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Giacomo Leopardi (1798-1837)

Nasce a Recanati, paesino provinciale (Macerata, Marche), definito da lui Natio Borgo Selvaggio, perché è sempre stato un luogo restrittivo per la sua mentalità e Natio perché è sempre stato attaccato alla famiglia.
Il padre, Monaldo, era un intellettuale di alto livello, bibliofilo, che occupò la maggior parte della sua vita a collezionare libri e a creare una ricchissima biblioteca, che avrebbe voluto far diventare pubblica.
La famiglia, nonostante fosse altolocata aveva grossi problemi economici, e a seguito delle ingenti spese del padre per adempire al proprio desiderio, le redini della situazione economica le prese la madre, Adelaide Antici: donna molto dura, parsimoniosa e religiosa, ma anche anaffettiva.
Leopardi rincorre, a causa di questa situazione, il sogno di andarsene, ma è ostacolato dal padre.
Da giovane scrive: “Storia dell’Astronomia”, “Il saggio sopra gli errori popolari degli antichi” e traduce l’opera pseudo omerica della “Batracomiomachia” (guerra allegorica tra rane topi e granchi)

Più tardi viene mandato a Roma da degli zii: parte pieno di speranze ma trova che la città sia sporca, mal frequentata, trova ignoranza nei salotti e resta avvilito dalla corruzione e dal conformismo.
Di buono in Roma trova solo la Roma dell’antichità.
Durante tutta la sua vita scrive una sorta di diario intimo, sul quale annota, mettendo la data, emozioni e sensazioni: lo Zibaldone. E’ molto importante perché spesso troviamo, in questi pensieri la genesi delle sue opere.
Tutta la sua vita è inoltre accompagnata da continue complicazioni di salute e progressivamente si distacca dalla religione, precedentemente inculcata dalla madre, diventando, si suppone, deista.
Nel 1924 scrive le Operette Morali in prosa allontanandosi così dalla poesia.
Vive per un periodo a Milano, dove lavora per l’editore Stella, per il quale cura un edizione delle opere di Cicerone.
A Pisa poi ricomincia a riavvicinarsi alla poesia, con gli Idilli, e la delusione d’amore vissuta per Fanny Targioni Tozzetti, darà vita al Ciclo di Aspasia.
Andò poi a Firenze, e per l’ultimo periodo della sua vita a Napoli con il suo unico amico Antonio Ranieri. In questo periodo scrive la Ginestra, in cui apre uno spiraglio: che la vera salvezza sia unirsi agli altri uomini.
Il 14 giugno 1837 muore per cause incerte.

Operette Morali
Le prime 20 vengono scritte nel 1924, ma in tutto sono 24.
Sono componimenti in prosa in forma dialogica, nelle quali ci sono molti personaggi, di vario tipo: inventati come gli gnomi, storici come Torquato Tasso, e personificazioni come la Moda e la Morte.

Trattano argomenti etico-morali e attingono dai dialoghi di Platone e di Luciano di Samosata (letterato che scrisse dialoghi non filosofici di argomento mitologico tra dei, dei marini e meretrici). Sono state molto criticate per il loro contenuto: sono piuttosto ciniche e laiche, in alcuni punti sfiora l’ateismo, infatti, a casa Leopardi, la copia delle operette morali è sempre stata conservata fra i libri proibiti.
Leopardi nelle Operette Morali gioca col linguaggio, talvolta parlato e talvolta forbito.
Cita dei versi, per esempio di Petrarca, Ariosto etc
Nell’opera ci sono molte citazioni di versi e rimandi di Petrarca, Ariosto e molti altri autori, come, nelle Peripezie dell’Islandese si intravedono delle somiglianze con il Candido di Voltaire.
I temi principali delle Operette Morali sono: la meditazione sull’infelicità, il piacere, la noia, la natura matrigna e indifferente e la morte.

