Vita
Giacomo Leopardi nasce a Recanati il 29 giugno 1798 da famiglia nobile. Cresce in un ambiente classicheggiante, ostile alle nuove idee diffuse dalla Rivoluzione Francese. All’età di dieci anni cominciò a proseguire i suoi studi autonomamente, senza il supporto iniziale di precettori ecclesiastici, rifugiandosi così nella biblioteca paterna. Dotato di una sublime intelligenza imparò il greco, l’ebraico e il latino da autodidatta, scrivendo contemporaneamente odi, sonetti, canzonette e tragedie dai quali emerge una cultura arcaica, chiusa, propria della mentalità della famiglia stessa. Anche in campo politico seguirà le orme del padre.
Tra il 1815-16 Leopardi apre i suoi orizzonti a personaggi quali Omero, Virgilio e Dante sino ad avere un contatto con la natura Romantica (Rousseau, Alfieri e Foscolo). L’amicizia con Pietro Giordani fu un momento fondamentale per la sua formazione letteraria. Con egli infatti ebbe quella confidenza affettuosa che non ricevette mai dal suo ambiente familiare e allo stesso tempo divenne una guida intellettuale. Questo cambiamento ideologico porta l’autore a riflettere sulla sua esistenza fin troppo oppressa, suscitando in lui il bisogno di uscire da Recanati (borgo a quel tempo fra i più arretrati d’Italia) e di vivere a contatto con più vive esperienze intellettuali e sociali. Il suo primo tentativo di evasione fallisce, e, contemporaneamente un problema agli occhi lo porta in uno stato di depressione. Di qui il suo pessimismo, che lo porta a vedere nullità in tutte le cose. Il 1819 è infatti un anno significativo per il suo pensiero filosofico in quanto passa dal “bello” al “vero”, dalla poesia d’immaginazione alla filosofia, e ad una poesia nutrita di pensiero. Il 1819 è tanto importante anche poiché lo scrittore si avvia alle numerose sperimentazioni letterarie, raggiungendo il suo stile più sublime con “L’Infinito” e riportando numerosi appunti nello Zibaldone, diario nel quale riportava annotazioni di varia misura e ispirazione di tipo filosofico, letterario, linguistico e così via.

Nel 1822 con il permesso della famiglia, si reca a Roma, avendo così la possibilità del diretto contatto con il mondo esterno. Rimane deluso dalla superficialità e dalla corruzione che lo circonda, riscontrando un profondo vuoto negli ambienti letterari. Tornato a Recanati l’acerba verità lo porta a scrivere le operette morali e successivamente ad un periodo di aridità interiore che gli preclude di scrivere versi. Dal 1825 incomincia a sostentarsi da solo con il proprio lavoro di intellettuale, conoscendo varie città di Italia. Nel ’27 trascorre l’inverno a Pisa, trovando tregua per i suoi mali. Nella prima vera del ’28 compone così “A Silvia”, primo dei “Grandi Idilli”. Dopo un breve ritorno di sedici mesi a Recanati per necessità economiche e gravi condizioni di salute, durante i quali si isola nel palazzo paterno nella sua tetra malinconia, otterrà nel 1830 una generosa offerta da amici fiorentini che gli permetterà di lasciare il suo luogo di nascita per sempre. Successivamente scriverà un nuovo ciclo di Canti, il cosiddetto “Ciclo di Aspasia”, ispirato dalla passione amorosa per Fanny Targioni Torzetti, apportando inoltre innovazioni poetiche. Stringerà in seguito amicizia con Ranieri entrando a far parte della vita intellettuale di Napoli, città nella quale morirà il 14 giugno del ’37.

