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Giacomo LEOPARDI

GIOVINEZZA

Nato a Recanati (MC) nel 1798 dal conte Monaldo (nobile colto di cultura accademica) e Adelaide Antici (donna severa che non si occupò dell’educazione dei figli, preoccupata dal bilancio familiare), Leopardi sofferse la difficile situazione della famiglia. Si avventurò molto presto nella biblioteca paterna e a 10 anni si tuffò nei “7 anni di studio matto e disperatissimo”, che compromisero la sua salute, ma che gli fornirono una cultura da filologo, traduttore (latino, greco ed ebraico) e fu autore di opere di dissertazione filologica. Tuttavia visse il suo isolamento nel “natìo borgo selvaggio” ancor più dolorosamente per l’insufficienza della biblioteca paterna, l’impossibilità di confrontarsi con altri intellettuali e il desiderio di gloria (di cui aveva fatto esperienza leggendo i numerosi esempi classici di virtù). Conobbe poi Pietro Giordani, uno scrittore piacentino con cui ebbe scambi di epistole (utili per ricostruire la sua vita). Dopo la conversione alla poesia (1816-1817) Leopardi compose alcune canzoni (1818-1821) che poi confluirono nei Canti, e scrisse anche gli Idilli.

CRISI del 1819

Impossibilitato a fuggire da Recanati, Leopardi fu costretto a idealizzare il mondo lontano che non aveva ancora visto. Dopo una tentata fuga, subì un peggioramento delle sue condizioni fisiche, che fece del 1819 un anno di crisi del poeta, nel quale elaborò alcune riflessioni sulla condizione dell’uomo, che poi andranno a costituire lo Zibaldone (una sorta di diario, una collezione di pensieri che lo accompagnerà nelle sue esperienze, di vita e poetiche) e in particolare la teoria del piacere (presentata nel 1820) che andrà a rielaborare e approfondire per tutta la vita. Nel 1818 scrisse per la “Biblioteca italiana” il Discorso di un italiano sulla poesia romantica, nel quale difendeva le posizioni di classici e classicisti. Con la crisi del 1819 maturò la convinzione che ai moderni non fosse più concessa una poesia d’immaginazione come quella degli antichi, bensì solo sentimentale e filosofica.

DELUSIONE di ROMA

Nel 1822 il padre gli concede di allontanarsi da Recanati, e Leopardi soggiorna a Roma, presso lo zio Carlo Antici. Ma la città fu una delusione per Leopardi, che si accorse di quanto il mondo fuori Recanati fosse più meschino di come aveva immaginato. Tornato nel suo paese (1823) infittisce le riflessioni dello Zibaldone e sente inaridirsi la vena poetica, e abbandona la poesia per la prosa. Nel 1824 compose il nucleo delle Operette morali, nelle quale vi è il momento culminante della sua concezione della natura, la vera colpevole dell’infelicità umana.

EDITORIA e VIAGGI- Nel 1825 avviò una collaborazione con l’editore milanese Stella, che gli procurò un assegno mensile, rendendosi indipendente dalle finanze familiari. Viaggiò a Milano e a Bologna, dove rivide Giordani. Nel 1827 si trasferì a Firenze, e conobbe Pietro Vesseux e gli intellettuali della rivista “Antologia”. Incontrò Manzoni e scrisse 2 Operette morali; va poi a Pisa, dove sente risorgere il bisogno di poetare, che dà vita al secondo ciclo dei canti (quelli pisano-recanatesi). In seguito, le condizioni di salute sempre più gravi e l’interruzione dell’assegno significano un ritorno a Recanati e dunque una sconfitta di Leopardi, che piomba in una cupa disperazione, una “notte orribile”, durata 16 mesi. Intanto compone altri versi, tra i quali Le ricordanze, Il sabato del villaggio e La quiete dopo la tempesta.

