miay di miay
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L'INFINITO

Parafrasi:

Sempre caro mi fu questo colle solitario e questa sepie, che al mio sguardo impediva la vista dell'orizzonte, ma sedendo e osservando , nella mia mente immaginavo immensi spazi e silenzi mai conosciuti dall'uomo,che per poco il mio cuore non si smarrisce.
Il rumore del vento che sfiora le piante lo paragono all'infinito silenzio, ma mi viene in mente l'eternita del tempo e l'età che pulsa di vita , così che smarrisco il mio pensiero sprofondando nel mar dell'infinito.

Presenta un complesso itinerario immaginativo e conoscitivo. L'infinitamente grande nello spazio e nel tempo è definito attraverso il confronto con una situazione di limite sensoriale: la visione du un colle e di una siepe che ostacolano lo sguardo del poeta.
Composto nel 1819 a soli 21 anni. Si hanno riferimenti alla realtà materiale, alle percezioni sensoriali e a sentimenti e riflessioni che fa si che si generi uno scambio tra sensazioni ed emozioni. Il dato materiale è una siepe posta su un colle poco lontano dall'abitazione del poeta: tale siepe impedendo la vista di ciò che sta al di là di essa mette in moto un processo immaginativo e fantastico assai piacevole, permettendo al poeta di fantasticare sul concetto-limite di infinito proprio a partire da quella sensazione di limitatezza. Il vicino rumore delle foglie mosse dal vento confrontato con le immagini di infinito evocate dal poeta chiama in causa un secondo concetto-limite, quello di eterno. Le immaginazioni suscitate da questa esperienza coincide con il raggiungimento di un piacere indefinito.

La metrica e stile:
Quindici endecasillabi sciolti che fa si che ci sia una grande varietà nella struttura ritmica. La figura chiave della metrica è l'enjambement che riguarda la maggiore parte dei versi per mettere quindi in luce parole, immagini. Restano estranei alla logica degli enjambements il primo e sopratutto l'ultimo verso nei quali si ha una coincidenza tra sintassi e metrica. In questo modo l'esperenzia viene come racchiusa tra due solidi confini formali dell'inizio e della fine cioè tra la radicale materialità e normalità che si ha all'inizio e la conquista dello smarrimento dei sensi e della mente che si ha alla fine. Si hanno due verbi importantissimi che sono mi fingo(vedere e il sentire) e vo comparando(il pensare e l'immaginare).
Il naufragio del pensiero sta a indicare l'impossibilità di capire l'infinito però il tentativo di capirlo rende felice il poeta. Questo ci fa pensare a un'altra opera quella di Dante su Ulisse che per arrivare alla conoscenza si va a nufragare.
I temi: Il comportamento è costruito sul tema del rapporto tra esperienza e riflessione. L'esperienza è rappresentata dal colle dalla vista della siepe, dal vento che si muove fra le piante: eventi semplicie quiotidiani. La riflessione apre un dialogo tra questi dati oggettivi e la propria reattività personale tracciando un percorso di conoscenza e di ricerca che non può avere limite. Qui si vede proprio il limite rappresentato dalla siepe che cerca di superarlo attraverso l'immaginazione dell'infinito. Si tratta di un'esperienza piacevole. È importante notare che non c'è alcuna confusione tra i due piani ( quello dell'esperienza dei sensi e quello dell'immaginazione).
Cmmento: Questi versi sono un richiamo ad un Romanticismo più "europeo"; infatti la contemplazione della natura è un elemento ricorrente nelle letterature tedesca, inglese e francese di quegli anni, ma è pressoché assente nel Romanticismo italiano, forse più teso al patriottismo e agli ideali liberali. Il poeta si trova sulla sommità di una collina e osserva il cielo, soffermandosi a riflettere sul paesaggio che lo circonda e sugli elementi della natura; ecco allora che il rumore del vento riporta alla mente il suono degli anni che passano, e che l'immensità che avvolge l'autore è come una marea che travolge il suo corpo e il suo spirito. L'inizio della poesia è concreto e il colle inteso è il monte Tabor. I pensieri del poeta sono stimolati da elementi esterni concreti che diventano occasione di riflessioni al di là della concretezza: in questo senso l'immagine della siepe non è un elemento molto negativo (limita la veduta) perchè permette al poeta di pensare con la fantasia che cosa ci sia al di là; la siepe rappresenta pertanto il limite della possibile conoscienza umana.

