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Il pensiero di Giacomo Leopardi

Introduzione
Forse nessuno, tra i grandi autori della letteratura italiana, riesce ad affascinare il lettore quanto Giacomo Leopardi, e questo perché, sebbene il suo mondo sia lontano dal nostro, egli si interroga continuamente sulle proprie incertezze esistenziali, ponendosi problemi ed interrogativi che sentiamo vicini, che riguardano l’uomo di adesso come di allora.
Il pensiero di Leopardi è stato definito critico-negativo, perché non lascia speranze. Egli distrugge infatti i miti della civiltà moderna, rivelandone il carattere illusorio.
Ma ciò che veramente lo rende grande, come letterato e come intellettuale, è che, nonostante abbia ormai preso atto della miseria umana, egli non rinuncia mai alla conquista della dignità.
Una delle opere che maggiormente traduce e riassume il pensiero di Leopardi è probabilmente il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia. In questa poesia l’autore parla per bocca di un pastore, che si chiede senza risposta quale sia il senso della vita, perché ci si senta spesso soli ed abbandonati, senza sicurezze.

La Luna, unica testimone dei suoi pensieri, non risponde, così come anche la natura tutt’intorno si rivela muta.
Tuttavia il pastore non si arrende di fronte alla minaccia di insensatezza, e anzi continua a chiedersi se esiste un perché nell'insensatezza dell’esistenza.

Formazione
La cultura di Leopardi è straordinaria, sia perché vastissima, sia perché molto precoce.
All’inizio è la biblioteca del padre a rendere possibile tale cultura, anche perché egli ha un amore innato per la conoscenza, e detesta la squallida e meschina vita della sua natia Recanati.
La sua prima giovinezza è dunque segnata da anni di studio matto e disperato.
La sua ottima conoscenza del latino, del greco, dell’ebraico e del sanscrito lo rendono ben presto anche un ottimo filologo.
Crescendo, la sua erudizione non può che crescere, nutrendosi dei testi classici come di quelli moderni.
Tra le opere moderne, molto importanti furono quelle illuministe.
Dell’illuminismo, infatti, Leopardi condivide la fiducia nella scienza e nella ragione e l’idea dell’intellettuale, il cui compito sia portare conoscenze e vincere i pregiudizi.
Nonostante questo, le idee di Leopardi restano anche permeate dello spirito religioso cattolico.

Il suo pensiero
Prima fase

Fulcro del pensiero leopardiano è la ricerca del vero: un vero dell’io, ma anche dei molti. I valori della società, cioè, per essere tali, devono essere riscontrabili come veri sia nella propria esperienza individuale che in quella di tutti.
Il primo problema che Leopardi si pone è quello della infelicità umana.
Essa non dipende dalla natura, ma dalla civiltà, che ha distrutto le illusioni che rendevano la vita sopportabile, e ha mostrato all’uomo la sua arida condizione sulla Terra.
Non che l’uomo non vivesse meschinamente anche a contatto con la natura, ma le sue illusioni non glielo facevano capire, e gli facevano invece credere che la felicità fosse raggiungibile.
Da tutte queste considerazioni nasce dunque il pessimismo storico, come è stato definito, di Leopardi.
Se mai le grandi illusioni possono essere recuperate, ciò è possibile però solo attraverso una sorta di “sfida del destino”.

Seconda fase
Nel 1819 anche la fede nel cattolicesimo comincia a vacillare e comincia quella nel sensismo illuministico (secondo il sensismo le idee dipendono dalle sensazioni, e le azioni sono dirette all'utile).
E’ questo un periodo molto triste per Leopardi: l’esito dei moti carbonari indebolisce infatti la sua fiducia verso l’impegno sociale, mentre il suo soggiorno a Roma delude le sue speranze che sia possibile una vita felice fuori da Recanati.
E’ il periodo della svolta materialistica, secondo cui, nella vita, non esistono fattori spirituali: l’uomo è solo corpo.
Dalla conversione al materialismo nasce la teoria del piacere, secondo cui l’infelicità umana nasce dal divario tra il bisogno di essere felice e la realizzazione di tale stato.

