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Guicciardini, Francesco - Le opere

Le Storie Fiorentine, scritte a soli 26 anni abbracciano il periodo compreso tra il 1378 (tumulto dei Ciompi) e il 1509 (battaglia della Ghiara d'Adda). L'autore si preoccupa di indagare le cause degli eventi mettendo in risalto le figure dei protagonisti, tra cui spiccano Lorenzo dei Medici e il Savonarola, con un interesse volto soprattutto ad illustrare le contraddizioni del presente. Gli scritti successivi sono maggiormente collegati all'attività diplomatica e politica. Nei discorsi politici, Guicciardini valuta le diverse forme istituzionali del governo cittadino sia per quanto riguarda la soluzione repubblicana sia per quanto riguarda il principato ristabilitosi con il ritorno dei Medici. Un'altra opera di maggiore impegno letterario è il Dialogo del reggimento di Firenze, diviso in due libri e ultimato nel 1526. In quest'opera Guicciardini immagina una discussione svoltasi a Firenze nel 1492, anno della morte di Lorenzo il Magnifico. Gli interlocutori sono il padre dello scrittore Piero, Paolantonio Soderini e Pier Capponi, tutti fermi repubblicani, contro il vecchio Bernardo del Nero, legato al partito mediceo. Quest'ultimo partendo dall'analisi dei fatti dimostra ai tre amici quanto sia illusoria la loro fede repubblicana. Egli ammette tuttavia la difficoltà nel restaurare il potere mediceo ponendo in alternativa la costruzione di un governo misto che preveda un gonfaloniere a vita, un Consiglio Grande per l'elezione dei magistrati e un senato per la preparazione delle leggi e per la trattazione degli affari di maggiore importanza. Emerge quindi la convinzione che né in politica, ne in morale si possano dare delle regole assolute, e da qui un generale pessimismo sull'uomo che induce lo scrittore ad accettare l'autoritarismo come una necessità pratica e politica. Di poco posteriori sono le Considerazioni intorno ai discorsi del Machiavelli, scritte nel 1528. Attraverso un'analisi precisa dei 38 capitoli dell'opera di Machiavelli, Guicciardini cerca di dimostrare che i suoi ragionamenti, in apparenza serrati e convincenti, sono in realtà infondati ed arbitrari. Il dissenso si riferisce soprattutto ai fondamenti stessi della filosofia di Machiavelli e alla sua concezione della storia romana, che per Guicciardini non conserva nessun valore esemplare. Il rifiuto della concezione classica e umanistica della storia intesa come maestra di vita, rappresenta il fulcro dell'ideologia guicciardiniana. La visione del mondo che ne deriva risulta frammentaria e non riesce più a ricomporsi nella totalità di un sistema capace di offrire criteri certi e indiscutibili. Questa posizione viene elaborata sul piano teorico nella riflessione dei Ricordi, trovando una verifica concreta nella Storia d'Italia. Dai ricordi emerge chiaramente come Guicciardini non disconosce la nobiltà di tali ideali, è la loro inattuabilità pratica che lo porta a considerarli come cose non ragionevoli. Guicciardini è portato sia a valutare positivamente la fede sia a considerarla con tono freddo e distaccato. Parole molto dure sono rivolte al clero. La mancanza di una visione trascendente della storia porta Guicciardini a sottolineare l'infinità di casi ed accidenti di fronte ai quali gli uomini sono impotenti. Per riuscire quindi a comprendere la storia bisogna possedere la discrezione, ossia la capacità di distinguere e decidere volta per volta senza appellarsi ai principi immutabili ma sfruttando la saggezza che viene dall'esperienza. I Ricordi accompagnano vari periodi della vita di Guicciardini, di qui il carattere dell'opera che muove dalla realtà fino ai problemi più generali. Nel libro i ricordi si susseguono indipendentemente l'uno dall'altro senza fondersi in un quadro unitario. In una prima fase di stesura il libro