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Bembo, Pietro

Vita:
Pietro Bembo nacque a Venezia nel 1470 in una nobile famiglia. Il padre, Bernardo, senatore della Serenissima, occupò sempre cariche prestigiose, senza trascurare la passione per lo studio delle lettere classiche. Proprio a Bernardo Bembo si deve la costruzione del mausoleo di Dante a Ravenna, dove egli fu per un certo periodo podestà. Pietro crebbe sotto l'influsso dell'amore paterno per le lettere ed ebbe a disposizione una ricca biblioteca. Inoltre seguendo gli spostamenti del padre venne a contatto con alcuni tra gli ambienti più fecondi e vivaci dal punto di vista letterario del suo tempo. Tra il 1478 e il 1480 fu infatti a Firenze, dove il padre era stato nominato oratore e dove la vita culturale fioriva alla corte del Magnifico. Circa dieci anni dopo Bernardo condusse il figlio a Ferrara presso la corte estense. Più tardi Bembo si recò a Messina per imparare il greco alla famosa scuola di Costantino Lascaris, di cui riportò a Venezia una grammatica che stampò presso Aldo Manunzio. Durante il soggiorno siciliano esprdì con un trattatello latino, De Aetna, scritto nel 1496. Rientrato a Venezia prese parte all'attività letterale promossa da Manunzio attorno alla sua tipografia e nel 1501-2 curò le edizioni di Petrarca e Dante accostandosi in maniera decisiva alla letteratura volgare. Nel 1505 uscì la sua prima opera più importante, gli Asolani. Tra il 1506 e il 1512 fu ad Urbino e poi a Roma dove si dedicò allo studio e alla vita mondana. Nel 1519 abbandonò la capitale e successivamente nel 1522 si stabilì a Padova dove creò un ritrovo di letterati e studiosi. Quì nel 1525 terminò le Prose della volgar lingua. Nel 1530 la signoria di Venezia lo nominò bibliotecario della Libreria Nicena e storiografo della Repubblica affinchè continuasse la Storia Veneziana del Sabellico al posto di Andrea Navagero, morto nel 1529. In dodici libri scritti prima in latino e poi tradotti in italiano, narrò gli avvenimenti compresi tra il 1487 e il 1513, concentrando la sua attenzione più sullo stile che sugli avvenimenti. Nel 1535 morì la sua compagna, Morosina, donna che gli era stata vicina durante il soggiorno a Roma e dalla quale aveva avuto 3 figli ma non aveva mai ufficializzato l'unione per paura di perdere i benefici della carriera ecclesiastica. Quattro anni dopo Bembo fu fatto cardinale da Paolo III che gli affidò i vescovadi di Gubbio e Bergamo senza obbligo di residenza. Morì a Roma nel 1547 mentre correva voce di una sua elezione a Papa. L'onore con cui venne sepolto nella chiesa della Minerva testimonia non solo il suo prestigio nella gerarchia ecclesiastica, ma anche la fama di cui godette ai suoi tempi. Pietro Bembo fu una figura di primo piano nella storia cinquecentesca, esercitando una vera e propria dittatura intellettuale e letteraria. Il suo maggiore impegno era consistito nel dimostrare l'esistenza di scrittori italiani degni di imitazione come i classici. In conclusione con lui il volgare aveva raggiunto una dignità e un'eccellenza pari a quelle del latino.

Le opere:

Tra il 1497 e il 1498 Bembo attendeva alla stesura degli Asolani, un trattato dialogico in tre libri sull'amore, pubblicato nel 1505 con una dedica a Lucrezia Borgia. Le conversazioni avvengono per tre giorni consecutivi nel Castello di Asolo, presso Treviso, appartenente a Caterina Cornaro, che era stata regina di Cipro. Gli interlocutori sono tre giovani nobili veneziani e tre gentildonne. Nella prima giornata viene affrontato il quesito se l'amore sia un bene o un male. Alle affermazioni pessimistiche fatte da Perrottino ribatte il giorno successivo Gismondo, che esalta l'amore fisico e naturale come fonte di gioia e di piacere. Nella terza giornata interviene Caterina Cornaro che ascolta le obiezioni di Lavinello alla tesi di Gismondo. Secondo Lavinello il solo amore buono è solo quello spirituale che si risolve nella contemplazione. Il vero amore deve tendere alla perfezione e in questo senso l'amore viene identificato come una intera devozione e contemplazione di Dio. La soluzione religiosa ribadisce l'esaltazione dell'amore platonico che gli Asolani diffonderanno nel costume culturale dell'intero secolo. Nelle cadenze della prosa degli Asolani è evidente l'imitazione dello stile boccacciano mentre compaiono nel dialogo componenti petrarchesche. Le Rime di Bembo pubblicate nel 1530 offrono un esempio del petrarchismo proprio nel tentativo di riscrivere una vicenda stilistica ed esistenziale che ricalca fedelmente quella del canzoniere di Petrarca. Le convinzioni teorico-critiche del Bembo sono compiutamente esposte nelle Prose della volgar lingua, un trattato in tre libri comprendente i dialoghi tenuti a Venezia nel 1502 con la partecipazione di Carlo Bembo, fratello di Pietro, Giuliano de Medici, Ercole Strozzi e Federico Fragoso. La questione ha inizio da una parola usata da Giuliano de Medici. Lo Strozzi coglie l'occasione per denigrare la lingua volgare come vile e povera, suscitando una vivace reazione di Carlo Bembo. Segue una distinzione tra lingua parlata e lingua scritta che viene definita un "parlare pensatamente". Viene successivamente tracciata una breve storia della lingua volgare, dalle sue origini latino-barbariche, alla sua varietà attuale nelle regioni italiane. Proprio da questa considerazione sorge il problema del volgare letterario. Non si può porre rimedio a una mescolanza di volgari che darà origine ad un linguaggio ibrido che non si avvale di nessuna tradizione letteraria, al contrario ricca di tradizione è la lingua toscana che deve essere usata da coloro che vogliono essere letti e intesi da tutti gli italiani. Alle obiezioni degli altri Carlo controbatte che bisogna soffermarsi soprattutto sul linguaggio dello scrittore e quindi la questione non riguarda il rapporto tra lingua presente e passata ma riguarda unicamente l'eccellenza nello scrivere. La superiorità del fiorentino letterario è confermata dalle opere di Petrarca e di Boccaccio con cui la lignua italiana ha raggiunto la perfezione massima, sono questi quindi i modelli a cui gli scrittori contemporanei devono rifarsi. Viene così fissato il principio di imitazione su cui si basava il classicismo rinascimentale. Il secondo libro si occupa in particolare della scelta delle parole, della materia e dello stile che deve essere elevato e raffinato. In questo senso il Bembo privilegia Boccaccio mentre la poesia di Petrarca viene anteposta a quella dantesca. Il terzo libro abbozza una grammatica dell' italiano con esempi tratti ancora da Boccaccio e Petrarca. Il merito delle Prose consiste nell'aver codificato esigenze e aspirazioni ampiamente diffuse nella cultura del secolo giustificando sul piano teorico questi canoni ai quali lo stesso Bembo in precedenza si era attenuto. La necessità di rifarsi a un solo modello letterario era già stata sostenuta da lui nel 1512 in uno scambio di lettere, De imitatione, con Giovanni Pico della Mirandola II, nipote dell'omonimo e celebre umanista morto nel 1494; la polemica, che riprendeva quella dibattuta nel secolo precedente da Agnolo Poliziano e Paolo Cortese, veniva trasferita dal latino al volgare, considerato ormai come una lingua classica e quindi bisognosa di modelli fortemente unitari.

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