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-Canto Notturno di un Pastore Errante dell’Asia-

Il Canto Notturno di un Pastore Errante all’Asia venne composto da Giacomo Leopardi tra il 22 ottobre e il 9 aprile 1830 e fa parte dei Canti e dei ‘Grandi Idilli’.
Fonte di ispirazione per la stesura del Canto fu un articolo letto da Leopardi sul “Journal des Savants” del settembre 1826, dove era scritto che i pastori nomadi dell’Asia centrale passavano le notti seduti su una pietra a guardare la Luna e a parlarle, usando parole tristi.
Il Canto è composto da sei strofe di diversa lunghezza, composte da versi endecasillabi e settenari con rima libera.
Il poeta, a differenza di altri canti, non parla in prima persona, ma attraverso la figura di un uomo primitivo, che è conscio della propria infelicità e anche dell’infelicità universale, a differenza della figura dell’uomo primitivo fanciullesco ed immaginoso della prima fase del pensiero leopardiano.

Il pastore, immerso nella steppa asiatica, sovrastato dall’immenso cielo, domanda alla luna questioni sulle cose e sul destino umano, ma queste domande non trovano risposta, e il silenzio del cielo gli conferma ciò che già sapeva, ossia che l’universo, dunque la natura, è indecifrabile e che l’unica cosa certa è il dolore degli uomini e di tutti gli esseri viventi.
Nella quinta strofa il pastore si rivolge anche al suo gregge, introducendo il ‘tema della noia’; il pastore si mostra invidioso della condizione del gregge, che sente la vita istante per istante, non ha l’abilità di pensare al futuro o al passato, e può invece dimenticarsi tutto subito oziando, senza cadere in uno stato di noia come accade all’uomo.
Il brano è caratterizzato dal Pessimismo Cosmico e dalla Natura Maligna, vista come nel ‘Dialogo della Natura e di un Islandese’ come un ente freddo, immenso e spaventoso.
La figura del gregge rappresenta la noia e l’assenza di uno scopo della vita dell’uomo.

Il Pastore pone sia alla Luna che al Gregge un totale di dodici domande dal carattere principalmente retorico ai versi: 1-2, 5-6, 7-8, 16-18, 18-20, 52-54, 55-56, 86, 87-88, 89-90, 90, 132.

-Analisi-

• I Strofa: la strofa inizia subito con una domanda alla luna, definita ‘silenziosa’, poiché il pastore sa già che non risponderà alle domande che gli pone; le domande che il pastore pone riguardano la sua condizione terrena e il senso della sua vita, il fatto che egli non riceva risposta significa il disinteresse che ha la natura dei confronti dell’uomo e degli esseri viventi.

• II Strofa: in questa strofa troviamo un paragone tra la vita umana e la corsa un vecchio debole e malato; la corsa di quest’uomo finisce in un abisso, così come la vita umana finisce con la morte, momento in cui si cancella per sempre ogni ricordo.

Qui la luna viene definita ‘vergine’ (v.37), poiché estranea alle vicende umane, ma anche poiché mitologicamente era la personificazione di Artemide.

• III Strofa: in questa strofa viene affrontato sempre il tema del senso della vita umana; all’inizio afferma che l’uomo nasce con dolore e rischia di morire già appena nato e per prima cosa piange, mostrando già tutto il suo tormento, e per ciò deve essere consolato dai genitori.
Successivamente, invece, si domanda come mai gli uomini continuino a procreare, sapendo che per tutti la vita è una sventura, una sofferenza continua.

• IV Strofa: in questa strofa si denota il ‘pessimismo cosmico’, poiché il pastore non sa nulla della luna e dell’universo (mentre il cosmo conosce le risposte alle domande che il pastore ha posto in precedenza), mentre è conscio solo della fragilità della sua esistenza e che la sua vita non è altro che dolore.

• V Strofa: il pastore ora dialoga col suo Gregge ed è invidioso di esso, poiché sente la vita istante per istante, non ha l’abilità di pensare al futuro o al passato, non ha una mente ingombra di fastidi, e può invece dimenticarsi tutto subito oziando, senza cadere in uno stato di noia come accade all’uomo, quando entra in uno stato di ozio.

• VI Strofa: il pastore (poeta) trova nella condizione di vita degli uccelli una possibile felicità, affermando che egli sarebbe felice se avesse le ali e quindi fosse un uccello; subito dopo però si corregge, ed afferma che la vita, per un qualsiasi essere vivente, è un male; con l’ultimo verso indica che non vi è speranza per ogni uomo od essere vivente che nasce.

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