Il pensiero
Il suo pensiero viene scandito dagli storici, tramite lo “Zibaldone”, in tre momenti principali: la natura benigna, la natura matrigna e la natura indifferente.
Nella prima fase come cardine del suo pensiero si pone l’infelicità dell’uomo. Leopardi identifica la felicità con il piacere sensibile e materiale, chiarendo che l’uomo aspira però a un tipo di piacere infinito, per durata e per intensità. Nessuno dei piaceri a cui egli ambisce è però infinito, dunque l’uomo si ritrova con un senso perenne di insoddisfazione. Da questo inappagamento nasce la sua infelicità ed il senso della nullità di tutte le cose. La natura per Leopardi ha in tutto ciò una funzione benigna, in quanto da la possibilità all’uomo di uscire dalla sua condizione attraverso l’immaginazione e le illusioni. Allude inoltre agli uomini primitivi e ai fanciulli, che essendo più vicini alla natura e meno al reale, erano capaci di illudersi e di immaginare e quindi erano felici. Infatti col progresso della civiltà l’uomo entra più a contatto con il vero, perdendo quindi quell’ingenuità e quella creatività che lo avevano reso felice. Il progresso ha inoltre reso l’uomo moderno incapace di gesta eroiche, meschino, corrotto ed egoista, e lo ha allontanato dalla natura benigna. Leopardi riscontra nell’Italia una continuo degrado sociale. Deriva di qui il suo atteggiamento titanico, di sfida solitaria e disperata. Si identifica difatti nell’unico depositario dell’antica virtù che si erge a sfidare il lato maligno che ha condannato l’Italia a tanto degrado. L’evoluzione del suo pensiero giunge al pessimismo storico, ossia l’allontanamento progressivo da una condizione originaria di felicità. Questa è una felicità relativa in quanto Leopardi stesso è consapevole del fatto che la vera condizione dell’uomo è infelice e che la felicità è solo frutto di illusione. Ben presto la teoria della natura benigna che rende l’uomo felice, che lo accudisce e che se ne prende cura viene rivalutata. La fase di transito per arrivare alla natura malvagia è caratterizzata inizialmente dal fato (es. Il dono della bellezza mancato ). Ritratta in seguito rovesciando la concezione stessa della natura, e individuando in essa il vero male, in quanto è incline a preservare la specie e non il singolo, generando così sofferenza. Quindi il male non è un semplice casualità, ma rientra nel piano stesso della natura. La sua concezione non è più finalistica, in quanto non opera consapevolmente per il bene delle sue creature, ma meccanicistica e materialistica. L’uomo non è che vittima innocente della sua crudeltà. Leopardi ama esaltare la natura come divinità malvagia, nella sua brutalità più insita, ossia la crudeltà persecutoria che fa soffrire e distrugge le sue creature. Muta anche così il senso dell’infelicità umana, che non è più l’assenza del piacere ma è un’infelicità dovuta soprattutto ai mali esterni a cui nessuno può sfuggire. Al pessimismo storico della prima fase subentra così un pessimismo cosmico: l’infelicità non essendo più legata al progresso civile dell’uomo, ed essendo quindi una condizione assoluta, diviene un elemento inevitabile, eterno e immutabile di natura. Questo pensiero condizionerà tutta l’opera successiva al 1824, anche se Leopardi rimase comunque convinto del fatto che gli antichi erano meno infelici dei moderni, per via della vita attiva che permetteva loro di dimenticare i mali. Al titanismo giovanile prende il sopravvento un atteggiamento distaccato e ironico di rassegnazione. Difatti lo scrittore non ha più come ideale l’eroe antico ma bensì il saggio antico, la cui caratteristica è l’atarassia (assenza di turbamento). La rassegnazione però non è propria dell’indole di Leopardi, infatti successivamente tornerà l’atteggiamento di protesta, di sfida al fato e alla natura, di lotta titanica.

Poetica

Se nella realtà il piacere è infinito e irraggiungibile l’uomo può, tramite l’immaginazione, figurarsi piaceri infiniti. La poesia è quindi l’unica fonte di piacere che stimola immagini e suoni vaghi, indefiniti, capaci di evocare sensazione che ci hanno affascinati da fanciulli. Si crea una vera e propria teoria della visione, infatti la vista impedita da un qualsiasi tipo di ostacolo ( una siepe, un albero ) suscita idee vaghe e indefinite. Parallelamente viene a costruirsi anche una teoria del suono, Leopardi elenca infatti una serie di suoni suggestivi vaghi. Individua il bello poetico nell’indeterminato e nell’indefinito che viene riprodotto dalle parole: lontano, antico, notte, ultimo, eterno, definite da egli estremamente poetiche e piacevolissime poiché destano l’infinito e non il determinato. Elemento importante che scaturiscono tali parole è la rimembranza, che lenisce il dolore e aumenta la bellezza del ricordo. Maestri in questo tipo di poesia sono gli antichi i quali hanno il carattere fanciullesco, mentre ai moderni disincantanti e infelici, è possibile solo una poesia sentimentale che nasce dalla consapevolezza della miseria umana e dal rimpianto per un’armonia perduta.
Leopardi distingue i termini dalle parole: i primi sono circostanziati, definibili e concreti, le ultime si usano in poesia, e sono musicali ed evocano immagini.

