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Giacomo Leopardi

1. La poetica dell'indefinito e del vago di Leopardi


I versi del poeta esprimono, come disse lo stesso Leopardi nello Zibaldone, "sentimenti, affezioni, avventure storiche" del suo animo. In altri termini, al centro di essi è il poeta con i suoi sentimenti, le sue angosce, le sue speranze, le sue illusioni: si tratta di poesia lirica nel senso moderno del termine, rappresentazione dell'io del poeta. Ben più di quanto accadesse nel Canzoniere di Petrarca, che idealizzava la propria esperienza interiore, il lettore si trova di fronte a un animo allo scoperto, che confessa se stesso, dando voce alle proprie riflessioni filosofiche sull'esistenza, sulla sua causalità, sul piacere e sul dolore che l'uomo sperimenta.
La poesia leopardiana è infatti tutta nutrita di pensiero, senza per questo divenire è arida né troppo teorica o desolante. Una delle sue composizioni essenziali è infatti la memoria, che permette di rendere più accettabile, distanziandola nel tempo, l'esperienza dell'infelicità.
Molte delle sue composizioni, come afferma lo stesso Leopardi, consistono in una rievocazione del passato che è di per sé poetico, perché ha caratteri del lontano, dell'indefinito e del vago. Le annotazioni dello Zibaldoni offrono un'ampia campionatura di situazioni poetiche in quanto vaghe ed indefinite. Il fascino della poesia leopardiana consiste in buona parte nel suo essere riflessione sull'esperienza umana, in cui ciascuno può riconoscersi, espressa in versi di grande suggestione musicale e di non comune efficacia rappresentativa.

2. L'infelicità di Leopardi


Leopardi pone al centro del suo pensiero l'infelicità dell'uomo; la causa di quest'infelicità è che l'uomo è alla continua ricerca della felicità e quest'esigenza non viene mai soddisfatta. In un primo momento la natura era benigna (pessimismo storico) che con le illusioni nascondeva la verità agli uomini ; in un secondo momento la natura è maligna (pessimismo cosmico), perchè delude ogni speranza degli uomini condannandoli alla morte.
Leopardi vede la terra come un granello di sabbia e il suo "contrasto" verso il mondo è di constatazione astronomica e filosofica.

Possiamo scorgere nella storia spirituale del Leopardi una lucida e continua tendenza alla demolizione delle speranze umane, che il poeta segue, ponendo in risalto inesorabilmente le varie ragioni che rendono infelice la condizione dell'uomo.

La vita gli appare avvolta dal mistero e dal dolore, che è l'unica certezza per l'uomo. Il piacere non esiste se non come pausa momentanea del male e un uscire dalla condizione di pena, mentre la vicenda umana gli appare come una inutile corsa verso il nulla, e la storia stessa è contrassegnata dal progressivo trionfo dell'infelicità.

La natura, vista da lui in un primo momento (fino al '23) come madre amorosa, gli appare in seguito come matrigna; essa, secondo il poeta, crea l'uomo ma non si preoccupa della sua felicità. L'unico conforto che può alleviare i mali della nostra esistenza è costituito dalle cosiddette ILLUSIONI, alimentate dal mostro sentimento e dalla nostra fantasia. La prima causa dell'infelicità umana è la ragione, che dissolve le illusioni e pone l'uomo di fronte alla realtà. Da questa presa di coscienza derivano la delusione ed il tedio. A queste convinzioni il poeta arrivò gradualmente; esse sono infatti il frutto, oltre che della sua sensibilità, della sua stessa vicenda umana, tormentata da incomprensioni, delusioni, sventure.

Si riscontrano tre momenti nello sviluppo del pensiero leopardiano rappresentati dal pessimismo individuale, storico e cosmico.

Pertanto, a volte (soprattutto nella giovinezza) al poeta sembra che la sorte sia stata matrigna solo con lui, condannandolo all'infelicità nel fisico e nello spirito, alla solitudine ed all'incapacità di vivere come gli altri (mentre agli altri uomini sono concesse le gioie della vita, la giovinezza felice, gli affetti). E' questa la fase del pessimismo individuale.
Altre volte, invece, appaiono in lui quelle riflessioni sulla felicità dei primi uomini che si meravigliavano e gioivano per cose semplici e furono poi resi infelici dal progresso, chiaramente ispirate dalla lettura del Vico e di Rousseau, oltre che da meditazioni personali e negative in rapporto alla storia, nelle cui conquiste il poeta non crede. In ciò consiste il pessimismo storico.

Infine, a volte l'esame della condizione umana induce il poeta a concludere che a tutti è riservato lo stesso destino di dolore. A questa condizione si adeguano inoltre tutti gli elementi del creato (pessimismo cosmico).

Contro queste pessimistiche concezioni insorge il sentimento, esprimendosi per mezzo della poesia, che nel Leopardi appare come una continua rivolta contro le conclusioni della ragione. Essa è dettata dalle più profonde convinzioni ed esigenze del poeta, che è convinto della nobiltà dell'uomo, il quale non merita la sua infelicità, che è qualcosa di ingiusto e di assurdo. E' quindi, la sua, una rivolta, che, pur mostrando pessimismo e dolore, non genera a sua volta pessimismo. Come afferma De Sanctis, "questo uomo odia la vita e te la fa amare, dice che l'amore e la virtù sono illusioni, e te ne accende nell'anima un desiderio vivissimo".
Leopardi, infatti, celebra la giovinezza e la bellezza della natura e della vita, anche se con lo stato d'animo doloroso di colui che da tutto ciò si sente escluso. Il suo, comunque, è un pessimismo eroico e mai rassegnato. Egli reagisce perché ha in sé un'ansia religiosa che nessuna logica può distruggere e perché possiede una costante fiducia nella dignità umana. La sua energia si esprime nelle sue stesse parole "...e di più vi dico francamente che io non mi sottometto alla mia infelicità, né piego il collo al destino o vengo seco a patti come fanno gli altri uomini..."
La sua opera si traduce perciò anche in una esortazione a non cedere al fato, ad opporre all'universo assurdo l'intatta nobiltà dello spirito. Egli non tradusse però questa energia morale in azione, come il Foscolo, ma la realizzò nel continuo approfondimento del suo pensiero.

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