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OPERE LEOPARDIANE

L’INFINITO

« Sempre caro mi fu quest'ermo colle, (1)
e questa siepe (2), che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando (3), interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura (4). E come il vento
odo stormir (5) tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno, (6)
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega (7) il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare. »

Leopardi s’immagina di vederlo e allora cambia. Dopo questa poesia dimostrerà il contrario: che non ci si può immergere nell’infinito.

(1) Monte tavola
(2) Impedisce di vedere l’orizzonte e immagina cosa potrà esserci dietro.
(3) Hanno dimensione vaga. Era distratto e poi si ritrova nell’infinito
(4) Grandi spazi, vede e s’impaurisce
(5) Il fruscio delle foglie lo “risveglia”, ma il presente è la siepe che gli ostacola la vista.
(6) Eterno, quindi uno spazio infinito ed infinito nel tempo. Una volta che lo utilizza consapevolmente.
(7) Per arrivarci deve morire un pensiero.

“L’infinito” è un idillio scritto da Giacomo Leopardi.
L’idillio è una rappresentazione poetica di un’avventura dell’animo che nasce da un’esperienza concreta.
Leopardi scrive questo idillio sul monte Tabor a Recanati. Una siepe gli impedisce la vista del paesaggio, e così si immagina uno spazio immenso. Questo idillio è composto da quindici versi non in rima. “L’infinito” può essere suddiviso in due parti: la prima comunica un senso di inquietudine (interminati spazi, sovrumani silenzi, il cor non si spaura), mentre la seconda comunica un senso di appagante dolcezza (sempre caro, profondissima quiete, il naufragar m’è dolce in questo mar).
Nella poesia sono presenti tre temi: lo spazio infinito, il tempo e il silenzio.
Il testo è anche caratterizzato da immagini visive come la siepe, e percezioni uditive come i sovrumani silenzi e la profondissima quiete.
METRO: idillio di versi endecasillabi sciolti.


IDILLIO ALLA LUNA
A 21 anni Leopardi scrive due opere considerate romantiche: l’infinito e alla luna.
“Alla Luna” ha un’impianto decisamente classico che fa pensare al primo scritto tra i due. Fa parte dei piccoli idilli scaturiti dalla scoperta del romanticismo. In questa poesia parla della sua infelicità e alcuni lo accomunano al pessimismo individuale. Parla di un passato triste e la luna ascolta il pianto di Leopardi ed è l’astro a cui l’uomo confida le sue confidenze e li conserva. Si consola a considerare la durata del suo dolore, perché il ricordo di qualcosa di doloroso lo consola. Il due temi che lo caratterizzano sono: l’infinito e la rimembranza. Col ricordo si arriva al sentimento ed è la materia con cui è fatta la sua poesia. Quindi la poesia è ricordo e la sua felicità è la poesia. Negli anni 30 Leopardi prende questa poesia e ci aggiunge due versi, cambiandole l’andamento poetico, che diluiscono la tensione, ma sono importanti perché uniscono le due metà di Leopardi. La luna è una dea, Persefone, del mistero e della morte e sposa di Ade, dio dell’inferno. È un genere poetico sentimentale.

Nel 1822-1823 Leopardi passa da una fase giovanile ad una fase chiamata pessimismo individuale, ossia il pensiero biografico per l’ambiente, le condizioni.. il pessimismo individuale si ha quando Leopardi allarga l’analisi sull’uomo e dice che gli unici felici erano gli antichi perché credevano nei miti, che permettevano ad ognuno di realizzarsi. Il mito è una spiegazione fantasiosa per spiegare i misteri dell’esistenza. La loro ragione faceva credere ai miti rendendoli felici. In seguito la civiltà porterà alla luce che i miti sono falsi e leopardi ci spiega che l’universo è mosso dalle leggi della materia e della sua trasformazione. Sono due i componimenti scritti da leopardi nella sua fase di pessimismo individuale: “il brutto minore” e “l’ultimo canto di Scaffo”; poesie neoclassiche scritte contemporaneamente. Mesi dopo leopardi si rende conto che quindi gli antichi non erano felici, erano proprio come noi e da questa fase passa al pessimismo cosmico.

A SILVIA
“A Silvia” è il primo esperimento di uno schema elaborato da Leopardi. Lo schema è diviso in due con, in chiusura, una riflessione amara e vera. Infatti è una poesia articolata, frutto di lunga meditazione. La prima parte è la poetica, allora ricorda il passato per ricreare l’atmosfera, nella giovinezza, quando ancora era viva la felicità. “A silvia” parla di Silvia, o meglio di Teresa Fattorini, figlia del cocchiere della famiglia Leopardi, che muore di tubercolosi intorno ai 20 anni. Diventa la ninfa, che ha vissuto l’età dell’oro perché le è stato impossibile vivere dopo ai 20 anni per l’infelicità della sua vita, ma vittima anche della sua stessa vita. Scritta in toscana, dove scrive le grandi poesie. La poesia si apre con Leopardi che parla con Silvia, anche se morta, creando un’intimità che si lega al sentimento. La sua struttura metrica è uguale al Madrigale del Tasso. L’idillio sfuma nella riflessione. La riflessione, nella poesia, si ha dal vv. 32 perché qui Leopardi parla al presente e non più di Silvia, ma di lui e il genere umano.


IL SABATO DEL VILLAGGIO
Scritta nel 1829 a Recanati. Questa poesia si completa con “la quiete dopo la tempesta”. In ordine logico la prima scritta fu “il sabato del villaggio” e poi “la quiete dopo la tempesta”. Leopardi si distacca dal Madrigale del Tasso ed elabora una strofa più varia e più tradizionale. Usa la strofa per farla coincidere all’argomento di cui parla. La canzone si trasforma e la scansione metrica non è più ritmica, ma concettuale. A Silvia ha una struttura nel cui per il 50% è sentimentale e per il 50% una riflessione. In questa la riflessione s’accorcia e si accorge che è antipoetica e in poche righe esprime il concetto filosofico. Fa affiorare in modo forte la ragione. La ottiene meglio “nel sabato del villaggio”, che nella “quiete dopo la tempesta”perché in quest’ultima sperimenta e vuole rendere la riflessione più incisiva, forte e sintetica, ma che annunci un concetto forte. L’aspetto in comune tra le due poesie è che nella parte dell’idillio non si sente la presenza dell’autore. Lo coinvolge nel tema dell’idillio, che si riempie di scenette quotidiane di Recanati. L’idillio della poesia s’estende dal vv 1 al vv 36.

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