Il sogno in letteratura - La sfera onirica in Leopardi e Pascoli

In letteratura italiana il sogno é un tema che viene trattato più volte e sotto forma sia di poesia che di prosa. Tra le molteplici poesie dedicate a questo particolare tema ho scelto di analizzare due componimenti di due importanti autori del XIX secolo: Giacomo Leopardi e Giovanni Pascoli.

“Il sogno”, Giacomo Leopardi

Era il mattino, e tra le chiuse imposte
Per lo balcone insinuava il sole
Nella mia cieca stanza il primo albore;
Quando in sul tempo che più leve il sonno
E più soave le pupille adombra,
Stettemi allato e riguardommi in viso
Il simulacro di colei che amore
Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.
Morta non mi parea, ma trista, e quale
Degl'infelici è la sembianza. Al capo
Appressommi la destra, e sospirando,

Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna
Serbi di noi? Donde, risposi, e come
Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto
Di te mi dolse e duol: né mi credea
Che risaper tu lo dovessi; e questo
Facea più sconsolato il dolor mio.
Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?
Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?
Sei tu quella di prima? E che ti strugge
Internamente? Obblivione ingombra
I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno;
Disse colei. Son morta, e mi vedesti
L'ultima volta, or son più lune. Immensa
Doglia m'oppresse a queste voci il petto.
Ella seguì: nel fior degli anni estinta,
Quand'è il viver più dolce, e pria che il core
Certo si renda com'è tutta indarno
L'umana speme. A desiar colei
Che d'ogni affanno il tragge, ha poco andare
L'egro mortal; ma sconsolata arriva
La morte ai giovanetti, e duro è il fato
Di quella speme che sotterra è spenta.
Vano è saper quel che natura asconde
Agl'inesperti della vita, e molto
All'immatura sapienza il cieco
Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,
Taci, taci, diss'io, che tu mi schianti
Con questi detti il cor. Dunque sei morta,
O mia diletta, ed io son vivo, ed era
Pur fisso in ciel che quei sudori estremi
Cotesta cara e tenerella salma
Provar dovesse, a me restasse intera
Questa misera spoglia? Oh quante volte
In ripensar che più non vivi, e mai
Non avverrà ch'io ti ritrovi al mondo,
Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa
Che morte s'addimanda? Oggi per prova
Intenderlo potessi, e il capo inerme
Agli atroci del fato odii sottrarre.
Giovane son, ma si consuma e perde
La giovanezza mia come vecchiezza;
La qual pavento, e pur m'è lunge assai.
Ma poco da vecchiezza si discorda
Il fior dell'età mia. Nascemmo al pianto,
Disse, ambedue; felicità non rise
Al viver nostro; e dilettossi il cielo
De' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,
Soggiunsi, e di pallor velato il viso
Per la tua dipartita, e se d'angoscia
Porto gravido il cor; dimmi: d'amore
Favilla alcuna, o di pietà, giammai
Verso il misero amante il cor t'assalse
Mentre vivesti? Io disperando allora
E sperando traea le notti e i giorni;
Oggi nel vano dubitar si stanca
La mente mia. Che se una volta sola
Dolor ti strinse di mia negra vita,
Non mel celar, ti prego, e mi soccorra
La rimembranza or che il futuro è tolto
Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,
O sventurato. Io di pietade avara
Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,
Che fui misera anch'io. Non far querela
Di questa infelicissima fanciulla.
Per le sventure nostre, e per l'amore
Che mi strugge, esclamai; per lo diletto
Nome di giovanezza e la perduta
Speme dei nostri dì, concedi, o cara,
Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto
Soave e tristo, la porgeva. Or mentre
Di baci la ricopro, e d'affannosa
Dolcezza palpitando all'anelante
Seno la stringo, di sudore il volto
Ferveva e il petto, nelle fauci stava
La voce, al guardo traballava il giorno.
Quando colei teneramente affissi
Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,
Disse, che di beltà son fatta ignuda?
E tu d'amore, o sfortunato, indarno
Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.
Nostre misere menti e nostre salme
Son disgiunte in eterno. A me non vivi
E mai più non vivrai: già ruppe il fato
La fe che mi giurasti. Allor d'angoscia
Gridar volendo, e spasimando, e pregne
Di sconsolato pianto le pupille,
Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi
Pur mi restava, e nell'incerto raggio
Del Sol vederla io mi credeva ancora.


La poesia fu composta probabilmente tra il 1820 e il 1821 a Recanati. La poesia fa parte dei numerosi idilli che il poeta scrisse in quel periodo: più precisamente “Il sogno” viene anche chiamato “Idillio IV”. Nella poesia Leopardi racconta di avere sognato una giovane donna: si tratta di Teresa Fattorini, una delle poche donne da lui amate, scomparsa molto giovane. Nel sogno, la giovane donna si avvicina al poeta e gli chiede se lui si ricorda ancora di lei; egli le risponde che si ricorda certamente ma vorrebbe scoprire che cos’é che la tormenta (E che ti strugge/ Internamente?). Ella risponde che lui l’aveva vista morire nel fiore della sua giovinezza (nel fior degli anni estinta,/ Quand'è il viver più dolce), il cielo infatti aveva destinato a lei una vita breve mentre lui era ancora in vita. Il destino aveva riservato ad entrambi una vita dedicata al pianto (Nascemmo al pianto,/ Disse, ambedue). Il poeta, ancora colmo di pianto per la morte di lei, domanda se in vita lei abbia mai provato qualche sentimento d’amore nei suoi confronti (Favilla alcuna, o di pietà, giammai/ Verso il misero amante il cor t'assalse/ Mentre vivesti?). La risposta é positiva, al punto che Leopardi chiede gentilmente alla giovane donna di avvicinare la mano destra al suo petto (concedi, o cara,/ Che la tua destra io tocchi) e lei corrisponde alla richiesta. Il poeta, allora, ansimante e pieno di sudore, accosta la mano destra della ragazza al suo cuore e la bacia. A quel punto, la giovane donna, guardandolo dritto negli occhi, gli dice che ormai lei é priva di bellezza fisica mentre lui freme ancora inutilmente di amore. Il destino ha spezzato l’amore e la fedeltà che lui le aveva giurato in vita (già ruppe il fato/ La fe che mi giurasti) e così la donna avverte il poeta che lui non vive e non vivrà più per lei (A me non vivi/ E mai più non vivrai). Leopardi, a quel punto, ansimando e piangendo, si risveglia dal sonno, anche se gli sembra ancora di vedere la fanciulla negli occhi e nella luce tenue della stanza.

