La funzione del vero in Leopardi


La concezione leopardiana del vero è una concezione molto travagliata alla quale si arriva solo attraverso un percorso di studio profondo dei testi e delle parole che l’autore usa.
Partendo da un testo come “A Silvia”, possiamo iniziare a delineare la funzione che Leopardi attribuisce al vero: nel testo uno dei temi principali è quello del tempo, che va in stretta relazione con quello delle illusioni. Egli fa una contrapposizione tra un passato illusorio, che condivide con Silvia nei tempi giovanili, e un presente disillusorio, che arriva adesso, dopo la morte di Silvia, a causa soprattutto dell’”arido vero”.
Possiamo partire da questo aggettivo per definire una prima interpretazione: la verità, il vero è arido; lascia l’amaro in bocca. Non è una verità che scioglie i conflitti esistenziali, ma anzi li accresce, in quanto essa è messa in relazione alla disillusione umana, alla consapevolezza dei propri limiti, e quindi alla ragione. Per esempio, nel “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, Leopardi fa una differenza sostanziale tra gli uomini che possiedono la ragione e quindi la consapevolezza dell’infelicità della vita, e quindi conoscenti della verità, e gli animali, le bestie, che non possiedono la ragione e non sono consapevoli di questa verità.
La funzione del vero qui è quindi distruttrice, elimina tutte le illusioni che il giovane poeta riserva per il futuro. Allo stesso tempo, il vero ha anche una funzione di consapevolezza dei limiti dell’uomo, i quali Leopardi identifica soprattutto con la morte.
Quando anche il desiderio, che per Leopardi è infinito, si spegne, la verità assume la sua più cruda funzione: nel testo “A se stesso” assistiamo ad un profondo pessimismo leopardiano, tipico del ciclo di Aspasia, di cui il componimento fa parte.
Dopo l’ennesima delusione amorosa, l’amore per Leopardi, che è una delle più grandi illusioni, è come se perisse. Il cuore, che tanto palpitò, adesso è fermo, riposa per sempre. E’ un inganno estremo.
Anche qui, come in “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia”, la funzione del vero è messa in relazione con la ragione: l’amore è un inganno; la ragione quindi sa, conosce le vere fattezze di questo sentimento, ma tutto ciò è possibile solo grazie alla verità. E’ l’azione del demistificare che rende tutto più arido, più amaro. La vita, infatti, esclusa anche questa illusione, è un ripercorrersi di amaro e noia. Vi è quindi un rifiuto totale: il fato non donò che il morire agli uomini. Questa tragicità, che ricorda un po’ quella di Cavalcanti, non fa che confermare il fatto che tutto è vano, inutile, e tutto viene visto sotto questi termini, solo dopo aver fatto i conti con la verità, e quindi con la distruzione di ogni illusione.
Da questi testi non fa quindi che emergere l’idea di una funzione della verità negativa, che spazza via tutto, lasciando all'uomo la consapevolezza della sua infelicità. In questo modo, cosa rimane all'uomo? Se la verità spazza via tutto, per cosa vive l’uomo?
In realtà, nel testo la Ginestra, possiamo rintracciare quel sogno leopardiano che starebbe alla base della sua soluzione esistenziale: l’uomo, anche se impossibilitato al raggiungimento totale della felicità, deve tener sempre presente la sua dignità e, come la ginestra, non deve abbassare la testa al cospetto della natura, ma non deve neanche essere orgoglioso o superbo.
La risposta a queste domande Leopardi la trova nella “social catena”, in cui gli uomini riescono ad unirsi, spinti dal “vero amor”, senza alcuna distinzione sociale, per combattere l’unico vero nemico comune: la natura.
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