ABBANDONO di RECANATI E VIRILE SOPPORTAZIONE DEL DOLORE

Svanita la speranza di ottenere un premio dall’Accademia della Crusca per la pubblicazione delle Operette morali, Leopardi accetta un assegno da amici toscani e lascia definitivamente Recanati. Di sempre peggiore salute e proiettato alla morte liberatrice, Leopardi appare più fermo e deciso: conscio della sua grandezza, è disposto a combattere per le proprie idee e più interessato a problemi sociali e politici. Nel 1831 esce l’edizione fiorentina dei Canti, e l’anno successivo le ultime 2 Operette morali, tra cui il Dialogo di Tristano e di un amico, nel quale polemizza con chi attribuiva alla malattia la sua concezione pessimistica del mondo e della cultura del proprio secolo.
ULTIMI ANNI a NAPOLI - Nel 1833 si reca a Napoli con l’amico Ranieri, e vi trascorre gli ultimi anni, in un’ansiosa attesa della morte, come liberazione dalle proprie sofferenze, ma scrive altre opere: una satira politico-culturale, i Pensieri (sistemazione incompiuta di alcune riflessioni dello Zibaldone, anch’esso interrotto) alcuni canti e canti sepolcrali, fra i quali La ginestra, la summa della sua riflessione di quegli anni, nella quale, in uno slancio utopistico, suggerisce agli uomini di coalizzarsi contro il comune nemico, la natura (la sua poetica non è più idilliaca, non più indirizzata ad un linguaggio indefinito e vago). Muore nel 1837, a 39 anni di età.

PRIMA FASE e POETICA DELL'INDEFINITO E DEL VAGO

L’INFLUSSO di ROUSSEAU e il PESSIMISMO STORICO

Sin da giovane Leopardi capì di essere destinato alla sofferenza e all’infelicità, anche in futuro. Nel 1817-18 (Discorso di un italiano sulla poesia romantica) però si assiste a un tentativo di giustificare la sua sofferenza in una riflessione più generale sulla condizione umana. Quando giunge a una sistemazione del proprio pensiero, la sua concezione è quella del pessimismo storico: influenzato da Rousseau (che vedeva l’incivilimento come forma di regresso rispetto allo stato felice di natura) Leopardi concepisce l’infelicità come propria dell’uomo (in particolare quello moderno) frutto del divenire storico e del progresso. La ragione ha tolto all’uomo la capacità di immaginare e illudersi, filosofia e scienza hanno incrementato le conoscenze ma scoperto aride verità, che tolgono quella visione ingenua e felice del mondo, tipica di antichi e bambini (dunque concedono progressi materiali, ma peggiorano la condizione esistenziale e morale). La natura è invece fonte di vitalità e dispensatrice di illusioni, una “madre” benevola che conduce l’uomo alla felicità. Si assiste dunque a un rapporto di ANTINOMIA (contrasto) fra natura (illusioni) e ragione.
La TEORIA del PIACERE - Consegnata allo Zibaldone (1820) la “teoria del piacere” nasce come riflessione su un sentimento di forte insoddisfazione: l’uomo sperimenta in sé un desiderio infinito di piacere, che è irrealizzabile. Quando si prova piacere, si tratta solo di piccoli piaceri, temporanei e limitati, prodotti dalla momentanea cessazione del dolore, ma non possono appagare quel desiderio illimitato e assoluto; questo cessa solamente con la morte. L’inclinazione dell’uomo verso l’infinito contrasta con la sua limitatezza nello spazio e nel tempo. La natura è benevola ma impotente, perché il suo intervento è solo un vano tentativo di celare la verità all’uomo, di instillargli illusioni che lo aiutino a sopportare la vita.

POESIA D'IMMAGINAZIONE E FILOSOFICA

Leopardi considera l’età primitiva l’età della poesia, perché questa gli appare come prodotto dell’immaginazione e della fantasia. L’età moderna è invece impoetica, (per la caduta delle illusioni) è l’epoca della filosofia. Nel Dialogo di un italiano intorno alla poesia romantica afferma che solo quella degli antichi fu una vera esperienza di poesia, e i moderni, con la ragione non possono essere felici, e il sentimento moderno dominante è la noia. All’uomo moderno non è concessa una poesia d’immaginazione, ma solo filosofica, non sulle illusioni, ma sulla loro caduta.