Leopardi e il Romanticismo
La formazione di Leopardi, come ben sappiamo, era stata rigorosamente classicistica per via dell’istruzione data dal padre, la quale successivamente si consoliderà grazie alla forte amicizia con Giordani. Va quindi tendenzialmente contro i romantici riportando i suoi pensieri nella “Lettera ai compilatori della biblioteca italiana” e in un “discorso di un italiano intorno alla poesia romantica”, che però non furono pubblicati e rimasero ignoti ai contemporanei. Nella polemica tra classicisti e romantici, Leopardi si schiera a favore dei primi, rimproverando agli ultimi l’artificiosità, il predominio della logica, l’aderenza al “vero”, ma in particolar modo il sentimento, elemento caratterizzante della corrente letteraria, i quali annientavano dunque immaginazione e fantasia. Per egli infatti questi ultimi sono elementi fondamentali nella poesia, caratterizzati da una spontaneità originale. Parallelamente il poeta di Recanati rifiuta però quel classicismo accademico e pedantesco, quel principio di imitazione, quelle regole rigidamente imposte dai generi letterari e quell’abuso meccanico e ripetitivo della mitologia classica. Leopardi è infatti un classicista fuori dagli schemi, che apporta numerose originalità, e che fantastica una dimensione ingenua non contaminata dalla realtà. Per questo appare più romantico degli stessi romantici italiani. Viene definito così un classicista romantico. Si distingue dal poeta romantico, caratterizzato dalla corrente illuminista, dal sensismo dal e materialismo, ma è contemporaneamente affine a questo per l’attitudine verso l’infinito, l’esaltazione dell’io e della soggettività, il titanismo e così via.
Tra il 1816 e il 1819 Leopardi produrrà più generi letterari alla ricerca di quello più consono alle sue esigenze: le Canzoni e gli Idilli.

Le Canzoni
Le Canzoni furono composte tra il 1818 e il 1823, e presentano un impianto classicistico. Il linguaggio è difficile e ricercato, sia a livello lessicale e sintattico, sia per quanto riguarda le figure retoriche, specialmente per l’impiego di metafore di grande complessità e immaginazione. Due sono i temi dominanti delle Canzoni: l’impegno civile e patriottico che trae spunto dalle rievocazioni mitiche e storiche per affermare la delusione del poeta per lo stato di decadenza civile e morale dell’Italia del tempo, assai lontana dal proprio passato eroico; l’analisi della condizione negativa dell’uomo moderno e della causa storica della sua infelicità, riconducibile al crollo di tutti quei valori per cui poteva essere stata in altri tempi bella e utile la vita (es. Ultimo canto di Saffo).

Gli Idilli
Più affini alla poesia romantica sono invece gli Idilli, scritti tra il 1819 e il 1821. Si tratta di brevi liriche in endecasillabi sciolti, che si distinguono dalle canzoni sia per quanto riguarda le tematiche, intime e autobiografiche, sia per quanto riguarda il linguaggio che si presenta più colloquiale e più limpido. Con il termine “idillio” si indicava tradizionalmente una poesia breve di argomento agreste o pastorale. Le liriche leopardiane in realtà hanno poco a che fare con la tradizione bucolica classica. Il poeta stesso le definì “situazioni, affezioni, avventure storiche dell’animo mio”, dal carattere prevalentemente “melanconico e sentimentale”. Leopardi esprime in queste opere momenti essenziali delle sua vita interiore: le rappresentazioni della realtà esterna e le scene di natura serena sono dunque in funzione soggettiva.

