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Giacomo Leopardi

• 1798: nasce a Recanati.
• 1812: precocissimo conclude gli studi scolastici.
• 1816: “Conversione letteraria” => la scoperta di Monti, Alfieri, Foscolo, Mme de Staël lo portano a prendere parte al dibattito sul Romanticismo
• 1817: inizia a fermare le sue riflessioni in uno “zibaldone di pensieri”; rapporto epistolare con Pietro Giordani che porterà le composizioni di Leopardi a Roma
• 1819: tenta la fuga da casa senza successo; inizia a comporre gli Idilli; “Conversione filosofica”
• 1822: si traferisce a Roma da uno zio, ritornerà a Recanati dopo poco deluso dalla mediocrità dei letterati presenti.
• 1824: pessimismo materialista => Operette Morali
• 1825: inizia a spostarsi. Milano => Bologna => Firenze: conosce Giovan Pietro Vieusseux che lo introduce nel gabinetto scientifico e letterario dove Leopardi conoscerà personalità letterarie italiane ed europee => Pisa

• 1828: inizio di un’altra grande stagione poetica grazie anche al notevole miglioramento delle sue condizioni di salute.
• 1830: lascia definitivamente Recanati per Firenze dove è sorretto economicamente
• 1833: lascia Firenze per Napoli (Leopardi consapevole del proprio valore)
• 1837: muore a Napoli assistito dall’amico che gli eviterà la fossa comune.

La poetica dell’antico
Leopardi definisce la contemporaneità e la verità come impoetiche: solo gli antichi avevano un rapporto con la natura tale da produrre una grande potenza immaginativa. L’imitazione degli antichi, a patto che venga intesa come riproduzione del loro rapporto ingenuo con la natura, non deve essere abbandonata.

Il Romanticismo leopardiano
Leopardi, riprendendo l’idea sensista della poesia come “diletto”, dà notevole importanza alla dimensione estetica. La bellezza è il veicolo per salvare l’umanità e suscitare passioni e illusioni. Tuttavia, vi è bisogno di una poesia rinnovata di tutti gli artifici usati fino a quel momento, in modo da adattarsi al pubblico moderno.

Canti
• Canzoni patriottiche (canzoni civili):
- All’Italia;
- Sopra il monumento di Dante;
- Ad angelo Mai;
- Nelle nozze della sorella Paolina;
- Ad un vincitore nel pallone.
Temi: il lamento sulla decadenza politica e culturale italiana; la critica della prosaica meschinità del mondo moderno, esaltazione dell’età antica, l’aspirazione a educare i contemporanei con l’arte.
I valori positivi secondo il poeta fanno parte del passato e non sono recuperabili.

Pessimismo umano (o storico): lo sviluppo del sapere razionale ha negato a tutti gli uomini quella spontanea e libera immaginazione che permetteva di trovare conforto al dolore.
- Angelo Mai era il filologo che aveva ritrovato gli scritti della “Repubblica” di Cicerone e questo avvenimento fu visto da molti come l’inizio di un nuovo risorgimento (Leopardi era un classicista). Leopardi definisce esempi luminosi Dante, Petrarca, Colombo, Tasso e Alfieri. Proprio per questo la canzone “Ad Angelo Mai” deve avere una funzione parentetica (Esortativa).
- “Nella nozze della sorella Paolina” contiene un giudizio di condanna rivolto a chi si appaga nel crescere figli infelici e vigliacchi.
- “A un vincitore nel pallone” richiama una prospettiva attuale del valore del gioco e del rischio come antidoto alla noia.


• Canzoni filosofiche:
- Bruto minore**
- Ultimo canto di Saffo*
- Alla primavera o delle favole antiche
- Inno ai patriarchi
- Alla sua donna
La filosofia è lo strumento privilegiato della letteratura contemporanea e questa deve fondarsi sul vero.
Queste canzoni si addentrano sempre più nell’esplorazione di tematiche esistenziali e autobiografiche.
Nelle canzoni filosofiche Leopardi esprime sempre il concetto, secondo il quale, il nel mondo antico vi fosse la possibilità di essere felici, cosa non più possibile in età contemporanea.
La canzone leopardiana è anche detta libera, fa uso di settenari ed endecasillabi.

* Ultimo canto di Saffo:
composta nel maggio del 1822, riprende il tema del suicidio già trattato nel canto Bruto minore. L’io lirico manifesta l’impossibilità di vivere in un mondo in cui la virtù intellettuale è disprezzata. Saffo accusa la natura di aver fatto prevalere nel giudizio degli uomini la bellezza fisica su ogni altro valore, e afferma che, per la sua bruttezza, è respinta da tutti, e specialmente da Faone.