POETICA DELL'INDEFINITO E DEL VAGO

Corollario della teoria del piacere, questa poetica ha come cardine la ricerca di riprodurre (mediante il linguaggio) quelle sensazioni di indefinitezza e di vaga immaginazione proprie della fanciullezza. Adatte a questo scopo sono le sensazioni e percezioni indefinite e vaghe: ciò che è lontano, magari intravisto, vagamente sentito o solo immaginato, è una sensazione poetica perché maschera la percezione diretta della realtà, esercitando così la facoltà poetica umana per eccellenza, l’immaginazione. Una cosa lontana è una cosa sfumata, indefinita (apre le porte all’INFINITO). Ruolo fondamentale è quello della memoria, (ricordi e rimembranze) della prima infanzia o anche di un passato, più o meno remoto, che attenua anche l’esperienza del dolore.

PRIMI CANTI


CANZONI CLASSICISTICHE e “IDILLI”


CANZONI (1818-1822) - Affrontano temi vari (esortazione all’impegno civile e patriottico, rievocazione storica e riflessione esistenziale). Nelle 2 canzoni civili All’Italia e Sopra il monumento di Dante è palese una denuncia alla situazione dell’Italia, un tempo forte, ora debole e divisa, che porta a un incitamento verso i connazionali, che la riportino allo splendore.
IDILLI (1819-1820) - Dagli Idilli di Mosco, poeta greco che Leopardi aveva tradotto. Non ispirati ai classici, Leopardi li definisce come “situazioni, avventure storiche del mio animo”. C’è un legame con i modelli recenti del Werther e dell’Ortis, e anche un carattere di confessione personale. Sono conseguenti alla convinzione che ai moderni non fosse più concessa altra poesia che quella sentimentale: Leopardi lascia i modelli antichi e la poesia d’immaginazione per dedicarsi al lirismo (adotta l’endecasillabo sciolto).
PAROLE POETICHE - Le parole lontano e antico sono poetiche perché richiamano idee vaste e indefinite. Le parole notturno, oscurità e profondo sono poeticissime perché la notte confonde gli oggetti e se ne ha un’immagine vaga e indistinta. Anche le parole posteri, futuro, passato, eterno, lungo, morte, mortale o immortale sono di connotazione indefinita, poetiche e nobili.
L’INFINITO (1819) - Capolavoro degli “Idilli”, L’infinito è la suggestiva trascrizione di un moto dell’immaginazione, a cui il poeta si abbandona di fronte a una siepe che gli impedisce di osservare il paesaggio retrostante (e che quindi lo costringe ad immaginarlo). Richiamato al presente da una sensazione uditiva (lo stormire delle piante) estende il suo fantasticare dalla dimensione spaziale alla temporale, evocando le morte stagioni e l’eterno (in contrasto). È un processo immaginativo e consolatorio sottoposto a un preciso controllo razionale, un “sogno fatto in presenza della ragione”. La struttura è controllata e i ritmi vari e modulati, grazie al frequente uso di enjambement.
ALLA LUNA (1819) - Affronta il tema del ricordo come fonte di piacere, anche quando l’oggetto del ricordo sono eventi o situazioni dolorose. L’esperienza dell’infelicità nel presente si sublima nel colloquio con la luna e nel ricordo di un precedente altro colloquio, proprio perché filtrato dalla memoria, appare più sfumato e consolatorio. (Lunga la speranza e breve la memoria ← gioventù).

