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Pastore errante dall'Asia


• L’uomo e la natura

Il pastore, simbolo dell’uomo vecchio, infermo destinato a cadere nel baratro, oppresso dagli enormi e pesanti carichi datigli dalla vita, pone alcune domande alla luna sul significato dell’esistenza, sulla ripetitività del vivere, sul perché della vita e, così facendo, sottolinea il rapporto di somiglianza e di antitesi tra uomo e luna e l’opposizione tra caducità umana e eternità lunare. Alla vita errabonda del pastore corrisponde il ciclico movimento degli astri; all’infelicità dell’ingenuo pastore, la silenziosa indifferenza della luna.

• Il dolore della vita
Leopardi, nei versi 39-60, sottolinea come nascere sia una vera e propria fatica e come ogni uomo sia destinato a cadere nell’orrido abisso dopo una vita caratterizzata da dolore, tale da far sorgere il dubbio se la vita stessa abbia un senso.

• L'esistenza e la noia
Il pastore, dopo aver posto alla luna, muta custode del segreto delle cose, domande che non ottengono alcuna risposta, si accorge del gregge, unico suo compagno di vita, che però, vive nell’inconsapevolezza del male di vivere: al riposo piacevole e ristoratore del gregge si contrappone quello del pastore caratterizzato da angoscia, da noia. Il pastore prova l’infelicità nativa dell’uomo, il più sublime dei sentimenti che lo distingue dagli altri esseri viventi, il tedio, un senso di insoddisfazione che non nasce dall’avvertimento di una mancanza, ma che è condizione congenita di infelicità.
La strofa di chiusura del canto è scandita dai forse: prima il pastore pensa che potrebbe essere felice sotto altre spoglie (se potesse volare sino a raggiungere le altre stelle), poi si smentisce arrivando a riconoscere che il male è comune ad ogni essere vivente e che la vita è sventura al punto che funesto a chi nasce il dì natale.

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