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GIACOMO LEOPARDI


Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere: il dialogo ritraeuna situazioone quotidiana in cui un viandante colto ed un venditore di almanacchi (calendari per l’anno nuovo), discutono sul tempo e sulla vita. Il dialogo presenta concetti essenziali del pensiero di Leopardi. Questo brano procede per battute brevi e semplici. Esso ha l’aspetto di una breve storia che intende trasmettere un contenuto morale, esplicito o implicito: lo sviluppo del dialogo è quindi funzionale ad un insegnamento. Il passeggere non è acido, è felice in quanto ha a che fare con un personaggio semplice che esprime il sentimento della vita sempre bella. Il passeggere mette in discussione il passato, privandolo di ogni nostalgia e caricandolo di attributi negativi, e rende chiaro che l’unica felicità possibile è quella del futuro. Il lettore avverte immediatamente la superiorità intellettuale del passeggere. L’atteggiamento reticente del passeggere è dovuto alla convinzione leopardiana che dal momento che la scoperta del vero non conduce alla felicità, è preferibile lasciare spazio alle illusioni. Questa conclusione potrebbe suggerire il contrario: chi conosce il vero deve dire con franchezza la verità e frantumare il mondo delle illusioni.
Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie: questo dialogo apre una prospettiva originale rappresentando al vita dal punto di vista della morte. Federico è uno scenziato olandese specializzato nell’imbalsamare cadaveri. Una notte viene svegliato da un canto che proviene dal suo studio. Impaurito si avvicina: in quella stanza sono conservate in esposizione delle mummie da lui stesso imbalsamate e pare che siano prorpio loro a cantare. Leopardi immagina che quasti morti ad un tratto comincino a parlare rispondendo alle domande del loro imbalsamatore, dopo aver recitato una canzoncina che proclama una dura verità: l’assenza di beatitudine tanto per i vivi quanto per i morti. Le mummie cantano e parlano della morte come unico fine di vita rivolgendosi al loro creatore, quello scenziato che imbalsamandole le aveva trasformato in testimonianza di vita apparente. Ne deriva un rovesciamento radicale di prospettiva, per cui è la vita ad essere vista come un punto scuro, mentre la morte è semplicemente lo stato in cui dimorano coloro che cantano. Il salto dal coro al dialogo è comicità, Federico dice “per poco non sono più morto di loro”. Il contrasto tra la tragica monotonia del coro e la vivace comicità del dialogo, non deve però far dimenticare che la comicità si staglia su uno sfondo tragico. La morte è l’annullamento della vita, quindi del dolore, della paura, della memoria, ma è, come la vita, assenza di felicità. Il personaggio di federico è l’emblema dello scenziato moderno, investigatore della verità, pone domande ripetitive, che battono sempre sugli stessi temi, sordo alle risposte delle mummie.
Egli in realtà non vuole vedere ne capire e resta chiuso nella sua prospettiva consolatoria; per questo il silenzio finale dei morti è l’unica vera risposta possibile. Anche alal fine del dialogo Federico si mantiene saldamente ancorato alle sue false certezze, rassicurato dal fatto che ogni cosa sembra tornata al suo posto. Ma il lettore ha acquisito la rivelazione del dialogo che spinge a considerare equivalente la vita e la morte, accomunate dalla negazione della felicità. Il lessico del coro è costituito da parole vaghe. I morti non temono nulla perché ormai stazionano in uno stato di insensibilità assoluta. I pochi connettivi presenti creano un effetto di indefinitezza logica che corrisponde perfettamente al linguaggio dei morti. Il dialogo si svolge su note opposte a quella del coro. L’entrata di scena Federico è vivacissima e teatrale.
Dialogo della natura e di un islandese: l’operetta segna una fondamentale svolta nel pensiero leopardiano: il passaggio da un pessimismo esistenziale ad un pessimismo materialistico e cosmico, dalla concezione di una natura benefica a quella di una natura nemica. In tutte le operette precedenti l’infelicità dell’uomo veniva fatta derivare da cause psicologiche, cioè dall’aspirazione ad un piacere infinito e dall’impossibilità di raggiungerlo; qui l’infelicità è fatta dipendere dai mali esterni, a cui l’uomo non è in grado di sfuggire. L’islandese, è chiaramente portavoce di Leopardi, ne fa un elenco puntiglioso. Di qui l’idea di una natura nemica, che mette al mondo le sue creature per perseguitarle.
