Giulio Cesare Croce

Nato a San Giovanni in Persiceto (Bologna) nel 1550 in una famiglia di fabbri. Della sua vita si hanno scarse notizie, tutte ricavate dalla sua opera autobiografica Descrittione della vita del Croce. Il padre, Carlo, nonostante la povertà gli diede la possibilità di studiare. Morto il padre nel 1557 proseguì gli studi spinto dallo zio al quale fu affidato. Ben presto abbandonò gli studi a causa degli scarsi risultati raggiunti e cominciò a lavorare come fabbro a Medicina nel 1563 presso la famiglia Fantuzzi, ricchi proprietari terrieri di Bologna. Con il passare del tempo si dedicò sempre più alla poesia scoprendo la sua vocazione. Iniziò per dilettare la famiglia Fantuzzi e finì per abbandonare del tutto il mestiere di fabbro diventando un poeta di piazza. Girando per corti, fiere, mercati, case patrizie le strade di Bologna cantava le sue composizioni accompagnandosi con un violino. Secondo la sua autobiografia si sposò due volte ed ebbe quattordici figli ma visse in povertà. Morì a Bologna il 12 gennaio 1609.

Scrisse più di 600 opere sia in lingua sia in dialetto bolognese, che egli stesso faceva stampare, recitava e vendeva nelle piazze.
I suoi libri:
- Le sottilissime astuzie di Bertoldo,
- Le piacevoli e ridicolose semplicità di Bertoldino, figlio del già astuto Bertoldo;
- Descrizione della vita del Croce (come abbiamo già detto questa è una autobiografia in versi);
- Banchetto de' mal cibati (è rappresentazione che tratta il tema della carestia del 1590);
- Sotterranea confusione o vero tragedia sopra la morte di Sinam Bassa famoso capitano de’ Turchi;
- La sollecita e studiosa Accademia de' Golosi;
- L'eccellenza e il trionfo del porco;
- Le ventisette mascherate piacevolissime (dedicate alla veneziana Berenice Gozzadina Gozadini, scritte nel 1603).
Le sue commedie:
- La Farinella;
- Il tesoro;
- Sandrone astuto;
- Cavalcata di varij lenguazi;
- Sogno del Zani;
- Dispute fra Cola et Arlechino;
- Dai Dialoghi curiosi;
- Vanto ridicoloso del Trematerra;
- La gran vittoria di Pedrolino contra il Dottor Gratiano Scatolone;
- La canzone di Catarinon;
- Vocabulario Gratianesco;
- Conclusiones quinquaginta tres sustintà in Franculin dal macilent Signor Grazian Godga;
- Sbravate, razzate e arcibullate dell'arcibravo Smedolla uossi;
- Disputa fra Cola Sgariatore, ed Arlechino da Marcaria sopra le lor prodezze;
- Utrom del Dottore Graziano Partesana da Francolino.

I temi delle sue opere
Le sue opere trattano descrizioni del mondo dei poveri, burle, casi strani, facezie, proverbi, narrazioni di feste e calamità pubbliche.
La sua fama è legata a Le sottilissime astuzie di Bertoldo e Le piacevoli e ridicolose semplicità di Bertolidino, figliolo del già astuto Bertoldo.
La prima una novella in cui troviamo la metafora dell'astuto plebeo che prende in giro lo sciocco potente. Questo racconto narra le avventure del bruttissimo e saggio contadino Bertoldo alla corte longobarda del re Alboino. Benvoluto dal re per l'arguzia delle sue risposte, Bertoldo è costretto a subì re l'astio della regina, contrariata dalla sua franchezza. Vari episodi illustrano la sapienza di Bertoldo. In uno di essi, Alboino condanna Bertoldo all'impiccagione, ma Bertoldo, che ha ottenuto la grazia di scegliersi da solo l'albero adatto, non trova nulla che gli convenga. Alboino lo richiama a corte, ma Bertoldo muore poco dopo a causa del vitto troppo delicato. Nel 1606 ci fu la prima edizione, stampata a Milano da Pandolfo Malatesta e dedicata a Filippo Contarini, per molto tempo non si seppe dell'esistenza di un'altra copia, quando la prima copia fu distrutta durante un bombardamento nel 1943 (era custodita all'Ambrosiana di Milano), nel 1993 fu trovata l'altra copia.
La seconda fu scritta nel 1608 dopo il successo di Bertoldo e fu la continuazione della prima. Bertoldo è morto, Marcolfa, moglie di Bertoldo, e il figlio Bertoldino furono chiamati a corte. In questo racconto la vicenda si rovescia: si ride non più dell'astuzia del plebeo, ma della sua sciocchezza, tutti si divertono per le innocue sciocchezze di Bertoldino. Infine Marcolfa chiede al re di tornare nella sua capanna, non potendo sopportare vita di corte.

Registrati via email