Analisi:
La lirica è costituita da un monologo con il quale Saffo dà sfogo al proprio dolore. La natura è evocata come testimone a questo dolore attraverso il paesaggio, gli dei e il fato. La notte serena, la luce lunare, la stella di Venere, sono elementi gioiosi, in netto contrasto con l’animo di Saffo. Nella seconda strofa la donna si rivolge malinconicamente alla natura, sentendosene esclusa. La terza strofa è ricca di problematiche, richiamate da domande senza risposta. Il tema fondamentale è, dunque, l’infelicità degli uomini e il suicidio è visto come possibile forma di ribellione.
** Nel Bruto Minore il poeta proclama il proprio sdegno nei confronti del mondo. Il cesaricida Bruto si uccide per non sopravvivere al tramonto della Repubblica. Bruto, in procinto di darsi alla morte, scaglia un’invettiva contro gli dei, che tradiscono e disingannano ideali virtuosi. La virtù e la gloria non sono che sterili illusioni.


• Gli Idilli:
- L’infinito;
- Alla luna;
- Lo spavento notturno;
- La sera del dì di festa;
- Il sogno;
- La vita solitaria.
L’Idillio, secondo la tradizione ellenistica, erano quadretti campestri che rappresentavano scene di natura e vita quotidiana. Nella poetica di Leopardi, il paesaggio assume un ruolo marginale e gli idilli sono principalmente descrizioni delle “affezioni dell’animo”.
Alla radice degli Idilli vi sono motivi autobiografici, le esperienze private del poeta. A livello tematico i testi uniscono immagini della natura e sentimenti privati; attraverso il processo dell’immaginazione il poeta si consola e si difende dalla propria visione pessimistica sulla condizione dei moderni. Nell’”Infinito” il poeta fantastica con lo sguardo immerso nel paesaggio familiare recanatese. Viene considerato piacevole ciò che appare sciolto dalla realtà e lontano.

Sul piano stilistico/metrico Leopardi fa uso di endecasillabi sciolti e numerosi enjambements, la sintassi è più semplice e lineare con uso di parole comuni ma poeticissime, capaci di suscitare sensazioni indeterminate.

“L’Infinito”
Composto a Recanati nel 1819 è il primo degli Idilli. L’esperienza descritta dal poeta è quella dello smarrimento di sé e del contatto con il mondo circostante attraverso l’abbandono dell’immaginazione e al pensiero dell’infinito.
Analisi:
La lirica si apre presentando contemporaneamente un paesaggio (il colle) e uno stato d’animo (caro mi fu). Il piacere sembra dovuto anche al ripetersi di un’esperienza piacevole legata al ricordo del colle. Il poeta osservando l’orizzonte ha la visione delimitata da una siepe che impedisce il realizzarsi della percezione sensoriale e, quindi, funge da stimolo per l’immaginazione. La dimensione sensoriale della vista viene dilatata dalla facoltà immaginativa della mente. Un nuovo evento sensoriale (lo stormire di uccelli) riporta il poeta alla realtà. Il canto si chiude con un’ultima riflessione sull’infinito.
Anche il linguaggio contribuisce ad ampliare questa idea di indeterminatezza, attraverso l’utilizzo di parole vaghe, ripetizioni di desinenze e dalla prevalenza della vocale a.
L’Infinito è un’avventura intellettuale, un viaggio della mente nello spazio e nel tempo. Questo produce una sensazione di piacere (“caro”, “dolce”). Le immagini di annegamento e naufragio nell’infinito non sono metafore negative, bensì rappresentano un’esperienza estatica e un sondaggio del sublime. “L’Infinito” è forse la lirica più romantica di Leopardi: lo “spaurirsi” è il veicolo di un’estasi che porta al sublime.

“La quiete dopo la tempesta”
Composta nel 1829 sviluppa il tema del “piacere negativo”. La scelta del borgo in cui riprende la vita dopo il temporale è metafora della condizione di sofferenza e di noia dell’uomo, che solo nel momento in cui ha fine un dolore può provare brevemente l’illusione delle felicità.
Analisi:
i primi versi si aprono con il quadro del borgo che si rianima al termine di un temporale. Dopo il secondo verso, l’io poetico non è più presente e si susseguono immagini rievocate senza una precisa determinazione temporale. Il poeta risulta quindi distaccato da tutto ciò che avviene nel borgo. Il piacere viene visto come il momento tra la fine di un sofferenza e l’inizio di un’altra: dopo il temporale la vita è tornata nel borgo. Sarcastica è l’affermazione “natura cortese”: questa infatti è l’unica causa di tutte le sofferenze umane.