Il “ risorgimento” e i “ grandi idilli ” del ’28-‘30
Finito il periodo delle Canzoni e degli idilli, inizia per Leopardi un silenzio poetico che si interromperà nella primavera del 1828, caratterizzato dalla fine del periodo delle illusioni giovanili e dall’arido vero. Per questo non scrive più poesia, che per lui può nascere solo dal sentimento e dall’immaginazione ormai spenti, ma scrive un tipo di prosa filosofica, ossia le Operette morali. E’ inoltre la fase che corrisponde al passaggio al pessimismo assoluto. Il 1828 è il momento del grandioso ritorno dell’ispirazione poetica annunciato nel “Risorgimento”. Il periodo apre le porte ai “Grandi Idilli”, nei quali acquista un rilievo nuovo il tema della rimembranza, della memoria confortante o tormentata delle passioni e degli affetti passati. Leopardi ora rivede nella poesia un’occasione di felicità e di consolazione. Lo stile è caratterizzato da un linguaggio ancor più misurato, sottile e profondo. I “Grandi Idilli” si differenziano dagli Idilli principalmente per la concezione del “vero”, che emerge da esperienze decisive, dalla fine delle illusioni giovanili, dal pessimismo assoluto. Sono assenti gli slanci titanici, i fremiti di disperazione e di rivolta. Leopardi ha infatti assorbito l’esperienza delle Operette, che possedevano un carattere di contemplazione ferma, di lucido dominio razionale dinanzi alla verità dolorosa. Il linguaggio è invece meno denso di espressioni intense e patetiche, ma più misurato. Ulteriore differenza è la metrica. Non viene più usato l’endecasillabo sciolto, ma l’alternarsi di endecasillabi e settenari che si succedono liberamente senza una schema fisso. Troviamo per la prima volta un gioco libero di rime, assonanze, enjambements che vanno a rimarcare la vaghezza e l’indefinitezza delle immagini e del movimento fantastico.

Il ciclo di Aspasia
Dopo l’allontanamento da Recanati, l’autore inizia un nuovo periodo poetico, dove ristabilisce un contatto diretto con l’uomo, le idee e i problemi del suo tempo, apparendo così più polemico e combattivo. A Firenze, città nella quale consolida l’amicizia con Ranieri, nasce la sua prima vera esperienza amorosa, non più un amore adolescenziale, ma un’autentica passione per Fanny Targioni Tarzetti. La delusione in questa storia segna nel poeta la fine di un sentimento che aveva creduto eterno: l’amore. Scrive dunque il cosiddetto “ciclo di Aspasia”. Questi componimenti segnano il superamento della poetica del vago e dell’indefinito, e si dirigono verso una poesia severa, povera di immagini sensibili, pronunciata attraverso un linguaggio aspro, antimusicale e con una sintassi complessa e spezzata.

La polemica contro l’ottimismo progressista
La critica di Leopardi si indirizza contro le ideologie ottimistiche che esaltano il miglioramento della vita degli uomini, grazie alle nuove scienze e alla nuova tecnologia moderna; ulteriore polemica viene rivolta alle tendenze spiritualistiche e neocattoliche che si vanno sempre più ad affermare nel periodo della Restaurazione. Il poeta a queste critiche contrappone le proprie concezioni pessimistiche che escludono ogni miglioramento della vita umana, affermando che l’infelicità e l’insoddisfazione dell’uomo sono dati dalla natura e sono eterni e immutabili; inoltre allo spiritualismo Leopardi si oppone con il suo rigido materialismo che nega la speranza di una seconda vita, definendo tutte quelle credenze sciocche e superbe.

La Ginestra e l’idea leopardiana di progresso
Una svolta essenziale si presenta con “La ginestra”, il componimento che chiude il percorso poetico leopardiano. Quest’opera polemizza contro l’ottimismo cattolico e liberale, proponendo però un’idea di progresso fondata sul pessimismo. La rivelazione della natura come nemica che caratterizza la condizione umana, secondo il poeta deve essere motivo di unione tra uomini, in un “social catena”, un vincolo di solidarietà su cui fondare una società più giusta e civile, riuscendo così a combattere i problemi che affliggono l’uomo stesso. L’uomo deve accettare la tragica realtà della vita con coraggio e senza far appello ad alcuna falsa illusione. Gli uomini non devono rassegnarsi alla propria precarietà, ma devono coraggiosamente contrastare il destino, pur consapevoli della vanità di tale opposizione.