Si crede però che la poesia non sia interamente dedicata a Teresa Fattorini ma che nello scriverla, Leopardi abbia armonizzato due vivide esigenze. Da un lato esprime il suo profondo dolore per la morte della Fattorini (donna che il poeta ascoltava cantare e guardava dal suo balcone prima che lei morisse), dall’altro lato si crede che l’ispirazione a scrivere la poesia sia stata data dal desiderio di baciare un’altra giovane donna di Recanati, Teresa Brini. Con la poesia quindi, trasferendo tutto in un sogno, il giovane Leopardi immagina di poter soddisfare il desiderio di dare un bacio reale alla Brini.
Il messaggio che ci dà la poesia (messaggio che viene rivelato a Leopardi nel sogno) é la terribile verità che egli non avrà più un amore nella sua vita. Attraverso le parole della giovane donna, la quale dice che non lo rivedrà più perché il fato ha interrotto il loro amore, Leopardi é disperato, piange e si sveglia dall’incubo che gli ha annunciato questa triste verità in piena mattina. Leopardi capisce che é destinato a restare da solo e l’unica cosa che gli rimane dopo il risveglio é quella di attendere e sperare.
La poesia sembra sia stata influenzata dalle letture di Petrarca; egli aveva infatti descritto in forma onirica ed elegiaca il suo incontro con Laura morta. Infatti, questo canto di Leopardi sintetizza in forma poetica ed elegiaca il mondo interiore e sentimentale del poeta. Il poema é composto da versi endecasillabi sciolti ed il linguaggio é aulico e raffinato. Il tema emotivo dominante della poesia é la disperazione, la tristezza e l’angoscia che prova il poeta per la perdita di questa giovane donna. Il sogno in Leopardi é quindi un sogno che é portatore di verità, verità che possono fare male; é un sogno che si trasforma in incubo per il finale che presenta.


“Ultimo sogno”, Giovanni Pascoli

Da un immoto fragor di carrïaggi
ferrei, moventi verso l'infinito
tra schiocchi acuti e fremiti selvaggi...
un silenzio improvviso. Ero guarito.

Era spirato il nembo del mio male
in un alito. Un muovere di ciglia;
e vidi la mia madre al capezzale:
io la guardava senza meraviglia.

Libero!... inerte sì, forse, quand'io
le mani al petto sciogliere volessi:
ma non volevo. Udivasi un fruscio
sottile, assiduo, quasi di cipressi;

quasi d'un fiume che cercasse il mare
inesistente, in un immenso piano:
io ne seguiva il vano sussurrare,
sempre lo stesso, sempre più lontano.

“Ultimo sogno” é il componimento che chiude la raccolta Myricae, la cui terza edizione uscì nel 1897. Il titolo della poesia é molto emblematico e poco chiaro. Qual é l’ultimo sogno a cui Pascoli si riferisce? Leggendo la poesia ci troviamo su un confine tra vita e morte, dove a tutto il rumore dell’esistenza che sembrava infinito si sostituisce il silenzio. Tutto lo scompiglio ed il rumore, gli schiocchi e i fremiti, si esauriscono all’improvviso ed il motivo di tutto ciò é la guarigione. Dunque Pascoli stava sognando. Nella seconda quartina, il poeta apre lentamente gli occhi (un muovere di ciglia) e vede al suo capezzale la madre, da tempo morta. Egli la guarda senza meraviglia, forse convinto che quella guarigione in realtà fosse la morte e quel silenzio fosse tipico dell’aldilà. La terza strofa si apre con un’esclamazione: “Libero!”. Il poeta si sente libero da qualsiasi affanno e da qualsiasi dolore e comincia ad udire e quindi ad immaginare un paesaggio formato da cipressi e da un fiume che confluisce in un mare. Tutto ciò é un chiaro simbolo di morte, che però Pascoli vede come una liberazione da tutto il dolore che ha provato. Pascoli é convinto di essere morto, vedendo la madre e udendo il fruscio dei cipressi.
La poesia é formata da quattro quartine, caratterizzate da una rima alternata ABAB.

Il sogno in Pascoli non é quindi un sogno di dolore come per Leopardi, ma più una liberazione dal dolore fisico avuto in vita che se ne va una volta che pure la vita se n’é andata. Un sogno che é capace di viaggiare in un mondo che può essere quello dell’aldilà.

Leopardi e Pascoli oltre la somiglianza del tema trattato, si accomunano tra loro per lo sviluppo di esso. Sia in Leopardi che in Pascoli l’atmosfera é angosciosa e predominata dal dolore: le parole di Leopardi (pallor, strugge, angoscia, gridar, pianto), esprimono le stesse emozioni di quelle di Pascoli, date da parole come carrïaggi, schiocchi, fremiti, male, fruscio sottile (…) di cipressi, sussurare, lontano.

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