A SILVIA

Parafrasi: Ora, o mio cuore stanco, riposerai ("poserai") per sempre. Svanì ("perì") l'ultima illusione ("inganno estremo") che avevo creduto eterna ("ch'eterno io mi credei"). Svanì ("perì"). Sento profondamente ("ben sento") che in me e in te ("in noi") non solo la speranza ma anche il desiderio di care illusioni ("cari inganni") è spento. Riposa ("posa") per sempre. Troppo hai sofferto ("assai palpitasti"). Non c'è nessuna cosa che valga ("non val cosa nessuna") i tuoi palpiti ("moti"), né il mondo è degno dei [tuoi] sospiri. La vita non è altro che amarezza ("amaro") e noia; e spregevole ("fango") è il mondo. Calmati ("t'acqueta") ormai. Rinuncia definitivamente ad ogni speranza ("dispera l'ultima volta"). Agli uomini il destino donò solo la morte. Ormai [o mio cuore] disprezza te stesso, la natura, il potere perverso ("brutto") che domina occultamente a danno di tutto "a comun danno imper") e l'infinita vanità dell'universo ("tutto").
La lirica appartiene all’ultima fase della produzione poetica di Leopardi; sulla datazione i critici non sono d’accordo ma, in base al contenuto e ad alcuni riferimenti rintracciati nelle epistole del tempo, sembra plausibile una collocazione tra il 1833 e il 1835, gli ultimi anni della vita del poeta. E’ inserita nel cosiddetto “ciclo di Aspasia”.
La morte per tisi (nel 1818) di Teresa Fattorini è il dato biografico secondo alcuni. Alla base di questo componimento. Il nome della giovane e anche quello utilizzato da tasso nella sua opera Aminta: Silvia. Qui in quest'opera si ha da un lato la rievocazione appassionata delle dolci speranze giovanili e dall'altro, la dimostrazione della infelicità del genere umano. Infatti come le attese di Silvia vengono spezzate dalla improvvisa morte e quindi li viene tolta la possibilità che la vita la deludi, così anche quelle del poeta sono state deluse dal contatto con la verità della vita adulta. Dove si vede nell'ultima parte che il vero del leopardi si ha quando si ha il passaggio dal sogno alla realtà.

Stile
1 stanza → introduzione e invito a silvia di ricordare (rimembri).
2 stanza → Descrive le occupazioni di Silvia ( 7v al 14v attività femminili).
3 stanza → Le occupazioni di Giacomo (15v al 27v studi).
4 stanza → Le aspettative/speranze di entrambi (28v al 39v).
Nella seconda parte critica la natura perché non realizza ciò che promette (Si ha il passaggio dal passato al presente leopardiano).
5 stanza → Morte di Silvia che non rimane delusa perchè non si realizzano le sue speranze(49v al 63v).
6 stanza → Parla di Leopardi che vede le sue speranze naufragare (49v al 63v). Si passa dall'illusione alla consapevolezza della realtà.
Metrica
Canzone libera di sei strofe di diversa lunghezza: i settenari prevalgono sugli endecasillabi; 27 versi sono privi di rima gli latri liberamente rimati. Leopardi mette a punto a partire da A Silvia una forma di canzone chiamata canzone libera che da una parte raccoglie l'eredità della tradizione dall'altra valorizza l'originalità di Leopardi.
Analisi del Testo Dettagliata: v. 1 Riposerai ("poserai"): posa è più forte; rende meglio l'idea dell'abbandono ed è anche più freddo, impersonale: anche un oggetto si può posare.
v. 2 Svanì ("perì"): perire è più forte; è un verbo che solitamente si usa per gli uomini, per cui la morte di questa illusione provoca dolore come la morte di una persona.
v. 2 Illusione ("inganno"): è tipico del linguaggio leopardiano (cfr. Il Risorgimento, strofa 14, vv 5-6: "Proprii mi diede i palpiti, / natura, e i dolci inganni"; e Le Ricordanze, strofa 4, vv 1-2: "O speranze, speranze; ameni inganni / della mia prima età".)
v. 3 Che avevo creduto eterna ("ch'eterno io mi credei"): qui credo sia possibile una duplice lettura. Se al "mi" si attribuisce un valore pleonastico (come accade nelle Ricordanze, vv 22-23: "che varcare un giorno / io mi pensava") è chiaramente il poeta che reputa l'inganno eterno ("ch'eterno io credei"). Ma lasciando al "mi" il suo significato la lettura diventa "ch'eterno io mi credei", cioè è il poeta stesso a creder-si eterno. In realtà questa seconda interpretazione è strettamente legata alla prima nel senso che l'io del poeta si identifica con la propria illusione.
vv. 6-7 Troppo hai sofferto ("assai palpitasti"): si poteva anche intendere più letteralmente "troppo battesti", cioè " hai vissuto a lungo", ma nel contesto è chiaro il riferimento al dolore.
v. 10 Spregevole ("fango"): fango ha un valore più forte perchè non è un pensiero, ma un'immagine molto concreta.
vv. 11-12 Rinuncia definitivamente ad ogni speranza ("dispera l'ultima volta"): disperare va inteso nel senso letterale "di-sperare", cioè perdere, abbandonare la speranza. L'ultima volta, cioè definitivamente.
v. 14 Perverso ("brutto"): brutto è più forte perché rimanda ad un'immagine, a qualcosa di spaventoso.
v. 16 Universo ("tutto"): universo è riduttivo, perché il poeta non si riferisce solo a qualcosa di materiale, ma proprio a tutto ("illusioni, speranze").