Le Operette morali e l’ “arido vero”
Composte in gran parte nel 1824, le Operette morali sono prose di argomento filosofico che segnano l’approdo al pessimismo cosmico. Il pensiero non è esposto in modo sistematico e dottrinale, ma attraverso personaggi del passato, persone di vita comune, o esseri fantastici e mitologici e tipologie discorsive diverse: alcuni sono dialoghi, altri assumono la forma narrativa della favola, altre sono prose liriche o ancora raccolte di aforismi. I temi fondamentali del nuovo genere leopardiano ruotano sempre attorno al pessimismo: l’infelicità inevitabile dell’uomo, l’impossibilità del piacere, la noia, il dolore, i mali materiali che affliggono l’umanità. Peculiarità è la consapevolezza del vero che viene affrontata da Leopardi con distacco ironico, fermezza e lucidità.

L’infinito
L’infinito è una delle più famose e importanti opere di Leopardi. Appartiene agli Idilli e viene composto a Recanati nel 1819. E’ una breve e intensa lirica che ricostruisce un’avventura dell’animo, in cui l’io del poeta cerca un contatto diretto e profondo con l’universo che lo circonda. La lirica è il nucleo tematico attorno al quale girano le riflessioni leopardiane del periodo: l’uomo sente costantemente un desiderio infinito suscitato dalla continua ricerca della felicità, ma solo attraverso l’immaginazione, egli è in grado di raggiungerlo. L’idillio propone un luogo reale e noto al poeta, il colle circondato dalla siepe, elemento che stimola la mente ad andar oltre, ricostruendo un paesaggio immaginario nel quale domina un profondo silenzio. La poesia è costruita sul contrasto tra la realtà fisica presente (colle, siepe, vento) e la realtà astratta e lontana dell’immaginazione (interminati spazi, sovrumani silenzi, profondissima quiete). Al silenzio corrispondono l’eterno e le morte stagioni, che, insieme, si contrappongono alla voce, al suono della vita. La lirica è caratterizzata da una straordinaria musicalità e ritmi unici. Il concetto di infinito è reso dalle vocale “a” ed “e”, mentre la vocale “u” che troviamo nella parola chiave “spaura”, provoca insicurezza. E’ una poesia rivoluzionaria per l’assenza di rime. Strutturalmente è scandita in quattro periodi: i due periodi più estremi sono caratterizzati da una sintassi semplicissima, i due centrali da una sintassi più articolata e complessa. La lirica è troncata a metà dalla parola “spaura”, che è il cuore del Canto e divide il testo in due parti simmetriche. Questa bipartizione divide inoltre la lirica per contenuti: la prima si conclude con una sensazione quasi paurosa, la seconda termina con un tono sereno. Nella prima prevalgono le sensazioni visive, nella seconda le sensazioni uditive. In entrambe le parti ci si avvia dalla percezione di oggetti materiali, sensazioni concrete per giungere a pensieri astratti. Si ha una ascesa verso una visione intellettuale che partendo dal finito concreto arriva all’infinito astratto. Tutto ciò che non è circoscritto per Leopardi è infatti sommamente poetico.