L’uomo cioè aspira al piacere, ma quello che desidera è sempre superiore a quello che riesce a conseguire.
Deluso, l’uomo cerca allora appagamenti illusori, sperando che la felicità vera arrivi in futuro.
E’ vero che, secondo il pessimismo storico, la natura non dava agli uomini la felicità, ma le illusioni da essa create bastavano a renderla una madre benevola. L’infelicità era quindi colpa dell’uomo, che aveva voluto conoscere ciò che non doveva.
Ora, invece, la colpa è anche della natura, che crea la tendenza umana al piacere, ma non è in grado di soddisfarla, e lo condanna invece a delusioni e sofferenze.
Nasce dunque il pessimismo cosmico.
La conclusione di tutto il pensiero leopardiano è dunque che con la civiltà l’uomo ha capito qual è la verità e, almeno, ha acquistato dignità.
Ne deriva perciò una lode al razionalismo.
Con la civiltà, però, l’uomo è anche diventato egoista, e adesso lotta contro tutti per la sua affermazione.

Terza fase
Come reagire a tutto questo? Con una saggezza distaccata e scettica.
Nasce in Leopardi anche il concetto di solidarietà: il suicidio non è dunque solo una viltà, ma anche un errore, perché provoca un dolore ai superstiti.
Gli esseri umani devono invece soccorrersi a vicenda.
Da tutto ciò nasce come una nuova morale: bene è ciò che giova e male è ciò che nuoce.

Gli uomini, consapevoli di avere un nemico comune (cioè la natura e il destino), devono tutti allearsi per ridurre il dolore ed aumentare quella poca felicità concessa.

Commenti su Leopardi
Il critico Sebastiano Timpanaro analizza quest’ultima fase del pensiero leopardiano.
Qui Leopardi si risveglia da un periodo di distacco dall’impegno civile, e confessa che l’unico modo per ribellarsi all’infima condizione umana sia la solidarietà reciproca.
Abbiamo dunque una fine della atarassia.
Inoltre il contatto (a Firenze e a Napoli) con gli ambienti cattolico-liberali attua in lui un mutamento, reso possibile anche dalla caduta del mito del progresso, che invece era tanto radicato negli illuministi.
Nello stesso tempo, Leopardi rivela agli uomini la cruda realtà, perché vuole smascherare l’ “oscurantismo cattolico”. Quest’ultimo aveva infatti portato negli anni a superstizioni, mentre l’Illuminismo ad un progressismo che non dà felicità.
Leopardi fa dunque leva sulla solidarietà fra gli uomini contro la natura. Solidarietà dalla quale nessuno deve essere escluso.
Cesare Leporini sostiene invece che Leopardi può essere considerato un democratico, dal momento che odiò il mondo dell’alta borghesia ed ebbe un grande rispetto per il lavoro umano. Tuttavia sentì ostile anche l’industrialismo ed il mondo degli affari: la ricchezza, secondo Leopardi, rende infatti possibile solo l’ozio dei pochi.
Importante è invece l’energia umana socialmente utile. Il ritorno alle origini non vuole quindi dire ritorno alla natura, ma alle comunità originarie.

La poetica
Tutti i letterati romantici comprendono il divario tra natura e civiltà, e la poesia assume dunque per essi la funzione di mantenere il legame con la natura.
In Leopardi, però, il ruolo della poesia è di tipo del tutto particolare. Essa è detta anche poesia dei sensi.
Per Leopardi, poiché i moderni non possono più contare su quel legame esistente in origine con la natura, la poesia rimane l’ultimo appiglio all'illusione e all'immaginazione.
La poesia ha anche funzione sociale, ovvero tieni vivi i modi di sentire dell’uomo, che rischierebbero di essere atrofizzati nella società moderna.
Da Vico Leopardi riprende anche la corrispondenza tra arte ed evoluzione storica: la poesia raggiunge il culmine quando massima è l’immaginazione, durante l’infanzia.
La maturità perciò cancella tutto, ed i poeti devono invece far rivivere il periodo della giovinezza.
Nello stesso tempo, la sfiducia nel progresso allontana Leopardi dallo storicismo e dal provvidenzialismo dei Romantici, sebbene abbia invece dei Romantici il tema vivo l’angoscia ed il dolore.
In conclusione, quella di Leopardi è una poetica dell'indeterminatezza e del vago.

I motivi
Leopardi ritiene la poesia né produzione di bellezza per pochi, né a servizio politico e sociale (come invece ritenevano gli Illuministi e i Romantici).
L’uomo a cui pensa Leopardi è sia sociale che naturale.
Nell’opera Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani, egli afferma che in Italia mancano norme e valori da tutti accettati.
Però l’Italia è economicamente più arretrate e meno propensa ad accogliere i valori della civiltà, e quindi più adatta a smascherare i valori artificiali.

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