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Della Casa, Giovanni - Vita ed opere

Giovanni della Casa nacque da una nobile e ricca famiglia fiorentina nel 1503. Compiuti i primi studi a Firenze, si recò a Bologna per seguire corsi di diritto. Ma soprattutto rimase affascinato dalle lezioni del filosofo aristotelico Pietro Pomponazzi, in cui conobbe Pietro Bembo e Lodovico Beccanelli. Con quest'ultimo strinse una forte amicizia che porterà i due intellettuali a riunirsi nella villa di Della Casa per dedicarsi alla lettura di Cicerone. Nel 1528 si trasferì a Padova, dove intraprese lo studio del greco, e poi a Roma dove iniziò a frequentare le riunioni dell'Accademia dei Vignaiuoli, stringendo amicizia con il Berni e il Firenzuola. In questo periodo compose alcuni capitoli licenziosi quali, Sopra il forno, Del bacio, Del martello, Della Stizza. Nel frattempo decise di intraprendere la carriera ecclesiastica, non per vocazione, ma attratto dal prestigio che questa gli avrebbe conferito. Nel 1538 fu nominato chierico della Camera Apostolica, arcivescovo di Benevento nel 1544 e nello stesso anno fu inviato come nunzio a Venezia. Qui promosse i primi processi contro i riformati. Il più noto rimane quello a carico di Pier Paolo Vergerio, vescovo di Capodistria, che segnò l'inizio di un'aspra polemica tra i due, culminata con una pubblicazione di un manoscritto infamante. Nel 1547 per incarico del papa indusse la Repubblica Veneta ad allearsi con la Francia per combattere contro l'impero. Per la circostanza compose l'Orazione per la Lega, che insieme all'Orazione a Carlo V per la restituzione di Piacenza, rappresenta un esempio tipico di eloquenza cinquecentesca, impostata sul modello della prosa ciceroniana. Alla morte di Paolo III nel 1549, Della Casa lasciò la nunziatura di Venezia e ritornò a Roma, dove rimase fino al 1551, per poi tornare a vivere in Veneto presso la Badia di Nervesa nella Marca Trevigiana. Nel raccoglimento della nuova dimora attese alla stesura del Galateo e delle più mature fra le sue Rime. Quando salì al soglio pontificio Papa Paolo IV nel 1555, Giovanni della Casa fu convocato a Roma e si fece più forte in lui la speranza di ottenere il cappello cardinalizio ma anche in quest'occasione il suo desiderio non potè realizzarsi e nel 1556 morì a Montepulciano.

Opere

Il Galateo deriva il suo titolo dal vescovo Galeazzo Florimonte. Discutendo con lui delle buone maniere lo scrittore fu invitato a comporre un trattato in volgare su questi temi. Nella finzione si immagina che un vecchio illetterato, ma ricco di esperienza insegni ad un giovinetto inesperto le buone maniere, affinchè sappia comportarsi onorevolmente in società. La forma del trattato è monologica poichè si basa su una sola voce che espone analiticamente l'argomento; il contenuto, di tipo educativo, consiste in una precisa indicazione di regole e consigli pratici. Lo scopo dell'autore è quello di correggere i difetti più frequenti e formare delle doti da esercitare nella società. Così la funzione ideologica dell'opera risulta diversa da quella del Cortegiano: il modello proposto da Castiglione adesso viene abbassato ed esteso per adattare a più ampi settori la conoscenza delle buone maniere. Per questo si diversifica anche il pubblico ed è grazie a ciò che il trattato subì grande fortuna. Della Casa trasforma l'ideale di grazia e misura in un ideale medio finalizzandolo alle capacità di una immediata ricezione. L'interesse per una dinamica concreta dei rapporti sociali si manifesta anche nel trattato latino De officiis inter potentiores et tenuiores amicos (Trattato degli uffici comuni degli amici superiori e inferiori) scritto nel 1546 e volgarizzato dallo stesso autore. Questo è fondamentale per comprendere l'eleganza del Galateo. Lo stile del trattato si allontana dal ciceronianismo e dalle orazioni politiche per adottare una scrittura più discorsiva che si incontri con le espressioni della lingua formale parlata. Il Galateo venne pubblicato nel 1558 da Erasmo Gemini e Carlo Gualteruzzi che resero la forma più toscaneggiante. Anche le poesie uscirono nel 1558 nell'edizione delle Rime e prose. La loro importanza nella storia della lirica cinquecentesca è notevole per l'originalità con cui rielaborano le lezioni di Petrarca. A differenza del Galateo che prosegue stilisticamente in un tono medio, i versi muovono da un'ispirazione sostenuta e solenne che tocca argomenti di particolare gravità esistenziale. Elaborati con grande attenzione, questi componimenti rifiutano le cadenze di una facile musicalità per insistere piuttosto sul rapporto parola-immagine, reso efficace dall'uso degli enjambements.

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