nel 1512, quando diventa ambasciatore unico della Repubblica fiorentina presso il Re di Spagna.

Tornato a Firenze nel 1514, viene nominato da Papa Leone X (Medici) governatore di Modena, poi di Reggio E. (1517), e infine di Parma (1521). Il suo governo è rigido ma efficace. Nel 1524 diventa presidente della Romagna. Nel 1526 promuove la Lega di Cognac, un’alleanza antimperiale (contro Carlo V) fra Venezia, Milano e la Francia.
Nel 1527 il sacco di Roma da parte delle truppe lanzichenecche segna il fallimento del suo progetto. A Firenze si instaura la repubblica, e lui, guardato con sospetto, si ritira nella sua villa di Finocchieto, dove “da un estremo eccessivo di onori e faccende” si trova “in un altro estremo di vivere ozioso, senza faccende”.
Negli ultimi anni riavvia i suoi rapporti con i Medici. Nel 1537 appoggia infatti l’elezione di Cosimo, che pur insignendolo di varie magistrature, lo mette da parte. Muore nel 1540.

Le opere. Storia d’Italia. E’ l’unica opera espressamente destinata alla stampa. E’ un’imponente e dettagliatissima summa delle “cose avvenute in Italia” dalla morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 fino all’elezione di Paolo III nel 1534. Fu composta a fine carriera e la materia diplomatica, politica e militare fu disposta secondo una struttura annalistica. I temi caratteristici sono la miseria e l’instabilità della condizione umana, dovuta alla supremazia della fortuna ed evidente dalla rovina italiana postquattrocentesca; l’arbitrio dei potenti e la loro azione sconsiderata, causa della debolezza politica italiana.

La perduta felicità d’Italia. “Nella felicità degli anni precedenti al 1490, si attribuiva laude alla industria e alla virtù di Lorenzo de’ Medici, cittadino eminente che reggeva la repubblica di Firenze. E conoscendo che alla repubblica fiorentina sarebbe molto pericoloso se alcuno de’ maggiori potentati ampliasse più la sua potenza, procurava che le cose d’Italia in modo bilanciato si mantenessero. Concorreva nella stessa inclinazione delle quiete comune Ferdinando di Aragona re di Napoli, principe prudentissimo”.

Leone X e Clemente VII. 1525. G. istituisce un parallelo antitetico tra i due papi più rappresentativi del Rinascimento italiano e della sua crisi. La descrizione è tripartita: prima c’è il ritratto di Leone X, “il primo che portò grandezza ecclesiastica nella casa de’ Medici, fu uomo di somma liberalità, di animo veramente regale, profusissimo di tutte le grazie, di grande prodigalità e simulazione, deditissimo alla musica e alle facezie, di intelletto capacissimo”; poi quello di Giulio de’ Medici ancora cardinale, “di natura grave, diligente, assiduo alle faccende, alieno da’ piaceri, ordinato ed assegnato in ogni cosa”; infine quello dello stesso quando fu ordinato Papa Clemente VIII: “impedito dalla timidezza dell’animo e dalla cupidità di non spendere, irresoluto e perplesso, aveva un modo di procedere confuso, e si lasciava spesso trasportare dai ministri”.

Ricordi. G. li concepì come una raccolta di massime privata, ove esporre quanto aveva appreso nella sua esperienza politica e umana. L’atteggiamento di G. di fronte all’uomo e alla storia è improntato al pessimismo.

Le massime generali e i resoconti autobiografici. “Non credete chi fa professione d’aver lasciato le faccende e le grandezze volontariamente e per amore di quiete, perché quasi sempre ne è stata cagione o leggerezza o necessità”.

“Chi considera bene, non può negare che nelle cose umane la fortuna ha grandissima potestà”.
“Tutto quello che è stato per el passato e è al presente, sarà ancora in futuro: chi non ha buono occhio non sa pigliare regola o fare giudizio delle cose”.
“E filosofi e e teologi e tutti gli altri che scrutano le cose sopra natura, dicono mille pazzie: perché in effetto gli uomini sono al buio delle cose, e questa indagazione ha servito più a esercitare gli ingegni che a trovare la verità”.
“Se bene gli uomini deliberano con buono consiglio, gli effetti però sono spesso contrari: tanto è incerto el futuro”.

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