Il pensiero
- La prima fase del suo pensiero, quella embrionale, è riconducibile agli anni tra il 1816 e il 1819:
In questa fase Leopardi ritiene che, siccome l’uomo è ostacolato dalla vita nella ricerca del piacere, quest’ultimo può essere solamente istantaneo e mai duraturo.
La natura in questa fase non è totalmente maligna: essa ha lasciato agli uomini le illusioni, attraverso le quali si può sospendere il dolore. Le illusioni sono l’amore, l’amicizia e la gloria.
Il progresso però riduce le illusioni, infatti ad esempio si comprende che il colpo di fulmine è solo una questione ormonale. Gli antichi riguardo a queste illusioni consolatorie erano privilegiati, essi ricorrevano ad esempio alla poesia, che può aiutare anche i moderni, attraverso il vago e l’indefinito.

Per lui inoltre, con la permanenza a Roma, il progresso ha peggiorato la condizione dell’uomo.
Questa fase del pensiero è chiamata pessimismo storico, dove la razionalità porta l’uomo lontano dallo stato di natura. È in questo momento che diventa deista: secondo lui c’è qualcosa, una forza, ma non la concretizza mai in una “religio”.
- La seconda fase si ispira alla teoria del piacere e a molte correnti filosofiche europee. Nella teoria del piacere confluisce il sensismo, secondo il quale la conoscenza è data da ciò che ricevono i sensi.
In questo periodo si avvicina al materialismo meccanicistico, con questa visione l’uomo si sente piccolo, parte infinitesimale e universalmente inutile. La natura è quindi matrigna e avversa agli uomini. Questa fase è chiamata pessimismo cosmico, arriva all’idea dell’infelicità come propria della natura umana. La natura dà all’uomo il desiderio di un piacere infinito non dandogli gli strumenti per raggiungerlo.
Le illusioni qua non sono più consolatorie, rifugiarsi nella ragione non può dare sollievo all’infelicità umana.
Leopardi pur essendo un Romantico prende le distanze dal Romanticismo e ne critica gli aspetti sdolcinati, melensi e patetici. Infatti Leopardi nelle sue opere e nel suo pensiero è triste ma mai patetico.
- Solo alla fine della sua vita e con la sua ultima opera, la Ginestra, abbiamo la testimonianza di una consapevolezza diversa che però a causa della morte non riesce a sviluppare: gli uomini sempre nell’ambito del pessimismo cosmico, unendosi possono riuscire a resistere ai colpi della natura matrigna: nell’ambito laico è un novità, infatti secondo lui gli uomini forse, con l’aiuto degli altri possono trovare la salvezza.

Pietro Colletta è un amico di Leopardi che lo aiuta nei momenti difficili della vita a Recanati, soprattutto per quanto riguarda l’economia. Colletta fece appunto una colletta fra gli amici per aiutarlo. Il termine colletta viene dal latino colligo, mettere insieme, ma ha avuto un sacco di fortuna, e può essere riconducibile al gesto dell’amico di Leopardi.

Lo stile di Leopardi si basa sulle parole, sul lessico “sonoro”, dove il poeta compì il labor limae (limatura) (termine proveniente forse da Orazio). I riferimenti di leopardi sono principalmente i classici ma anche Dante e Petrarca.

Canti
La prima stampa risale al 1831, la seconda al 1835 mentre la terza, definitiva, postuma, curata dall’amico Ranieri, nel 1845. Leopardi nel titolo non voleva l’articolo per porre l’accento sulla musicalità, tanto cercata dal poeta. Non è un’opera sistematica, Leopardi non usa nessun sistema o schema per l’ordine, perché vuole soffermarsi sulla poesia e sulla frammentarietà, rifacendosi alla tradizione petrarchesca (rerum vulgarum fragmenta = Il Canzoniere).
- Canti si apre con le cosiddette Canzoni Civili, come “All’Italia”, nelle quali Leopardi riflette sulla crisi civile e culturale italiana e sulle possibilità di restituire grandezza all’Italia attraverso la letteratura.
- La seconda parte del libro consiste nelle Canzoni del Suicidio, “Bruto Minore” e “Ultimo canto di Saffo” in cui vi è una supremazia dell’io e un’analisi e una spiegazione del suicidio. Sia Bruto sia Saffo si sono appunto suicidati. Il suicidio del primo è stoico, e vi ha ricorso per non cadere in mano ai cesariani. Saffo invece, poetessa del sesto secolo, la quale aveva provato amore per alcune delle sue studentesse (l’omosessualità non era condannata all’epoca), si era, secondo la tradizione, innamorata di un uomo, Faone (questo ci fu riportato in una lettera da Ovidio), ma siccome Saffo si dice fosse di brutto aspetto, venne rifiutata, così decise di ribellarsi alla natura uccidendosi.