È una scoperta preparata da tempo nelle meditazioni dello Zibaldone, che già aveva messo in dubbio che la natura avesse come fine il bene del singolo. Ma viene in piena luce in questa operetta; cambierà tutto il corso della riflessione leopardiana sucecssiva. Leopardi approda ad un pessimismo cosmico, che abbraccia tutti gli esseri. L’infelicità non è dovuta solo a cause psicologiche, ma a cause materiali alle leggi stesse del mondo fisico, che non hanno per fine il bene degli uomini. La sofferenza è la legge stessa dell’universo, e nessun luogo, nessun essere ne è immune. In realtà, nell’operetta risultano due diverse concezioni della natura: per l’islandese essa è come un’entità malvagia; la natura stessa invese obietta che fa il male senza accorgersene, in obbedienza e leggi oggettive. In questa duplice immagine si rispecchiano due diversi atteggiamenti dello scrittore: quello filosofico-scientifico che considera la natura come un puro meccanismo impersonale, e quello poetico che vede la natura come una specie di divinità malefica.
L’infinito: l’infinito anticipa un nucleo che diverrà il centro delle riflessioni leopardiane con la teoria del piacere da cui si viluppa la teoria del vago e indefinito. Leopardi sostiene che particolari sensazioni visive o uditive, per il loro carattere vago e indefinito, inducono l’uomo a crearsi con l’immaginazione quell’infinito a cui aspira e che è irragiungibile perché la realtà non offre che piaceri finiti e perciò deludenti. La poesia si articola in due momenti:
1. Nel primo momento l’avvio è dato da una sensazione visiva o meglio dall’impossibilità della visione: la siepe che chiude lo sguardo, impedendo ad esso di spingersi sino all’estremo orizzonte. L’impedimento della vista che esclude il reale, fa subentrare il fantastico.
2. Nel secondo momento l’immaginazione prende l’avvio da una sensazione uditiva: lo stormire del vento tra le piante. La voce del vento suscita l’idea del perdersi delle cose umane. Viene così in mente alpoeta l’idea di un infinito temporale (l’eterno).
Tra i due momenti vi è anche un passaggio psicologico: l’io lirico, dinnanzi alle immagini dell’infinito, prova un senso di sgomento; ma nel secondo momento l’io si annega nell’immensità dell’infinito immaginato, sino a perdere la sua identità; e questa sensazione di naufragio dell’io è piacevole e dolce. Se la coscienza rappresenta all’uomo il vero, cioè la sua necessaria infelicità, lo spegnersi della coscienza individuale da una sensazione di piacere, garantisce una forma di felicità. Non è ravvisabile nel componimento nessun accenno ad una dimensione sovrannaturale; l’infinito non ha le caratteristiche del divino anzi, nello Zibaldone Leopardi lo esclude esplicitamente. Con questo però non si può del tutto escludere una componente mistica della poesia ma essa è radicata negli starti più profondi della personalità leopardiana.
Il passero solitario: fitta presenza di immagini vaghe ed indefinite. Anche la torre che si alza nel cielo evoca un’idea di infinito. Alla suggestione contribuisce l’antichità della torre, perché l’antico è un principalissimo ingrediente delle sublime sensazioni, infatti l’antico produce una sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde. Nella seconda strofa ritornano le sensazioni vaghe ed indefinite. L’ultima parte della seconda strofa segna un forte contrasto tra la solitudine del poeta e la gioia giovanile della festa. Si può notare come continui il linguaggio dell’immaginar. Le soluzioni stilistiche ci forniscono un indizio determinante; per quanto solitaria e prova di gioia, la giovinezza per Leopardi è pur sempre la stagione privilegiata. L’eta del vero è la vecchiezza: e di fatti il linguaggio del vero compare nella seconda parte dell’ultima strofa, dedicata appunto dalla vecchiaia del poeta. Il linguaggio non è più composto da termini vaghi e suggestivi, ma da parole negative.

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