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Storia della critica leopardiana

L’opera di Leopardi incontrò incontrò una sostanziale incomprensione presso i contemporanei: i classicisti si limitarono a leggerla da un punto di vista esclusivamente formale, mentre i romantici non trovarono in essa quegli ideali patriottici, morali, religiosi ed educativi a cui essi si ispiravano. Unica eccezione è stato UMBERTO GIOBERTI che vide nel pensiero leopardiano un conflitto tra cuore e intelletto ed una insoddisfatta esigenza religiosa. La prima vera valutazione critica della sua opera è stata da:
FRANCESCO DE SANTIS che amò molto il poeta soprattutto in giovinezza. Per De Santis al centro del pensiero leopardiano vi è il contrasto tra il pensiero pessimistico e gli impulsi generosi del cuori affermando che «il leopardi ricrea col sentimento quello che ha distrutto con la ragione». Nell’età dell’idealismo la critica si concentra soprattutto sul rapporto tra pensiero e poesia.

BENEDETTO CROCE, in nome della distinzione tra «poesia e non poesia» individua la vera poesia leopardiana solo nei momenti in cui egli sogna, spera, ama, gioisce. Il resto della sua opera, secondo Croce è solo l’effetto della «vita strozzata dal poeta» cioè si tratta di sfoghi amari in cui esprime la sua personale infelicità che nasce dalla sua infermità fisica; ne consegue che Leopardi sarebbe poeta solo negli Idilli.
Altri importanti critici leopardiani sono: EUGENIO DONADONI e ATTILIO MOMILIANO i quali sottolineano l’aspirazione all’eterno e all’infinito di connotazione quasi religiosa. Nel secondo dopo guerra il clima culturale italiano cambia radicalmente e si modifica anche la valutazione critica degli autori del passato. Nel caso Leopardi al poeta “idillico” si contrappone un poeta anti idilliaco ossia energico, eroico, materialista, progressivo e partecipe delle problematiche politiche del suo tempo. Nel 1947 vengono pubblicati due saggi fondamentali, uno di WALTER BINNI e l’altro di CESARE LUPORINI i quali sottolineano gli atteggiamenti eroici e combattivi del poeta che si esprimono in forme nuove non più musicali ma aspre e spezzate.
SEBASTIANO TIMPANARO, negli anni ’60, è stato il primo a delineare lo svolgimento del pensiero leopardiano dal pessimismo storico a quello cosmico.
Negli ultimi anni (1995) un ampio studio di ELIO GIOANOLA, partendo dall’analisi del vissuto del poeta, assume come centro propulsore della sua poesia la malinconia, che è un dato patologico, ma anche uno straordinario stimolo creativo.

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