La sera del dì di festa
“La sera del dì di festa” è stata scritta probabilmente nel 1820 e appartiene agli Idilli. Il tema che lo domina è quello dell’inesorabile scorrere del tempo che tutto cancella. La meditazione del poeta incentrata sull’angoscioso senso della fine che esso lascia nell’anima si articola in tre diversi momenti, proiettando le dolorose esperienze individuali, in una dimensione spirituale. La giornata di festa che finisce lasciando luogo al silenzio e a un amaro senso di vuoto richiama, per analogia, la fine delle glorie umane nella storia e, attraverso il ricordo d’infanzia suscitato da canto dell’artigiano, il vano trascorrere della vita stessa del poeta. La lirica si apre con uno dei più bei paesaggi notturni leopardiani, vasto, luminoso, pervaso da una pace infinita e dolcissima. E’ il volto benigno della natura, contemplando il quale il poeta sembra ritrovare la serenità e poter volgere i suoi pensieri a un ideale figura di donna che suscita immagini d’amore. Ma è solo vana illusione. In realtà la natura crea l’uomo destinandolo alla sofferenza. E’ questa la concezione materialistica della natura, che in seguito Leopardi approfondirà, e all’interno della quale si inserisce l’idea del trascorrere delle cose nel tempo, senza un fine e una ragione, e dello svanire della vita nel nulla. Nei versi iniziali, dedicati alla notte, la poesia si sviluppa con una musicalità lenta e molto semplice, lineare. Il ritmo viene dilatato e rallentato dall’uso frequente della congiunzione “e”: la contemplazione della natura crea un’atmosfera serena e quasi di attesa. Nei versi successivi, quando il poeta passera ad esprimere il proprio stato d’animo tormentato, il ritmo diventerà più rapido e spezzato, per tornare lento nei versi finali.

Ultimo canto di Saffo
Composto a Recanati nel 1822, è una canzone che tratta un monologo attribuito a Saffo. Questa è una poetessa greca, amante non corrisposta del giovane Faone, che, secondo la leggenda, si sarebbe suicidata gettandosi dalla rocca di Leucade. Il personaggio diventa pura proiezione autobiografica e portavoce delle idee leopardiane. Nella terza strofa Saffo giunge a due conclusioni: la prima che le cause del dolore sono inconoscibili, misteriose, non rispondono ad alcuna legge razionale, di qui il fato crudele che dispensa sventure alla cieca e destina l’uomo alla sofferenza senza scampo; la seconda che le’esclusione dalla bellezza, non può essere compensata dalla bellezza, o dalle doti artistiche. L’infelicità è dunque per Leopardi una sorte comune a tutti gli uomini di ogni tempo. Non preserva più nemmeno gli antichi che riteneva privilegiati poiché più vicini alla natura ed immuni agli effetti distruttivi della ragione.

A Silvia
“A Silvia” è stata scritta a Pisa nel 1828, ed è un componimento fra più importanti in quanto primo grande canto che interrompe il suo silenzio poetico che si protraeva dal 1823. Il poeta interloquisce con una fanciulla prematuramente defunta, che riemerge dai suoi ricordi come viva presenza: un destino parallelo di rosee speranze accomunava i due giovani, pur separati da diversi interessi e condizioni sociali. Ma ecco che le due strade si dividono, poiché la vita di Silvia ha termine prima di giungere a piena fioritura. Al Poeta è però riservata una sorte ancora peggiore: il destino gli negherà le gioie di una gioventù serena, ed egli vedrà svanire quelle antiche illusioni. Di tutte le speranze una sola gli rimarrà, e cioè che la morte venga un giorno a liberarlo da ogni dolore. La rievocazione degli anni giovanili, in cui si spera che la vita porti gioia e amore, è legata metaforicamente ad un’aura primaverile, “il maggio odoroso” in cui risuona un canto, ma al ricordo delle dolci speranze si contrappone l’acerba realtà del presente, in cui il poeta ha la consapevolezza che un insanabile contraddizione sta alla base del vivere. L’uomo infatti ripone nel futuro molte aspettative. Questo è un inganno compiuto dalla natura, che non è finalizzata alla soddisfazione dei singoli individui, ma solo alla conservazione del ciclo della vita. Alla consapevolezza di questa dura realtà, corrisponde simbolicamente la morte prematura della fanciulla. Silvia e la speranza dunque coincidono: la figura reale della fanciulla si trasformerà infatti nella speranza personificata che negli ultimi due versi diventa quasi una figura allegorica funebre.
Il lessico risponde alla poetica dell’indefinito: nelle strofe della memoria e dell’illusione, sono disseminate quelle parole vaghe che leopardi considera sommamente poetiche: fuggitivi, quiete, perpetuo ecc. Per quanto riguarda la sintassi, il periodare è più semplice ed essenziale rispetto alle altre canzoni, così come il lessico. Le subordinate sono prevalentemente temporali: è il segno che domina la dimensione temporale del flusso di memoria. La liberà metrica asseconda perfettamente quella tendenza alla vaghezza e all’indefinitezza delle immagini che è il tema centrale della poetica leopardiana.