Commento


La lirica è significativa di un aspetto del tutto particolare della poetica leopardiana, meturato negli ultimi anni della vita del poeta e, per la sua novità, messo in particolare rilievo dagli studiosi.
In alcune liriche degli ultimi anni, infatti, egli sembra assumere nei confronti della vita, del destino e del dolore un atteggiamento più deciso e più combattivo, "eroico".
Leopardi riconosce con disperata lucidità la fine di tutte le sue illusioni, ma invece di abbandonarsi ad uno stanco e desolato lamento reagisce con accenti quasi di ribellione, ammonendo se stesso a non credere mai più alle lusinghe dell'amore: con lucida e razionale presa di coscienza della propria condizione di infelicità, che corrisponde alla condizione di tutti gli uomini, egli accetta coraggiosamente la realtà e si dispone ad affrontare la propria sorte di dolore con una decisa affermazione di se stesso, della propria dignità e del proprio valore.
La lingua e lo stile riflettono questo nuovo atteggiamento del poeta. Il testo, infatti, è caratterizzato da una lingua essenziale e incisiva, privo di notazioni descrittive o sentimentali. Il ritmo è aspro e martellante: i versi sono spezzati dal rapido succedersi di periodi brevi e fitti e da numerosi enjambements. Il tono dell'insieme, più che lirico, risulta epigrafico e sentenzioso.

Il poeta si rivolge al proprio cuore e lo invita a smettere di soffrire. L'ultima delusione che ha patito - gli dice - sia veramente l'ultima, perchè al mondo non c'è nulla per cui valga la pena di soffrire.
Leopardi compose questa lirica fra il 1833 e il 1835, quando scoprì che la donna che amava non provava per lui alcun sentimento. Ma l'amore, o meglio il crollo di ogni speranza amorosa, è solo l'occasione del canto.
Nella lirica, il poeta esprime più che altro la volontà di non lasciarsi più illudere da nulla e di affrontare il destino con dignità e fermezza, nella consapevolezza dell'assoluta vanità di tutto ciò che lo circonda.

A SE STESSO

Parafrasi

Ora, o mio cuore stanco, riposerai ("poserai") per sempre. Svanì ("perì") l'ultima illusione ("inganno estremo") che avevo creduto eterna ("ch'eterno io mi credei"). Svanì ("perì"). Sento profondamente ("ben sento") che in me e in te ("in noi") non solo la speranza ma anche il desiderio di care illusioni ("cari inganni") è spento. Riposa ("posa") per sempre. Troppo hai sofferto ("assai palpitasti"). Non c'è nessuna cosa che valga ("non val cosa nessuna") i tuoi palpiti ("moti"), né il mondo è degno dei [tuoi] sospiri. La vita non è altro che amarezza ("amaro") e noia; e spregevole ("fango") è il mondo. Calmati ("t'acqueta") ormai. Rinuncia definitivamente ad ogni speranza ("dispera l'ultima volta"). Agli uomini il destino donò solo la morte. Ormai [o mio cuore] disprezza te stesso, la natura, il potere perverso ("brutto") che domina occultamente a danno di tutto "a comun danno imper") e l'infinita vanità dell'universo ("tutto").

