Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798 da una famiglia tra le più cospicue della nobiltà terriera marchigiana. Il padre, da uomo colto, aveva messo su una biblioteca notevole, ma di una cultura attardata e accademica, che in un primo momento influenzò Leopardi, infatti continuò gli studi da solo in questa biblioteca, imparando brevemente latino, greco, ebraico, e componendo varie opere. Successivamente poi si ha una conversione letteraria, Dall’erudizione alla poesia, al bello, comincia a leggere i moderni, Rousseau, tramite la lettura della De Stael viene a contatto con il romanticismo e stringe amicizia con Giordani. Inizia a comporre opere ma quest’apertura verso il mondo esterno lo spinge alla fuga dalla casa paterna, ma viene scoperto, e il suo stato d’animo, unitosi a un’infermità agli occhi che gli impedisce la lettura, lo porta alla crisi, percepisce la nullità di tutte le cose. Con questa crisi si ha un’ulteriore conversione dal bello al vero, che lo porta a infittire le sue opere, Zibaldone, Idilli, le Canzoni. Quando finalmente ha la possibilità di uscire da Recanati soggiornando a Roma ne rimane deluso e torna a Recanati componendo le Operette morali. Ottiene un lavoro per l’editore Stella soggiornando a Milano, Bologna, e Firenze. Le necessità economiche però lo incalzano, e accetta un assegno mensile dagli amici per un anno. A Firenze si innamora di Fanny Tozzetti, e la delusione amorosa lo porta a scrivere il “ciclo di Aspasia”.

Oltre alla conversione letteraria, nella sua vita egli ha altre due conversioni:
• Filosofica  Dalla ragione al materialismo e ateismo.
• Politica  Prima aveva la concezione politica del padre che esaltava il vecchio dispotismo illuminato, poi passa a idee più democratiche grazie all’amicizia con Giordani.

IL PENSIERO
Per quanto riguarda il suo pensiero, è un pensiero pessimistico.
Il suo pessimismo si sviluppa in tre fasi:
• Soggettiva  Inizia il pessimismo da adolescente ed è convinto di essere l’unico ad essere infelice, forse è causato dalla famiglia, per mancanza di affetto, e dal suo stato fisico, per aver perso la vista.
• Storica  Poiché la felicità egli la identifica con il piacere, e l’uomo aspira sempre a piaceri infiniti ma che non potrà mai compensare dato che sulla Terra ci sono piaceri finiti. Quindi l’uomo non giungerà mai alla felicità, è una sua caratteristica essere infelice, ma allo stesso tempo la natura è una madre benigna, che dona l’uomo di immaginazione e illusioni per appagare i suoi piaceri infiniti, e, di conseguenza, gli uomini primitivi e gli antichi Greci, più vicini alla natura, erano più capaci di illudersi e immaginare, quindi erano più felici. Quindi il pessimismo è scaturito da un processo storico, che, a causa della ragione, porta all’infelicità umana, mentre prima gli antichi erano felici, anche se la loro felicità è relativa, dato che le illusioni sono solo un compenso per il vuoto che lascia il piacere infinito.

• Cosmico  La natura ora è maligna, vista come la fonte dell’infelicità umana, che ci offre il piacere infinito, ma non i mezzi per giungere ad esso, non pensa più al bene del singolo, ma alla conservazione della specie, anche se deve sacrificare il bene del singolo. Quindi è vista come natura non finalistica, ma meccanicistica, regolata da leggi meccaniche. Per questo il pessimismo diventa cosmico in quanto dato che è la natura la colpevole, e non l’uomo, questo sarà sempre infelice, sotto ogni società, periodo storico, ecc. E’ un pessimismo esteso a tutti e l’infelicità è una condizione assoluta, che caratterizza gli uomini di tutti i tempi.

Il suo pessimismo ha origini di tipo diverso:
• Filosofica  Concezione meccanicistica, l’uomo di fronte alla natura è misero e impotente. Negazione dell’esistenza di Dio. (L’illuminismo ha una visione ottimistica, crede che l’uomo razionale può dominare la natura)
• Emotiva  Leopardi ha vissuto la sua vita come l’adolescenza (scoraggiato), non ha mai superato lo stato adolescenziale, si chiude in se stesso e non cerca conforto in nessuno.
• Storica  Intuisce aspetti negativi nella nuova borghesia portatrice di valori poco morali, infatti è considerato antagonista del suo secolo.