Il SILENZIO POETICO E LE OPERETTE MORALI

CAPOVOLGIMENTO dell’ANTINOMIA NATURA/RAGIONE → PESSIMISMO COSMICO - Dopo aver abbandonato la forma poetica, nel 1823 Leopardi intensifica le riflessioni nello Zibaldone: affronta svariate questioni, ma si dedica anche alla filosofia (su natura e destino dell’uomo). In questi anni mette in discussione quella concezione antinomica natura/ ragione, del suo pessimismo storico. Ribalta il giudizio su funzioni e responsabilità della natura, e da una concezione positiva di essa passa a una negativa, abbandonando i presupposti di Rousseau. Non esiste lo stato felice di natura da cui l’uomo si sarebbe allontanato: la contraddizione insanabile (tendenza all’infinito, ma impossibilità a realizzarlo perché limitati) è propria dell’uomo, e la natura ne è responsabile, è un principio cieco, indifferente e insensibile. L’uomo nasce al solo scopo di morire, e l’esistenza è solo un ciclo di produzione e distribuzione della materia, per mantenere il sistema. Viceversa la ragione, prima causa dell’infelicità, è ora un efficace strumento conoscitivo, che svela le contraddizioni del reale: non conduce alla felicità, che è costituzionalmente negata all’uomo, ma lo libera da false credenze, restituendogli dignità e consapevolezza. Questa nuova visione, comporta l’adesione al MATERIALISMO e al MECCANICISMO.
OPERETTE MORALI - Il primo gruppo (il più consistente) di Operette morali venne composto nel 1824, poi altre 3 fra il 1825 e il 1827 e le ultime 2 nel 1832. La forma prevalente delle Operette morali è il dialogo (17/24 sono dialoghi) per il quale Leopardi ebbe come modello Luciano di Samosata, autore greco. Le Operette morali sono una sintesi unitaria ma anche letteraria di tutte le riflessioni sparse per lo Zibaldone. Leopardi supera la prospettiva soggettiva e autobiografica, la protesta contro la natura e il destino per guardare a fondo nella natura delle cose e svelare l’aspra verità cui è giunto. Le tematiche:
• esposizione della teoria del piacere; • senso di assurdità della vita (come appare ai morti); • problema se in punto di morte l’uomo provi piacere o dolore (per la morte come cessazione di dolore); • visioni straniate del mondo degli uomini o del mondo senza uomini;
• impossibilità di conseguire una gloria autentica (che è anche tema del rapporto fra uomo e società);
• rinnovata concezione della natura (Dialogo della Natura e di un Islandese); • tema dell’infelicità. Inoltre, in alcune Operette espone il pensiero materialista, difende il suicidio come liberazione dalla
sofferenza terrena, e polemizza molto contro le concezioni ottimistiche e spiritualistiche del suo tempo.
DIALOGO DELLA NATURA E DI UN ISLANDESE - L’Islandese peregrina per il mondo alla ricerca di un luogo e di un clima che la natura gli abbia eventualmente destinato, ma convintosi che un tale luogo non esista e che la natura abbia destinato l’uomo alla sofferenza, cerca disperatamente di sottrarsi alla sua persecuzione, finché si imbatte nella stessa, “una forma smisurata di donna, dal volto tra il bello e il terribile” con la quale dialoga sull’esistenza umana, sui fini e sul senso della realtà. Si dichiara che la natura è la causa prima dell’infelicità dell’uomo, e non la benigna consolatrice della teoria del piacere. Viene abbandonata la concezione della ragione e del progresso che avrebbero allontanato l’uomo da una condizione primitiva felice; la fuga dalla civiltà verso la natura viene metaforicamente capovolta in una fuga dalla natura stessa, che ora è nemica - PESSIMISMO COSMICO.
DIALOGO DI UN VENDITORE DI ALMANACCHI E UN PASSEGGERE - Composto nel 1832, ha personaggi comuni, svolgimento semplice ed è privo di riferimenti filosofici perché destinato ad un ampio pubblico. Il dialogo è incentrato sul problema esistenziale dell’uomo, che non è destinato alla felicità.
DIALOGO DI TRISTANO E DI UN AMICO (1832) - Composto in risposta alle critiche negative sull’edizione milanese delle Operette morali (che attribuivano alla malattia la visione pessimistica di Leopardi) questo dialogo è pessimista, ma afferma che il coraggio stia nel vivere anche nelle sofferenze, senza rinunciare mai alla vita. Argomenta con una cosa (vita felice) e conclude con il suo opposto (vita infelice) → ironia. Non ha paura di infelicità, dolore e neanche morte, che accetta invece come cessazione di dolore.
CANTI PISANO-RECANATESI (1828-1830)
A SILVIA - Canzone dalle strofe libere, di endecasillabi e settenari. Silvia era probabilmente una vicina di casa, una fanciulla che aveva conosciuto da giovane, e che morì precocemente; in Leopardi muore l’illusione, sono accomunati. Silvia rappresenta la speranza, che si dimostra illusione, che muore, passa.
LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA - Composta nel 1829, in questo canto viene esplicitata meglio la teoria del piacere. Partendo da una scena di vita paesana, un’esperienza concreta (la quiete dopo la tempesta) sottolinea il concetto di piacere come cessazione di dolore - piacer figlio d’affanno).
IL SABATO DEL VILLAGGIO - Speculare a La quiete dopo la tempesta, questo canto muove come il precedente da una scena di vita paesana e rivela un altro aspetto della teoria del piacere leopardiana, ovvero che il piacere non è mai attuale, ma sempre proiettato al futuro, nell’ATTESA.
CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA (1829-1830) - Con il Canto notturno si chiude il ciclo di Canti pisano-recanatesi: in questo canto Leopardi, tramite la figura del pastore errante, considera più in generale la condizione di infelicità di tutti gli esseri viventi, non solo degli umani.

