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La Ginestra

E' il penultimo poemetto che ha scritto. Lui e Antonio Ranieri affittavano in estate una casa sulle falde del Vesuvio. Egli le osserva che sulla discesa del Vesuvio la lava si deposita e diventa impermeabile sulla quale cresce solo un fiore: la ginestra. Un fiore giallo e profumato che cresce dove c’è poca terra. Egli è colpito da questo fiore in questo ambiente desolato e dice: questo fiore consola questi luoghi deserti dove ora c’è lava e una volta c’erano pascoli, città bellissime e molto vive. Il vulcano e fa una strage a Ercolano e Pompei), poi si comincia a disseppellire questa ricchezza nascosta. Leopardi dice che un tempo li c’era un insediamento umano bellissimo e l’eruzione l’ha distrutto = siamo fragili davanti alla natura e dobbiamo rendercene conto e cercare di allearsi contro la natura = l’infelicità può essere attenuata dal fatto che tra di noi ci aiutiamo.

Seconda parte: si siede la sera davanti al Golfo di Napoli con la luce di tutte le stelle e pensa che non possiamo ottenere tutto perché il mondo è eternamente più grande

1. Qui sulla discesa arida del formidabile vulcano Vesuvio senza ne alberi ne fiori fai crescere i tuoi cespugli, profumata Ginestra contenta di spuntare anche dove non c’è nulla. L’ha vista anche a Roma (con palazzi e chiese ma con molte catapecchie e zone paludose e malariche) e sembra che con il loro silenzioso e cupo aspetto ricordino al viaggiatore l’impero perduto. Adesso ti rivedo in questa terra in luoghi tristi e abbandonata dal mondo, compagna del destino difficile.
2. Ercolano e Pompei questi campi cosparsi di cenere che li rende non fertile e ricoperti di lava impietrita che risuona sotto i passi di chi ci cammina. Dove la biscia si contorce al sole e il coniglio torna al suo ovile nella caverna. In questa natura furono belle città e luoghi coltivati pieni di spighe e di pascolo. Ci furono giardini e palazzi dove i potenti passavano le vacanze. Il monte superbo mandava fulmini dalla sua bocca di fuoco . Ora tutto qua è avvolto dalla resina dove spunta un fiore gentile e quasi commiserando da la sfortuna altrui al cielo mandi un profumo che consola il deserto.

A se stesso


L’occasione esterna dovette essere il disinganno a cui andò incontro l’amore per Fanny Targioni Tozzetti, la scoperta della vera realtà della donna amata, che negava l’immagine costruitasi dal poeta (analizzato in Aspasia).
La poesia è la quarta del cosiddetto "ciclo di Aspasia", una delle più dure e drammatiche della lirica leopardiana. E' qui espressa tutta l'amarezza e la delusione estrema per quello che il poeta stesso definisce "inganno estremo" ossia la fine dell'illusione amorosa per l'attrice Fanny Targioni Tozzetti che aveva alimentato le sue intime fantasie. Quell'amore in realtà non fu mai corrisposto. Il poeta si rivolge a se stesso, invitando il suo cuore a smettere di tormentarsi: quel desiderio che lo ha fatto palpitare ormai è spento e non ha più ragione d'essere alimentato. La delusione per questo "inganno" porta inoltre il poeta a disprezzare il mondo ("e fango è il mondo") e la natura, origine di tutto il male e il dolore verso cui l'uomo è destinato fin dalla nascita. Anche questa poesia è un'epsressione di quel pessimismo cosmico che conduce il Leopardi ad un atteggiamento di rifiuto e disprezzo progressivo e totalizzante: la poesia si conclude con una lapidaria affermazione sulla "infinita vanità del tutto", emblematico epilogo di una lirica costruita sulla negatività dell'esperienza umana.

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