- Nell’organizzazione dei Canti seguono gli Idilli, che deriva dal termine greco idyllion che significa immagine, quadretto (Teocrito III IV secolo aC), in cui solitamente si trova una natura piacevole e serena. Gli Idilli leopardiani, però non sempre sono idilliaci, il titolo è più una testimonianza dell’enorme cultura di Leopardi; essi sono decisamente più intimi e personali, e trattano di sensazioni proprie dell’autore, di ricordi ed esperienze che lo hanno formato.
A questa sezione appartengono “Infinito” e “Passero Solitario”.

Infinito
Abbiamo di esso un manoscritto sul quale possiamo vedere i segni del labor limae.
In questa poesia facente parte troviamo la malinconia dell’autore espressa con l’impossibilità di andare fisicamente oltre a quella siepe, ma solo mentalmente, utilizzando l’esotismo.

Passero solitario
Fu composto tra il 1831 e il 1835, e tratta della gioventù dell’autore spesa nell’isolamento degli studi, e la malinconia nel vedere gli altri ragazzi festeggiare e innamorarsi.
Rimpiange l’irreversibilità del tempo e l’impossibilità di recuperare gli anni perduti.
Questa sensazione viene resa con il parallelismo tra lui stesso e il Passero Solitario, che per natura e per istinto si esclude dal regno animale e sta da solo.
Vi sono molti riferimenti a Dante e Petrarca, enjambement e l’immagine della strofa iniziale richiama proprio l’idyllion greco.

A Silvia
Esso fa parte degli Idilli pisano-racanatesi.
Silvia (Teresa Fattorini) era la figlia del cocchiere della famiglia Leopardi, e muore giovane di tisi, il mal sottile. In questa poesia Leopardi racchiude la condizione di gioventù sua e della ragazza.
Siamo nel periodo del pensiero in cui attraversa il pessimismo cosmico.

La quiete dopo la tempesta
In questa poesia viene trattato il tema del piacere solo come sospensione del dolore.
Il verso 7 (E chiaro nella valle il fiume appare) è definito da Sbarbaro il piu bello della lirica italiana

A se stesso
Fa sempre parte dei Canti, ma al ciclo di Aspasia, in cui condanna l’amore.
La struttura della poesia è frammentaria, sembra quasi un singhiozzo, un pianto.
Considera qui la morte come unica meta dell'uomo, visione laica.

Sabato del villaggio
La poesia è basata sul parallelismo tra il sabato, giorno dell’attesa alla festa e pieno di speranza e la giovinezza, che è il periodo di attesa alla maturità.
La prima scena viene criticata da Pascoli,le rose e le viole non fioriscono insieme.
Nella seconda scena la vecchierella ricorda il periodo felice della gioventù, gioventù come unico periodo felice. Terza immagine bambini che giocano davanti alla chiesa. Quarta immagine “il” zappatore licenza poetica.

Zibaldone
E’ una sorta di diario che contiene appunti e sensazioni, composto tra il 1817 e il 1832.
Il titolo è sinonimo di confusione. Leopardi vi annota, con caratteristiche dell’appunto, pensieri, quasi lirici e riflessioni scaturiti da qualcosa, in prosa lirica, ma contiene tensione emotiva riconducibile alla poesia.
Infatti in futuro attinge dallo Zibaldone per produrre la sua poesia.
Nello Zibaldone i pensieri sono zigzaganti/arzigogolati e riguardo alla Natura e alla Ragione esprime gli stessi temi delle Operette Morali.
Lo stile è prevalentemente frammentario, anche se però vi sono delle parti complete e sensate.

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