L’ULTIMO LEOPARDI: UNA NUOVA POETICA

L’ultima stagione poetica è successiva ai Canti pisano-recanatesi, e i suoi presupposti sono la concezione maturata nella crisi del 1823 e il materialismo adottato negli anni 1825-1827, nonché la constatazione dell’ineluttabile infelicità che la natura ha riservato all’uomo; Leopardi appare cambiato nell’animo, nell’atteggiamento etico, nel modo di difendere le proprie convinzioni. È negli anni napoletani che compone il canto de La ginestra, summa della meditazione e della poesia dell’ultimo Leopardi. Il poeta è più critico con la società, soprattutto verso il Cattolicesimo, ora si accende di sdegno contro chi non ammette la verità e chi finge di non vederla, ora prova pietà per l’uomo, in balìa di un potere ostile che lo condanna alla sofferenza. Muovendo da ciò, Leopardi formula quel progetto di solidarietà utopistica: solo essendo solidali fra loro, mettendo al bando le “superbe fole” gli uomini potranno combattere il nemico comune (la natura) e fondare una migliore convivenza civile, più salda e duratura.
LA GINESTRA O FIORE DEL DESERTO - Composta nel 1836 (edita nel ’45) in una villetta alle pendici del Vesuvio, rappresenta l’apice di una poetica non più “idilliaca” ma “eroica”. È anche una sorta di testamento spirituale del poeta (è posta alla fine dei Canti). Polemizzando contro antropocentrismo e spiritualismo 800esco, Leopardi ribadisce il proprio pessimismo ed elabora la sua utopia solidaristica che vede gli uomini consociati nella lotta contro il comune nemico, la natura.
Parole come qui, questo, ancorano il pensiero al paesaggio, perché la vicenda storica di Pompei si lega a quella della ginestra, che resiste eroicamente, con accettazione. La ginestra assume virtù femminili in un fenomeno di TITANISMO (è consolatoria e umile). Tema importante è quello della natura, simboleggiata dal vulcano, la natura è prima madre generatrice, ora matrigna distruttrice, e questa cattiveria viene compensata dall’uomo con l’associazione, dettata non da un’ideologia, ma dalla necessità. Il paesaggio c’è ancora, ma non è più quello degli idilli, dell’immaginazione, è solo un luogo di dolore.
Lo STILE è simile al poemetto, con toni epici, lirici e narrativi, di ampio respiro e argomento filosofico; il contenuto è prevalentemente argomentativo, c’è unitarietà delle tesi e delle citazioni.

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