LA POETICA DEL VAGO E DELL’INDEFINITO
Dalla TEORIA DEL PIACERE (ricerca del piacere infinito, rimedio con le illusioni) si perviene a una predilezione per il vago e l’indefinito, dove l’uomo appaga i suoi vuoti in qualcosa di lontano. Nasce così la TEORIA DELLA VISIONE (è piacevole tutto ciò cui lo sguardo esclude), la TEORIA DEL SUONO (sono piacevoli tutti quei suoni vaghi e lontani) e il BELLO POETICO in cui sono piacevoli tutte quelle immagini poetiche vaghe come “lontano” “notte”, termini che ci hanno affascinati da fanciulli e ci rievocano sensazioni con la rimembranza. I maestri della poesia vaga e indefinita erano gli antichi, poiché più vicini alla natura, erano immaginosi come fanciulli.

LEOPARDI E IL ROMANTICISMO
Egli come i romantici Critica il classicismo accademico e il principio di imitazione, poiché predilige come principio di ispirazione la spontaneità e l’originalità, predilige la poesia lirica e utilizza tematiche del titanismo, culto del primitivo, senso di dolore, tensione, infinito. Ma, Contesta i romantici perché aderiscono al vero e spengono l’immaginazione e il suo linguaggio è semplice, senza formalismo retorico, come i classicisti. Per tale motivo può esser considerato un classicista romantico.

I CANTI
Fanno parte dei Canti: Le Canzoni, gli Idilli, Ciclo di Aspasia.
Le canzoni trattano di argomenti moderni e cronachistici, sono componimenti di impianto classicistico dal linguaggio aulico e sublime. Le prime 5 affrontano la tematica civile, e si basano sul pessimismo storico del Leopardi. La più significativa è “Ad Angelo Mai”, in cui oltre alla polemica contro l’Italia presente e alla nostalgia dell’antichità, vi è il motivo dell’immaginazione che viene dissolta dalla ripresa del vero. Poi abbiamo “Bruto minore” e “Ultimo canto di Saffo”, in cui non parla in prima persona ma cede la parola a questi due personaggi dell’antichità morti suicidi, Bruto, l’uccisore di Cesare, e Saffo, la poetessa greca. “Alla Primavera” invece è una rievocazione delle favole antiche, ricche di immaginazione che i moderni hanno perso.

Scrive gli idilli in contemporanea alle sue opere filosofiche ma sono una poesia pura, che nasce dal sentimento e dalla spontaneità. Non sono idilli tradizionali che hanno a che fare con la tradizione bucolica classica, con campagne e pastori, e neanche idilli tradizionali e borghesi. Sono idilli di espressione di sentimenti, affezioni del suo animo, la realtà soggettiva Leopardiana. I piccoli idilli sono: L’infinito, Alla luna, La sera del dì di festa, La vita solitaria, Il sogno.
I grandi idilli sono: A Silvia, le Ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, ecc.
Nei piccoli idilli ci sono contenuti oggettivi, la meditazione si riferisce a tutta l’umanità mentre nei grandi idilli ci sono contenuti soggettivi, la meditazione si riferisce a se stesso.
Il ciclo di Aspasia fu scritto dal Leopardi dopo la delusione della passione amorosa con Fanny Tozzetti, prende il nome greco con cui, in uno dei cinque componimenti, il poeta designa la donna amata. Questi cinque componimenti sono: Il pensiero dominante, Amore e Morte, Consalvo, Aspasia, A se stesso. Eccetto Consalvo, una novella sentimentale, le altre liriche sono di impianto molto diverso da tutti i componimenti di Leopardi, non domina una poetica idillica, ma anti idillica, non vi sono più immagini vaghe e indefinite, e un linguaggio musicale, ma la poesia è nuda, severa, e il suo atteggiamento è combattivo ed eroico. In questo periodo, il poeta entra anche a contatto con le ideologie del tempo, specialmente egli muove una critica ai progressisti che esaltano il progresso, e alle tendenze spiritualistiche che credono in una vita migliore nell’aldilà, a tutto ciò Leopardi contrappone le proprie concezioni pessimistiche e materialistiche della vita. Questa polemica è condotta in alcuni suoi componimenti, come “La Palinodia al marchese Gino Capponi”, inclusa nei “Canti, una satira nei confronti della società moderna. Oppure nei Paralipomeni discute il fallimento dei moti liberali.
La ginestra è la lirica che chiude il suo percorso poetico, una sorta di testamento spirituale. Egli qui, si augura che gli uomini capiscano quanto la natura sia malvagia, e si coalizzino tutti insieme contro di essa, istaurando anche un rapporto di solidarietà reciproca.