“Il passero solitario” Composta nel 1819, è collocata dal poeta davanti agli “Idilli”, come introduzione ideale.
Analisi:
il tema principale è la corrispondenza fra la vita del passero e quella del poeta. Entrambi si isolano dagli altri. Nella prima strofa il poeta descrive la vita del passero, che si isola a cantare rivolto verso la campagna, dove esplode la vita. Nella seconda strofa inizia la descrizione delle abitudini del poeta che, come il passero, evita l’allegria e la gioia delle feste. Altra condizione simile è lo sfogo attraverso il “canto”. Nella terza strofa il parallelo conduce ad un’amara conclusione: il passero si comporta così naturalmente, per istinto; il comportamento del poeta è voluto, rendendolo diverso dagli altri e facendolo agire contro natura.

“La sera del dì di festa”
Anche qui contemplazione del paesaggio e meditazione si fondono, benchè con minore evidenza che nell’”Infinito”.
Analisi:
la lirica si apre su uno “spettacolo sentimentale”, cioè favorevole all’abbandono ai pensieri e alle emozioni, ovvero il paesaggio lunare. La bellezza del paesaggio e della donna amata, introdotta nel verso 4, è in contrasto con l’animo “piagato” da un amore non corrisposto. Questa condizione è vissuta come una condanna. Facendosi spettatore della sua sofferenza, il poeta può analizzarla, in sintonia con il carattere sentimentale e filosofico attribuito da Leopardi alla poesia moderna. Importante è il tema del silenzio associato alla fine: in primo luogo il canto dell’artigiano mette in risalto il silenzio notturno per contrasto e quindi la fine del giorno festivo. Il tema è inoltre approfondito nelle interrogazioni retoriche e nella conlusione dei vv. 38-39, secondo il topos dell’ubi sunt (Dove sono). Negli ultimi versi il tono enfatico si smorza e il poeta richiama le sensazioni già provate in precedenza. La notte è il silenzio, ovvero la dissoluzione nel nulla del giorno di festa della vita di ogni uomo.

“Alla luna”
Il colloquio con la Luna fornisce a Leopardi lo spunto per illustrare il piacere doloroso e prezioso che viene all’uomo dai ricordi. La presenza della luna richiama un sentimento doloroso del passato e invita al confronto con lo stato d’animo presente, doloroso, ma più sereno e composto. Questa situazione si ripete nel tempo e nello spazio. La Luna viene evocata come testimone e confidente di un intimo colloquio e la sua apparizione è emblema del riaffiorare del ricordo, del ritornare del tempo passato. La conclusione a cui arriva la riflessione anticipa meditazioni svolte nello Zibaldone: la ricordanza genera di per sé piacere, anche se l’oggetto è doloroso, poiché elimina le barriere spazio-temporali.

“Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”
Rispetto agli altri canti pisano-recanatesi, questa è l’unica lirica che non si rifà al tema del ricordo. L’io poetico si trasfonde in un personaggio esterno che diventa portavoce di un’umanità sofferente e tristemente rassegnata. La situazione è suggerita dalla lettura di un articolo sui nomadi kirghisi, uomini che passano la notte seduti su pietre ad osservare la luna e ad intonare canzoni tristi. Il motivo principale della scelta del pastore risiede nel fatto che gli antichi, identificati nel pastore, avevano una rapporto più ingenuo con la natura, ma proprio grazie a questa ingenuità capivano le questioni dell’esistenza. La civiltà e il progresso non hanno portato a miglioramenti. Il pastore che parla alla Luna e al suo gregge rappresenta proprio l’aspetto primitivo della conoscenza. Ogni elemento del paesaggio ha un valore allusivo: il deserto come nudo e desolato scenario dell’esistenza, il gregge il mondo animale privo di vita interiore, la luna evoca l’aspirazione umana ad una condizione superiore.

Schiller: Idillio come rappresentazione di uno stato ideale di felicità; poesia sentimentale e soggettiva.

“A Se Stesso”
È la lirica che rappresenta il culmine della negatività nel ciclo di Aspasia. Il poeta si rivolge, con uno sdoppiamento dell’io, al suo cuore, sinonimo di sentimento ed impulso vitale. Il testo è costituito da una successione di ragionamenti, rievocazioni e ricordi, cui si allude solo attraverso l’attestazione di un mondo amato o sognato ormai scomparso. Il discorso è tutto risolto nel presente. Il futuro non è più sentito come fonte di aspettative, mentre porta con se solo un presagio di morte prossima. I due nuclei semantici principali sono la morte e la negatività. La morta non è più vista come una divina fanciulla, ma si riduce al nudo atto del morire, unico dono della natura.