nel 1525 si contano 161 pensieri. In un'altra stesure del 1528 ne possiamo contare 181, mentre nella stesura finale del 1530 il numero arriva a 221. Ora ciascun pensiero tende a imporsi nella sua autonomia più assoluta. La legittimità dipende unicamente dalle ragioni che esso nella sua finita unità riesce a manifestare. I Ricordi sono una specie di anti-trattato in quanto rinunciano a una compiutezza sistematica e totalizzante del discorso. Il pessimismo scettico che pervade comporta un tono amaro e disilluso, ora ironico, ora sdegnato. Ma non per questo Guicciardini rinuncia a confrontarsi con la storia e la politica usando un imperativo morale che rende il testo più arduo e rischioso. Lo scrittore inoltre elogia il particulare e lo recepisce come la ricerca del bene individuale. L'assidua riflessione condotta nei ricordi non esclude la necessità dello scrittore di cercare più ampie verifiche e conferme sul terreno della storia. Intorno al 1528 aveva iniziato la stesura delle Cose fiorentine rimaste inedite fino al 1945 e interrompendole nel 1531. L'impresa di maggior impegno di Guicciardini fu la Storia d'Italia, in 20 libri, scritta tra il 1537 e il 1540. L'opera abbraccia gli avvenimenti compresi tra il 1492 (anno della morte di Lorenzo il Magnifico) e il 1534 (anno della morte di Clemente VII). L'impostazione è annalistica sull'esempio di Cornelio Tacito, ma l'opera non perde la coesione e l'unitarietà grazie all'esattezza con cui lo scrittore rappresenta gli avvenimenti. La narrazione è intessuta principalmente di analisi politiche e psicologiche che derivano da un attento esame delle testimonianze e delle fonti. Su questa base lo scrittore segue lo svolgersi delle vicende e cerca di individuarne le cause, senza vincolare la loro spiegazione a schemi precostituiti. Egli quindi si adegua alla mobilità del reale e vuole salvaguardare l'autonomia di una storia che non offre facili garanzie o speranze di salvezza. All'atteggiamento disincantato corrisponde uno stile ampio e solenne che si allontana dalla prosa di Machiavelli. La costruzione del periodare guicciardiniano è ampia e articolata nello sforzo di abbracciare i complessi legami che intercorrono tra il comportamento degli uomini e la trama degli eventi. Ma la particolare cura formale rappresenta anche un'aspirazione classica che vuole porre il suo controllo sull'andamento mutevole degli eventi. La Storia guicciardiniana vive su questo doppio movimento: impostata metodologicamente su criteri moderni, vuole ricollegarsi alla tradizione umanistica, quasi a proclamare l'ideale vittoria della cultura e della letteratura sulle forze ostili della storia. In questo ambito vanno considerati i numerosi ritratti dei protagonisti che non si limitano all'esteriorità e alla superficialità, ma cercano di sondare l'intimo e le motivazioni profonde che determinano l'agire dell'uomo. Ai ritratti si collegano le orazioni pronunciate dai personaggi che difendono opposte scelte politiche. Ed è per questo che vengono privilegiati i grandi attori della storia che accentuano la drammaticità del racconto presentandolo come una tragedia agli occhi del lettore.

Nel proemio de "L'Italia alla fine del Quattrocento", vengono esposti gli intendimenti dell'opera e il quadro generale del periodo rappresentato. Ci troviamo alla fine del '400 dopo la calata di Carlo VIII, che diede il via alle invasioni straniere e alla perdita dell'indipendenza italiana. Il quadro è subito delineato in termini negativi, infatti l'autore sottolinea che la felicità dell'Italia risaliva ai tempi del partito mediceo e soprattutto ai tempi di Lorenzo dei Medici che pur essendo principe della città, conservava la condizione di privato cittadino. Il mutamento è radicale e l'autore non crede in un possibile mutamento.

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