LE OPERETTE MORALI E L’<<ARIDO VERO>>
Le Operette morali sono prose di argomento filosofico in cui Leopardi espone il “sistema” da lui elaborato attraverso una serie di invenzioni fantastiche, miti, allegorie, paradossi. Molte delle operette sono dialoghi in cui gli interlocutori sono creature immaginose, personaggi favolosi, o storici. Altre hanno forma narrativa, o prose liriche, quindi è un’invenzione fantastica, ma che ha come tema centrale comunque il pessimismo, l’impossibilità del piacere, il dolore, la noia..

LA TEORIA DEL PIACERE – testo
Appartiene allo Zibaldone, qui Leopardi spiega la sua teoria del piacere, secondo la quale il piacere dell’uomo si identifica con la felicità, che si può ottenere appagando i propri desideri. Il poeta spiega che i desideri dell’uomo non hanno limiti, sono infiniti, poiché, volendo egli un desiderio finito che non riesce a colmare in Terra, poiché vi esistono solo beni finiti, anche se ottiene la cosa che desidera, subito se ne figura un’altra in mente. In tale modo l’uomo sarebbe condannato all’infelicità, ma invece, secondo Leopardi, la natura ci ha donato immaginazione e illusioni, con la quale possiamo figurarci piaceri infiniti e rimediare al nostro dolore, per questo gli antichi, che erano più vicini alla natura, erano anche più felici, ma la loro felicità era comunque relativa e non assoluta. Per questo l’uomo preferisce ciò che è vago, le idee infinite, e le figura in poesia.

L’INFINITO - testo
Appartiene ai piccoli idilli, inizia con “Sempre” perché il luogo è solitario, silenzioso e eterno, adatto a meditare. In questa prima parte l’infinito è spaziale, c’è il tema della meditazione eterna, grazie alla teoria della visione, del vago e dell’indefinito, poiché una siepe gli impedisce di vedere oltre, così immagina “interminati spazi”, “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete”, questo infinito spaziale gli trasmette un senso di sgomento e smarrimento (“ove per poco il cor non si spaura”); Nella seconda parte invece c’è un infinito temporale, che non lo sgomenta, anzi, per lui è un dolce viaggiare, che crea in lui una realtà eterna. Inoltre paragona le età passate alle presenti, e medita sulla condizione del tempo eterno, che scorre.

LA SERA DEL DI’ DI FESTA - testo
Dai Canti, sono 46 versi di endecasillabi sciolti senza strofa. Si divide in due parti:
• Vv. 1-23  Inizialmente c’è il ritorno della parola “Dolce” ripresa nell’ “L’Infinito”. Questa prima parte rispecchia il momento descrittivo- psicologico, inizia con una descrizione del paesaggio lunare, e di una donna amata (alcuni sostengono che sia una cugina realmente esistita, altri, una figura immaginaria), che senza pensieri dorme. Successivamente riflette sul suo cupo stato d’animo poiché il giorno di festa è terminato.
• Vv. 24-46  Momento meditativo- filosofico in cui viene riportato alla realtà dal canto di un artigiano che ritorna al suo povero ostello, e medita filosoficamente sulla condizione di infelicità non solo sua, ma estesa a tutti, universale. Medita sulla caducità della vita, sul passare del tempo, che vanifica le azioni umane, fa esempio sull’ Impero Romano, caratterizzato da tante vittorie, che però col passare del tempo sono state dimenticate.