Leopardi nel 1829 lascia Pisa per tornare a Recanati. Leopardi si innamora di una donna Fanny che lo illude così, decide di scrivere una poesia a se stesso dove afferma che non si aspetta più niente dalla vita. Quindi si parla di una fase sua della vita in cui sperava di essere amato ma viene deluso e lui chiede al suo cuore di non amare più. Si ha un invito disperato a non illudersi più ad abbandonare per sempre l'illusione che esista qualcosa nella realtà che sia degno di amare.
È molto importante in questa sua opera il ritmo e domina la paratassi. Si hanno periodi brevi con affermazioni senza spiegazione. Interessante dal punto di vista stilistico infatti guardando i primi versi si hanno due preposizioni con una virgola e subito dopo un punto e più avanti si ha l'utilizzo di un verbo come proposizione (perì). Quindi per Leopardi in questa poesia è più importante lo stile che il contenuto perciò con questa opera lui sperimenta un nuovo stile, invece nella ginestra abbiamo ampi discorsi e invece qui abbiamo discorsi brevi.
Metrica
Endecasillabi e settenari liberamente alternati e rimati.
Commento:
l poeta si rivolge al proprio cuore e lo invita a smettere di soffrire. L'ultima delusione che ha patito - gli dice - sia veramente l'ultima, perchè al mondo non c'è nulla per cui valga la pena di soffrire.
Leopardi compose questa lirica fra il 1833 e il 1835, quando scoprì che la donna che amava non provava per lui alcun sentimento. Ma l'amore, o meglio il crollo di ogni speranza amorosa, è solo l'occasione del canto.
Nella lirica, il poeta esprime più che altro la volontà di non lasciarsi più illudere da nulla e di affrontare il destino con dignità e fermezza, nella consapevolezza dell'assoluta vanità di tutto ciò che lo circonda.

LA GINESTRA O IL FIORE DEL DESERTO

Parafrasi

Composta a Torre del Greco nella primavera del 1836. La ginestra contiene l'estremo mesaggio della riflessione leopardiana. Tale messaggio è un invito a prendere atto della infelicità degli uomini, come individui e come specie, così a stabilire un rapporto di solidarietà (il vero amore lo chiama Leopardi) tra tutti i componenti del genere umano, che devono allearsi contro la vera nemica che è la natura. Mentre rimane sempre la continuità con il razionalismo illuministico viene invece criticata la regressione filosofica spiritualistica.
Stile
Fin dall'inizio lui afferma che la ginestra nasce nei territori del Vesuvio.
Poi abbiamo il versetto evangelico posto in epigrafe che indica che la verità (in un'altro momento storico) si fa largo tra gli uomini con difficoltà, i quali preferiscono illudersi di cose false, quindi preferiscono le tenebre(il non capire), e consolatorie piuttosto che prendere conoscenza di cose vere( la luce) ma dolorose. Non è da escludere nel rifermento alla luce un riferimento all'illuminismo. Secondo Leopardi la luce è la conoscenza della solitudine e dell'infelicità dell'uomo sulla terra. Alle tenebre appartengono secondo Leopardi le illusioni, religiose o laiche.
Questa poesia critica il romanticismo i quali sono religiosi.
La ginestra come modello della vita che un uomo deve seguire cioè la ginestra è una pianta umile ma neanche si inginocchia e così deve comportarsi anche l'uomo. Quindi secondo Leopardi non bisogna inghinocchiarsi davanti alla natura ( che è Dio per i religiosi ) ne deve però allo stesso tempo esaltarsi.
Abbiamo qui nella ginestra una critica al romanticismo che invece che guardare avanti quardano sempre al medioevo e si ha anche una critica al spiritualismo cattolico.
La critica al spiritualismo cattolico si ha a partire dal v.49 dove si trovano delle parole scritte in maiuscolo per sottolineare l'importanza di queste parole. Quindi qui si critica l'ottimismo nel futuro ( Il vesuvio attraverso l'eruzione gli uomini anno subito la sua furia quindi hanno subito la furia della natura e quindi quale cosa positiva ci sarebbe se la natura è comunque più forte.
Dal v.52 secolo superbo e sciocco ( si intende 1800 dove domina il romaticismo). Tu romantico hai abbandonato la ragione guardando verso il passato (medioevo) ti vanti che il tornare indietro è il progresso.
Dal v.304-v.308 → Al fenomeno reale la lava (a un elemento metaforico) sarai costretta a piegare il capo ma il tuo capo non si è mai piegato prima a differenza degli uomini che li piega anche se non c'è la lava.
V309-312v →Nè Dall'altra parte hai rivolto verso le stelle per sfidare il destino forte della tua superbia. Determinazione dei luoghi dove nasce la ginestra.

Metrica

Canzone libera di endecasillabi e settenari divisi in sette strofe di lunghezza assai irregolare.

Stile

La sintassi vede infatti la prevalenza di periodi lunghi e spesso lunghissimi, nei quali si succedono svariate frasi subordinate a volte preposte alla principale. Domina quindi nella ginestra non una ricerca di melodia ma una musicalità sinfonica: vi sono cioè varie linee musicali che si intrecciano.

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