“La Ginestra o il fiore del deserto”
Composta nel 1836, durante il soggiorno a Torre del Greco, fu pubblicata nel 1845 da Antonio Ranieri, come ultimo dei Canti. Pur costituendo una riaffermazione della filosofia negativa del poeta, ha orizzonti diversi sulle modalità di atteggiarsi dell’uomo nei confronti della propria condizione. Leopardi, oltre a delineare un’interpretazione della storia contraria a quella del suo secolo, suggerisce un modello di solidarietà civile tale da resistere all’avversità della natura.
I Strofa: la ginestra che cresce profumata sulle pendici laviche del Vesuvio richiama la condizione storica ed esistenziale dell’uomo. Tutto è soggetto all’azione del tempo e la forza inarrestabile della natura, simboleggiata dal vulcano, lavora per la morte delle sue creature.
II Strofa: l’indignazione del poeta è rivolta verso i contemporanei che negano la reale condizione umana, ripudiando i progressi dell’Illuminismo.
III Strofa: l’uomo tende a nascondere le miserie umane, danneggiandosi. Il vero coraggio sta nell’accettarle e nel creare una società fondata sulla giustizia e sulla compassione reciproca.
IV Strofa: la maestosità del cielo notturno simboleggia la nullità dell’uomo. Al confronto della volta stellata l’orgoglio degli uomini merita riso e pietà.
V Strofa: la natura può distruggere tutte le opere umane all’istante, come un frutto che cade da un albero distrugge un formicaio.
VI Strofa: i tempi umani sono insignificanti di fronte all’eternità della natura. L’uomo, stoltamente, crede di essere immortale.
VII Strofa: la ginestra prima o poi soccomberà alla forza della natura, ma si piegherà senza opporsi e non pretenderà di essere immortale.

Le operette morali
La speculazione filosofica leopardiana approda dopo il 1820 a temi come le false illusioni della natura, il fallimento di ogni nobile ideale, la vanità della vita umana e l’aridità della verità. Il principale assunto della teoria del piacere di Leopardi è l’impossibilità di raggiungere la felicità. Questa consiste in un piacere infinito e assoluto, il cui desiderio non può essere eliminato e non può essere soddisfatto dai singoli piaceri, limitati e temporanei. L’orizzonte materialistico leopardiano produce una visione della vita come vuota ed inutile. In questo periodo il “pessimismo storico” approda nel “pessimismo cosmico”: nessuna età e nessun popolo sono al riparo dal dramma dell’infelicità. L’universo non è fatto per l’uomo, poiché in esso dominano il dolore e l’irrazionalità. La natura non ha cura della sorte degli uomini. La natura, da benevola fornitrice di illusioni, diviene “matrigna”, capace solo di impedire la realizzazione di qualsiasi piacere.
Composte principalmente nel 1824, le operette morali si rifanno a due modelli: Isocrate, carattere filosofico e satirico, e Luciano di Samosata, esempio di stile e contenuto. Importante nelle Operette è il concetto di distanza: Leopardi, nei dialoghi, fa intervenire personaggi fantasiosi del tutto lontani dalla società umana in modo da analizzare il comportamento degli uomini secondo un’ottica diversa.
Temi:
- L’infelicità è il tema principale, affrontato in modo diretto o indirettamente. Una funzione preminente è svolta dalla “Storia del genere umano” in cui viene delineata in modo mitologico la causa dell’infelicità, dalla caduta delle Illusioni all’arrivo della Verità sulla condizione umana;
- L’essere per la morte: l’uomo è insignificante di fronte alla natura e all’universo. Ciò che sta alla base dell’infelicità è la morte, costituente inevitabile del ciclo di distruzione e rigenerazione della morte;
- La noia: esito della frustrazione umana, prodotto dalla vanità di ogni speranza;
- Il rimpianto per lo stato di natura;
- Eroismo umano nell’accettare la condizione di infelicità;
- Critica al progresso e ai suoi falsi miti, coperto da inganno, snaturamento e disumanizzazione.

Dialogo di un folletto e di uno gnomo
In questo dialogo Leopardi sviluppa il motivo della vita che si svolge nell’universo, estranea agli uomini. Critica fortemente l’antropocentrismo umano ed immagina l’universo in assenza degli uomini. La natura e gli altri animali sono del tutto indifferenti alla scomparsa degli uomini, violenti predatori. In questo dialogo è presente il pessimismo storico: gli uomini sono causa del loro male e della loro scomparsa, poiché agiscono contro natura.