A SILVIA - testo
Fa parte dei Grandi idilli, dedicato a Silvia, una donna che probabilmente è la figlia del cocchiere di casa, Teresa Fattorini, morta giovane per tubercolosi. Sei strofe di endecasillabi e settenari, ogni strofa finisce con un settenario. Si divide in due parti:
• Vv. 1-27  La prima parte è rievocativa, ricorda gli anni giovanili e i dolci pensieri suoi e di Silvia, la prima è una strofa proemiale, rappresenta Silvia intenta alle attività femminili e al filato. Nella terza strofa racconta la storia della sua gioventù, sempre intento agli studi, e dice che ora li abbandona per sentire il suono della sua voce e al rumore del telaio. Nella quarta strofa crollano le illusioni di Silvia e Leopardi.
• Vv. 28-64  Crollano le loro illusioni giovanili, perché Silvia viene improvvisamente colta dalla tubercolosi e muore giovane, mentre Leopardi supera l’età giovanile, ma comunque infelicemente per il suo pessimismo.
La lirica non tratta di una vicenda d’amore, ma di qualcosa di vago e indefinito, ciò che li unisce è la loro condizione giovanile, le loro speranze. Tutto è vago, Silvia non è descritta fisicamente.
C’è un avverbio all’inizio “ancora” e uno alla fine “lontano”, questo per rafforzare il sentimento di distanza, la malinconia dell’opera. Spesso ci sono accostamenti di due aggettivi, per costruire nuclei tematici (Uno vuole fornire un immagine narrativa, e l’altro il sentimento).

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA – testo
Appartiene ai Canti, il testo è composto di tre strofe di diversa lunghezza, endecasillabi e settenari che rimano liberamente tra loro, e sono presenti anche rime al mezzo. La poesia è divisa in due parti, la prima strofa è descrittiva, le ultime due sono riflessive. Nella prima strofa, viene descritto un paesaggio dopo il passaggio della tempesta, qui prevale la teoria del vago e dell’indefinito poiché tutto si basa su suoni che giungono da lontano e una vastità spaziale indeterminata, quindi la scena non è oggettiva, ma interiorizzata. Le ultime due strofe invece sono caratterizzate da una riflessione filosofica già affrontata nello Zibaldone, basata sul concetto secondo cui il piacere è <<figlio d’affanno>>, ossia nasce dalla cessazione di un timore, ma mentre nello Zibaldone credeva che i mali fossero necessari all’uomo per renderlo felice, ora la natura gli appare totalmente malvagia, infatti con tono ironico si rivolge ad essa dicendo <<O natura cortese>> oppure <<genere umano caro agli dei>>. Anche se si divide in due per le caratteristiche delle strofe in realtà la poesia è unitaria, e le sue parti non sono totalmente distinguibili tra loro e necessari, anche se caratterizzati da un ritmo oppositivo, per esempio la prima parte presenta movimenti limpidi e scorrevoli, la seconda parte invece è più drammatica, caratterizzata da frasi brevissimi, secche e apostrofi sarcastiche.

DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE – testo
Appartiene alle Operette morali, lo spunto gli fu suggerito dalla “Storia di Jenni” di Voltaire, dove si parla delle terribili condizioni degli Islandesi, minacciati dal gelo, e dal vulcano Hekla, quindi probabilmente Leopardi ha assunto un Islandese come esempio dell’infelicità dell’uomo. Nel componimento viene evidenziato il passaggio da un pessimismo soggettivo a uno cosmico, dalla concezione di una natura benefica a una malvagia. L’islandese fa un elenco di tutte le infelicità che la natura gli ha portato, climi avversi, tempeste, bestie feroci, malattie, che perseguitano l’uomo, anzi tutti gli esseri, anche gli animali. Nel dialogo tra l’islandese e la natura, la natura stessa dice che lei è pronta a sacrificare la specie per la sopravvivenza, non si cura della felicità umana, non ha creato il mondo per l’uomo, poiché questo mondo è di produzione e distruzione, per esempio animali e piante vengono distrutti per fornire nutrimenti agli altri, l’islandese stesso, sul finire del dialogo viene ucciso da due leoni per la loro sopravvivenza. Però prevalgono due concezioni della natura, poiché per l’Islandese è un’entità malvagia, ma la Natura obietta che fa del male senza accorgersene, poiché segue il suo corso.

Hai bisogno di aiuto in Giacomo Leopardi?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email