Dopo l'ultimo, tremendo soggiorno a Recanati degli anni 1828-1830, Leopardi partì nel 1830 per Firenze, dove conobbe la ventinovenne Fanny, di cui prese a frequentare il salotto e per cui concepì un tenero, infelice amore. La donna negò sempre di aver lusingato o illuso il poeta, che però nel 1831 si trasferì d'un tratto e misteriosamente a Roma, fra lo stupore degli amici e del fratello. Altro non sappiamo, se non che nel 1832 il poeta tornò a Firenze e rimase in cordiale amicizia con la donna, almeno finché si trasferì a Napoli nel 1833.
Comunque siano andate le cose fra i due, la lirica trasmette una disperazione così cupa da non esser più nemmeno dolorosa: la vita suscita, più che sofferenza, puro disgusto. Al proprio cuore, che troppe volte ha palpitato per passioni mai ricambiate, Giacomo chiede di non disperarsi più, perché non c'è cosa al mondo per cui valga la pena emozionarsi. La quotidianità è uno spento deserto di amarezza e grigiore su cui regna la natura, il cui solo fine è la conservazione della specie, anche a prezzo dell'infelicità dell'individuo.

La lirica è fitta di imperativi con cui il poeta pare voler imporre a se stesso di non soffrire più, perché tutto è vano, ossia vuoto di senso e valore. Dunque Giacomo ordina al suo cuore di smettere di battere, di uniformarsi al nulla che il mondo è, perché ogni illusione, ogni ribellione è solo inutile fatica.
Gli ultimi, vani sussulti di un cuore ferito sembrano echeggiare persino nel ritmo dei versi, scanditi in frasi ora brevissime ora lunghe e contorte, scavalcati da molti enjambements e spezzati da impreviste pause di punteggiatura.
Leopardi non scrive mai per sfogo: anzi, nei suoi travagli vede e considera sempre la condizione universale dell'uomo. Amore e dolore non sono occasione di lamento bensì di riflessione, perché riguardo tutti: Giacomo non credeva più che l'amore potesse dare la felicità, perché aveva capito che la vita e la natura seguono ciechi meccanismi biologici in cui i desideri e la felicità individuali non contano niente. Se non altro, l'amore è una dolce illusione che rompe la piatta, asfissiante quotidianità: senza di esso, c'è solo “fango”.

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