Dialogo della Natura e di un Islandese
È un punto di snodo fondamentale nel pensiero leopardiano: per la prima volta la natura viene indicata come ostile e “matrigna” nei confronti dell’uomo.
L’Islandese decide di abbandonare la ricerca della felicità per un obiettivo minimo, l’allontanamento del dolore. Tutto ciò non è bastato, poiché l’Islandese rimase vittima delle malattie, del clima e degli eventi naturali. Riconosce infine la natura come causa dei mali e dell’infelicità dell’uomo.
L’uomo è materia che pensa e soffre, ostaggio della vecchiaia, delle infermità e della morte. La natura al contrario non si definisce nemica, ma indifferente alla sorte dell’uomo. Lasciata senza risposta è la domanda sull’utilità della sofferenza umana, visto che l’obiettivo primo della natura è la vita.
Il viaggio dell’Islandese è il simbolo del pensiero leopardiano che passa da pessimismo storico a cosmico.


Dialogo di Tristano e di un amico
Tristano rappresenta l’autore stesso, con un nome che dipinge l’ideologia sentimentale di Leopardi. Tristano sostiene che definire la vita come felicissima è il più grande auto-inganno dell’uomo moderno. La società ottocentesca viene definita come società della “spiritualizzazione”, cioè dell’astrazione dello spirito dal corpo. La cultura dilagante non è un pregio, ma un miraggio: i dotti sono rarissimi e l’istruzione superficiale di molti non garantisce l’incremento del sapere. Il culto delle masse è uno dei principali obiettivi di critica, da cui deriva l’astrazione di un’immagine generica di uomo che si cancella nella massa. Alla fine del dialogo la morte diviene l’unico mezzo per allontanare sofferenza.

Cantico del Gallo Silvestre
Il Cantico è l'ultima operetta morale scritta nel 1824 da Giacomo Leopardi, e ha il carattere di una conclusione della raccolta. Ne esprime infatti i temi centrali: il mistero dell’esistenza, il senso angoscioso della vita come privazione e come nulla, la fatale infelicità dell'uomo.
L'incipit celebra l'intenzione dell'autore di provocare nel lettore un senso di straniamento e sorpresa, predisponendo l'animo ad accogliere verità antiche.
L’operetta inizia con una breve introduzione, in cui si spiega l’esistenza di un enorme gallo, che viveva con la zampe sulla terra e la cresta in cielo, che aveva imparato a parlare. L’autore è venuto in possesso di un cantico che il gallo era solito pronunciare, non si sa se ogni giorno o se in alcune occasioni speciali. L’autore lo traduce per intero. Il canto inizia con un’esortazione all’umanità a svegliarsi di prima mattina e ad interrompere il periodo del sonno, seppur così piacevole. Infatti se il sonno fosse eterno, l’universo sarebbe più felice, seppur inutile. Poi chiede direttamente al sole se mai avesse visto, durante tutto il tempo in cui è sorto e tramontato, alcun uomo essere felice. Esorta ancora gli uomini a svegliarli, visto che ancora non è concessa loro la morte, se non brevi intervalli simili ad essa, ovvero il sonno, che permette di rinfrancarsi e sopportare il dolore che è la vita. Allora forse il vero desiderio dell’uomo, vista l’assoluta mancanza di felicità, è la morte. Inoltre il gallo paragona la vita alla giornata, quindi la mattina alla giovinezza, che però è troppo breve, e la sera alla vecchiaia, che è il resto della vita, un appassire.

Lo Zibaldone
Secondo il modello di Antonio Muratori, lo Zibaldone è una raccolta di pensieri, appunti e citazioni, sotto forma di diario. La stesura è iniziata nel 1817. Il principale obiettivo dello Zibaldone è la speculazione filosofica. Tuttavia, Leopardi non riesce a compiere un’opera coesa e strutturata e, quindi, a dare vita ad un sistema filosofico. Nello Zibaldone si rispecchia il dinamico sviluppo della riflessione leopardiana. Non è un testo destinato alla pubblicazione, la prosa è essenziale, finalizzata a registrare l’irrequieta mobilità del pensiero dell’autore.
La teoria del piacere:
durante l’analisi dell’esistenza umana, Leopardi muove dalla considerazione che il piacere è proprio della vita umana. Il piacere non ha misura, p infinito, mentre il piacere che cercano gli uomini è individuato e definito e quindi nessun piacere definito può soddisfare il mortale: la ricerca del piacere è destinata alla frustrazione, poiché l’appagamento è sempre limitato. Il contrasto fra l’ambizione al piacere e il definito raggiungimento di esso determina l’infelicità umana. La teoria del piacere si rifà al sensismo settecentesco che vedeva il piacere come una negatività.

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