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L'Infinito

È tra i canti più importanti del nostro poeta e fa parte della raccolta degli Idilli ed è proprio il manifesto della poetica leopardiana. È un canto interpretato da tanti critici sotto diversi punti di vista, che si presta a diverse possibilità di analisi, ma che sostanzialmente è il manifesto di un modo di scrivere, di pensare e di essere.
Leopardi amava parlare di sé parlando degli uomini, dell'umanità. E la sua posizione è quella di intellettuale che soffre dal profondo la vita dei suoi tempi che risente fortemente la condizione familiare di cui è protagonista (una famiglia molto rigida che lascia poco spazio alla sua vita). Lui amava spesso essere immerso nella natura (riprendendo la concezione classica, ma anche l'illuminismo).
Il canto è ricco di esempi, anche lessicali, di un cambiamento del modo di scrivere, di esporre i pensieri del poeta e in questo segna un totale cambiamento della scrittura rispetto a quella dei secoli precedenti, come quella degli illuministi.
Lui utilizza un lessico elegante, aulico, ma arricchito di modalità espressive più personali, dove l'io lirico esplicita in modo pieno il suo essere. Con questo linguaggio tra l'aulico e il colloquiale, riesce a comunicare con profondità la sua idea e i suoi pensieri sulla vita. A tal proposito l'immedesimazione nel mondo naturale è proprio l'esplicitazione di ciò che sente; c'è quindi un senso panico con la natura che esprime il suo essere interiore. Anche gli avverbi hanno questa valenza, tanto che il canto si apre con "sempre caro".
Sempre: dà l'idea di un tempo che non ha limiti, quindi esplicita la continuità tra il passato, il presente e tutta l'esistenza dell'umanità. È indicativo quindi di ciò che lui comunica sul tempo (l'idea di tempo si origina nella cultura classica, per esempio il Carpe diem di Orazio, ma anche Seneca con Tempus fugit, quindi questo concetto aveva una valenza molto significativa).
Mi fu: verbo sta ad indicare qualcosa che è stato, con il sempre c'è però una continuità che si contrappone poiché noi uomini dobbiamo intendere il tempo come continuità.
Ermo colle: le immagini vengono rese attraverso parte stessa della natura. Questo ha un forte senso simbolico, in senso di altezza, aspirazione, ma anche di libertà desiderata. Si può pensare alle altezze che Dante cerca di superare, ma anche a Petrarca con l'ascesa del monte ventoso, quindi il colle indica un'aspirazione al superiore.
Al contrario la siepe esclude il poeta, lo limita, ed è metafora dei limiti che l'uomo ha e che si auto impone. Impedisce di vedere oltre, fa pensare alla difficoltà umana di vedere oltre l'apparente, dà una sorta di determinatezza. Qui si inserisce la teoria dell'immaginazione, che permette di oltrepassare i limiti del contingente, del visibile, di vedere oltre i limiti che l'uomo stesso si impone.

Consideriamo l'utilizzo sintattico della parola e vediamo che c'è un "Ma" iniziale ad indicare un'avversione rispetto a quanto scritto prima, quasi in contrapposizione a ciò detto.
Poi ci sono i gerundi "sedendo e mirando" in cui parla di un momento di comunione con la natura, dato dal suo sedersi e osservare (tipico atteggiamento dei saggi che osservano ciò che accade e riflettono). Spesso anche nella divina commedia abbiamo incontrato figure di saggi che riflettono.
"Interminati spazi al di là da quella": sia da un punto di vista connotativo che denotativo - subentra la teoria della visione: per quanto illimitati vanno oltre i limiti della vista umana questo perché lui riesce a vedere oltre i limiti dell'universo. Di là indica anche una condizione fisica, di collocazione. Sovrumani e interminati sono collegati tra loro che danno l'idea dell'indeterminato nel determinato in quanto con l'immaginazione posso sconfinare i limiti della realtà e dare spazio ad un infinito che consente all'io lirico di sconfinare nell'impossibile.

Ci sono numerosi enjambement.
Sovrumani silenzi: hanno il senso dell'indeterminatezza anche del suono che si percepisce, quindi l'assenza del suono. Qui rientra la teoria del suono: i silenzi che vanno al di sopra dell'uomo, come se si annullasse ogni cosa (qui c'è molto di Lucrezio e dell'uomo parte integrante della natura).
La profondissima quiete contribuisce a dare l'immagine di un poeta fuori da ogni limite e di tempo e di spazio; è come sconfinare in qualcosa di immortale. Si ha la possibilità di andare oltre l'uomo stesso e i suoi limiti.
Io... Spaura: io mi racchiudo in me stesso e provo quel senso di paura, un senso panico, poiché immagina come degli universi paralleli e il suo cuore è intimorito da questo.
Qui c'è una similitudine, che prefigura un'analogia (spazio nella poesia decadente): figura retorica che mette a confronto due realtà anche apparentemente diverse, ma non del tutto per cui per esempio la natura viene accostata allo stato d'animo umano. Quindi si crea una sorta di parallelismo. Si rimanda anche alla metafora in cui però dobbiamo sottendere il confronto.

Come il vento... Comparando: c'è una sorta di similitudine analogica tra il vento che emana il suo suono e il sovrumano silenzio - io quel vento lo confronto con l'infinito silenzio, come se fossero a confronto il tutto e il nulla, l'esistenza e la non esistenza, silenzio e suono. Noi pensiamo al silenzio come qualcosa che annulla il suono, ma questo è esso stesso un suono, è una voce, è la manifestazione di qualcosa che si sta esprimendo.
"A questa voce": è la voce dell'anima. Questa comparazione tra il tutto e il nulla ricorda molto Lucrezio, l'atomismo in un'ottica fortemente materialista. Il materialismo lucreziano in lui si ricollega anche a quello illuminista; lo stesso Foscolo rimanda al materialismo con il sepolcro ed era anche in questo caso un modo per rievocare Lucrezio.
Quindi ci troviamo davanti ad un insieme di modi di pensare e di essere che attingono ad una cultura passata.
E mi sovvien l'eterno: rimanda a Lucrezio e il materialismo.

Morte stagioni: Ossimoro - possibilità dell'esistenza e la morte stessa. Noi da questi opposti ricaviamo un senso di completezza.
E la presente e viva e il suon di lei: Ritroviamo la teoria di Gian Battista Vico, già presente nei "Sepolcri" di Foscolo: il tempo esprime molto di quello che l'uomo è stato ed è. Ritorna la teoria del suono, quindi qualcosa che sconfina nella possibilità di percepire il suono dell'esistenza e della stagione che c'è.
È quasi una presa di coscienza di Leopardi in uno spazio indefinito.
Così io mi perdo, mi annullo in questa immensità.
Naufragar dà l'idea di chi ritorna alla vita, dà un'idea di speranza, di colui che dopo essersi perso ritorna alla vita. Questo è sinonimo di rinascita, di speranza. Per cui parlare di pessimismo ci risulta difficile. C'è sì il senso del dolore per gli uomini, ma anche il rinascere verso la nuova condizione.

Non c'è la negazione del dolore, ma si cerca di trovare una possibilità di rinascita in esso.
Tutta la scrittura è evocazione di una crescita nel senso del dolore e poi di una quasi pace che Leopardi avverte nel finale.

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