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Giacomo Leopardi nasce nel 1798 a Recanati, una cittadina dello stato pontificio, geograficamente e ideologicamente lontana dalle correnti d’oltralpe. A Recanati le idee giungevano in ritardo, mutilate e distorte dalla censura pontificia. È figlio del conte Manaldo, un uomo debole ce aveva sperperato tutto il patrimonio familiare del gioco, e dalla marchesa Adelaide Antici, una donna forte, ma fredda, incapace di mostrare il proprio affetto ai 5 figli. Il giovane Leopardi, secondo la consuetudine delle famiglie aristocratiche, viene educato in casa da un precettore ecclesiastico il quale ben presto non ha più nulla da insenarli. Egli allora continua a studiare da solo usando la sterminata biblioteca paterna. Sono “sette anni di studio matto e disperatissimo” che anno gravi ripercussioni sulla sua salute e nelle sue relazioni. L’unico suo rifugio è lo studio. La chiusura del paesello nativo, la mancanza di affetto familiare, l’incapacità di relazionarsi, accrescono la sua sofferenza di vivere. Comincia così una visione pessimistica della vita. In un primo momento Leopardi crede di essere il solo a soffrire (pessimismo individuale). In questa fase ha la sua prima conversione, dall’erudito al bello, ovvero dalla traduzione di opere classiche alla composizione dei piccoli idilli; ce a differenza di quelli di Mosco, Teocrito e Virgilio sono introspettivi ed esprimono sentimenti profondi dell’animo umano a cui fa da sfondo la natura. Crede dunque che la sofferenza gli sia causata dal fato e che la natura sia benigna. Ma ben presto rovescia la sua concezione di natura concependola come un meccanismo cieco, indifferente alla sorte delle sue creature; meccanismo anche crudele, in cui la sofferenza degli esseri e la loro distruzione è legge essenziale. La colpa dell’infelicità non è più dell’uomo stesso, ma solo la natura. L’uomo non è che vittima innocente della sua crudeltà. Se filosoficamente Leopardi rappresenta la natura come meccanismo inconsapevole, somma di leggi oggettive non regolate da una mente provvidenziale, miticamente e poeticamente ama però rappresentarla come una sorta di divinità malvagia che opera deliberatamente per far soffrire e distruggere le sue creature (dialogo della natura e di un islandese). Un’altra colpa della natura è quella di far nascere nell’uomo il desiderio di un piacere infinito, che però è irraggiungibile. Se la causa dell’infelicità è la natura stessa, nel cieco meccanismo immutabile, tutti gli uomini, in tutte le epoche, sono necessariamente infelici (pessimismo storico). In questa si ha un’altra conversione, dal bello al vero. Nascono le operette morali. Segue un lungo periodo di meditazione dove giunge alla conclusione che l’infelicità dell’uomo è causata dall’indebolimento della fantasia e dell’immaginazione e dal rafforzamento della ragione che fa rendere conto all’uomo del suo stato reale e quindi dell’arido vero. Segue una terza fase (pessimismo cosmico) dove l’infelicità, materialisticamente, è dovuta soprattutto ai mali esterni a cui uno non può sfuggire: elementi atmosferici, cataclismi, vecchiaia, morte, quindi l’infelicità non è propria dell’uomo, ma appartiene a tutti gli esseri vivente. In questo periodo si ha una rivalutazione della ragione in quanto essa può farci armare contro la natura matrigna con la forza della solidarietà. Scrive i grandi idilli.

La poetica
Secondo Leopardi compito della poesia è suscitare il piacere dell’immaginazione. Infatti se nella realtà il piacere infinito è irraggiungibile, l’uomo può figurarsi piaceri infiniti mediante l’immaginazione (<<il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nell’immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni>>). Nell’immaginazione così si trova l’alternativa all’infelicità e alla noia della realtà. Ciò che stimola l’immaginazione a costruire questa realtà parallela, in cui l’uomo trova l’illusorio appagamento al suo bisogno d’infinito, è tutto ciò che è vago, indefinito, lontano, ignoto. Nasce così la poetica del vogo e dell’indefinito caratterizzato dalla forza suggestiva dell’indefinito. Si viene a costruire una vera e propria teoria della visione: è piacevole la vista impedita da un ostacolo perché al posto della vista lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. Contemporaneamente viene a costruirsi anche una teoria del suono, una serie di suoni suggestivi perché vaghi. Anche certe parole sono per lui eminentemente poetiche, per le idee indefinite che suscitano, ad esempio lontano, antico, notte, ultimo, eterno. Il bello poetico, per Leopardi, consiste dunque nel vago e indefinito, ma il poeta aggiunge poi una considerazione importante: queste immagini sono suggestive perché, per lo più, evocano sensazioni che ci hanno affascinati da fanciulli. La rimembranza diviene pertanto essenziale al sentimento poetico. Poetica dell’indefinito e poetica della rimembranza si fondono: la poesia non è che il recupero della visione immaginosa della fanciullezza attraverso la memoria. Per leopardi la poesia è soprattutto espressione di una spontaneità originaria, di un mondi interiore immaginoso e fantastico proprio dei primitivi. Proprio da questi ultimi riprende la poesia dell’immaginazione e poesia sentimentale, ovvero quella dei piccoli idilli, espressione spontanea, limpida, pura ed essenziale del sentimento spogliata da ogni elemento intellettualistico, erudito e retorico. Ai moderni che per colpa della ragione sono disincantati e infelici, non resta che la poesia di idee o sentimentale caratterizzata da una forma assai elaborata, appesantita da elementi retorici, intellettualistici, eruditi, sintassi complesse, linguaggio ricercato e classicheggiante.

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