Il Sabato del villaggio
Composta nel 1831 “Il sabato del villaggio” è uno dei “Grandi idilli” che descrive umili personaggi e atmosfere del villaggio che si prepara alla festa domenicale. Il poeta utilizza il sabato, che è il giorno precedente rispetto a quello tanto atteso, come simbolo di aspettative destinate a rimanere deluse. Il concetto principale che vuol trasmettere è che la parte migliore della vita non sta nel presente, ma in una fervida attesa del futuro, o in una nostalgica rimembranza del passato. Il canto è strutturalmente diviso in due parti. Nella prima sono posti due personaggi femminili: la donzelletta nella sua vivida speranza verso il futuro e la vecchierella nella sua dolce e nostalgica rimembranza di un passato ormai lontano. Nella seconda parte abbiamo due personaggi maschili: il fanciullo e il maturo zappatore. Leopardi guarda la donzelletta e i garzoncello scherzoso come vittime inconsapevolmente predestinate a una festa che non sarà tale, in cui le rosee speranze naufragheranno nel mare di tristezza e noia della vita. Per questo la poesia si conclude con un invito a godere della giovinezza come di un momento di illusione, di trepida aspettativa. La vecchierella e il zappatore sono invece l’emblema della memoria.

A se stesso
Scritto probabilmente nel 1835, dopo l’ultima disillusione seguita dall’amore infelice per Fanny Targioni Tozzetti, “A se stesso” testimonia un mutato atteggiamento di Leopardi nei confronti del mondo e dei modi stessi della poesia. La delusione non provoca rassegnazione i ripiegamenti intimistici, ma lo porta ad esprimere una nuova, combattiva volontà di lotta, e un orgogliosa coscienza di se e della dignità umana. Nel canto appartenete al Ciclo di Aspasia, crollata ogni illusione, si esprime un disperato bisogno di riposo e la lucida coscienza che ormai non c’è più spazio per la poesia del ricordo e dell’idillio. Ora il poeta esorta se stesso a non illudersi più e a guardare in faccia con coraggio la condizione umana, in balia del potere misterioso e malvagio della natura. La sintassi è straordinariamente semplice: il numero di punti fermi è molto alto e la subordinazione è quasi del tutto assente. La fine del periodo non coincide mai alla fine del verso, se non in tre casi, che segnano una tripartizione della lirica. Le pause hanno lo scopo di arricchire la musicalità del componimento creando una struttura ritmica che alterna settenari ed endecasillabi.

A se stesso
“La Ginestra”, è stata composta nel 1836, presso Torre del Greco, in una villa alle falde del Vesuvio. La Ginestra, o fiore del deserto, è praticamente il testamento spirituale di Leopardi. Nella canzone si parla della coraggiosa e allo stesso tempo fragile resistenza, che la ginestra oppone alla lava del Vesuvio, simbolo della natura crudele e distruttiva. Il delicato fiore coraggiosamente risorge sulla lava impietrata, e con la fragranza dei suoi arbusti sembra rallegrare queste distese aride desolate. Ma il suo destino è tragicamente segnato da una nuova eruzione, capace di annullare non solo la sua consolante presenza ma, ben più drammaticamente, la presenza dell'uomo in questi luoghi. La ginestra diviene così simbolo della condizione umana.
Dunque la vera rivolta, la vera lotta che l'uomo deve ingaggiare è contro la natura crudele che non esita a devastare ogni opera umana con la sua inarrestabile forza. Nell'eterno impari confronto con la natura l'uomo deve avere ben presente la sua debolezza, ma anche la sua dignità. Non deve essere né arrogante né sottomesso, ma dignitosamente pronto a farsi da parte quando la potenza schiacciante delle forze della natura lo opprima. Prima di quel momento deve unirsi in una “social catena” con i suoi simili per affrontare i dolori della sua condizione, sostenuto dalla solidarietà dei suoi simili. La ginestra è dunque un modello di comportamento nobile per l’uomo. Rivediamo nuovamente in Leopardi il concetto di ribellione, di rivolta e di lotta contro gli elementi che necessariamente condizionano il destino umano, e quindi un ritrovo dell’atteggiamento titanico che non è mai morto del tutto. E' inutile pensare di dominare la natura e di sconfiggerla con le armi del progresso e della tecnica. Essa sarà sempre più forte dell'uomo. Anche la religione dà scarse vie d'uscita alla disperante insignificanza della natura umana e la speranza nell'aldilà provvidenziale cristiano è solo una sciocca e vile illusione per Leopardi.

