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Giacomo Leopardi

Il pensiero
Leopardi cominciò a acquisire un pensiero proprio, quello che caratterizzò poi la sua vita e tutte le sue opere, quando si convertì dalla religione cattolica alla concezione illuministica del mondo, fino a giungere al materialismo assoluto. Il poeta meditando sul destino dell’uomo giungeva alla conclusione dell’uomo come creatura debole e insignificante: vive e ,dopo inutili sofferenze, si annulla alla morte e quando questa avviene la natura non ne risente affatto. Questo pensiero nel Settecento era motivo di orgoglio per l’uomo che quindi era libero dalle superstizioni del passato e affidava alla scienza la sua fede, in quanto era vista come strumento di progresso, ma non fu così per Leopardi. Lui vide questo pensiero in modo pessimistico poiché avverte l’aspirazione dell’uomo all’assoluto e all’infinito e i limiti di questa creatura e ciò gli causa un dolore interiore. Visse perennemente nel così detto dramma adolescenziale, cioè rimase deluso e scoraggiato dalla realtà perché non era rose e fiori come lui l’aveva immaginata. Nella maggior parte dei casi gli uomini superano questo momento rendendosi utili e inserendosi nella società e fu proprio questo che mancò a Leopardi, vivendo in un contesto ottuso come quello di Recanati. Questo gli provocò una chiusura interiore e il pessimismo totale verso la vita. Il poeta intuì anche i risvolti negativi della Restaurazione, l’egoismo e l’ipocrisia che riducevano in schiavitù i deboli e li condannavano all’infelicità. Divenne così antagonista del suo secolo ponendo in Il fiore del deserto, la penultima lirica dei Canti, l’ideale di umanità fondata sul sentimento di solidarietà universale. La concezione pessimistica di Leopardi è stata approfondita dal poeta stesso e si può dunque dividere in pessimismo personale, storico e cosmico.

Il primo, detto anche soggettivo, come dice il nome stesso riguarda solo la sua persona. A causare questo vi è la sua famiglia: la madre rivolgeva la sua attenzione solo all’amministrazione economica e con il padre, avendo idee politiche opposte, in quanto il conte credeva nell’ ancien régime e rifiutava la idee introdotte dalla Rivoluzione Francese di libertà e democrazia, entrò presto in conflitto. A questo si aggiunse il rapporto con la sua età: a venti anni si sentiva anziano sia fisicamente sia psicologicamente e a Recanati si sentiva come in una prigione, anche se il suo paese è sempre presente nelle liriche più belle. Il pessimismo storico, è anche chiamato progressivo, perché legato proprio alla storia di un uomo e di tutta l’umanità. Leopardi vede lo stato primitivo dell’uomo come inconsapevole felicità, poiché non si conoscevano le tristi verità e il dolore della vita umana, conosciute poi grazie al rigore e alla ricerca del vero, cioè alla scienza. Così confronta questo stato iniziale della storia dell’umanità con l’inizio della vita di ogni uomo, con la giovinezza che è il momento in cui l’uomo è felice perché non consapevole della realtà che lo aspetta. Il pessimismo cosmico è detto così in quanto investe tutte le creature sotto l’infelicità assoluta. Così Leopardi rivaluta la ragione, che è sì colpevole delle illusioni ma è l’unica cosa che rimane all’uomo per conoscere e unirsi agli altri fraternamente. La conclusione che si trae dal pessimismo di Leopardi è simile a quella di Jacopo Ortis, il protagonista del romanzo di Foscolo, che diede un taglio alla sua vita con il suicidio. Il poeta però condanna questo atto in quanto l’uomo è dotato dell’istinto di conservazione e del dovere di fratellanza verso gli altri.

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