Alla luna
“Alla luna” viene scritta probabilmente nel 1820 e con altrettanta probabilità si tratta del primo Idillio concepito dal poeta. Il tema principale della poesia è quello del ricordo: Leopardi si trova, a distanza di un anno, nello stesso luogo dove aveva contemplato la luna, ed espone una breve riflessione sul valore psicologico del ricordo. Ricordare il passato, afferma, è un attività piacevole, per quanto la vita sia dolorosa. La poesia ha un carattere spiccatamente lirico, non filosofico, egli si limita a esporre uno stato d’animo, un intuizione e non un ragionamento o una riflessione. E’ questo uno degli elementi che distinguono nettamente gli idilli dalle canzoni che Leopardi componeva negli stessi anni. La meditazione del poeta si svolge in un paesaggio caratterizzato da tre elementi: la luna, il colle, la selva. Si tratta evidentemente di un paesaggio stilizzato, letterario, sche sfugge da qualsiasi riferimento a luoghi reale, concreti.

Dialogo della Natura e di un Islandese
Scritto nel 1824 appartiene alle Operette morali. Un islandese è insofferente e infelice e inizialmente crede che questo suo stato d’animo sia dovuto ai mali rapporti con i vicini. Per questo motivo decide di isolarsi ulteriormente. Ma ancora un a volta è insofferente e attribuisce la sua infelicità al clima. In casa è costretto a stare vicino al fuoco ma qui soffre per l’ambiente secco e pieno di fumo, all’esterno invece il clima è troppo rigido. Decide dunque di girare il mondo convinto di trovare un luogo adatto a lui. Ma trova luoghi troppo caldi, troppo freddi, troppo piovosi, con venti forti, terremoti. Arrivato in Africa, incontra la Natura a cui rivolge domande esistenziali circa l’uomo. La paragona inoltre a un ospite pazzo che costringe colui che ospita a stare in luoghi scomodi, lo tiranneggia e lo danneggia, impedendogli di andare via. Quindi l’islandese chiede alla Natura il senso del suo operare contro i viventi ma lei dichiara di essere al di là del bene e del male e di operare seguendo un ciclo di conservazione ben al di sopra delle vite. Ma quando alla fine l’islandese chiede a chi giova questa vita infelice dell’universo, conservata con il danno e con la morte delle cose che lo compongono la storia si conclude con un doppio finale: l’islandese viene divorato da due leoni, una tempesta di sabbia lo seppellisce rendendolo una mummia da esposizione. Il dialogo si svolge in un ambiente fantastico, surreale, tipico delle operette morali. Siamo in una dimensione favolosa, e il doppio finale è tipico della leggenda. Questo dialogo viene considerato come una delle più compiute formulazioni del pessimismo cosmico. La dura condanna della natura trova in quest’opera la sua espressione più radicale.

Perché Leopardi non si suicida?
Leopardi, ne "L'ultimo canto di Saffo" e in "Bruto Minore", esalta il suicidio come estrema protesta di un animo nobile, incompreso dai suoi simili. In realtà, tale posizione è motivata nel poeta, ancora giovane, dalla lettura di Alfieri e dell'Ortis foscoliano. Leopardi infatti non ha mai accennato, nei suoi scritti privati (Zibaldone, Pensieri) al suicidio come soluzione. Egli amava la vita, ecco perché si scaglia contro la natura "matrigna", che prima illude e poi disillude crudelmente i suoi figli con la malattia, la vecchiaia e la morte. Egli avrebbe voluto vivere, amare ed essere amato. Affronta la malattia e l'incomprensione dei suoi contemporanei con compostezza e fortezza d'animo.

Hai bisogno di aiuto in Giacomo Leopardi?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email